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Pandemie

Il pestifero e contagioso morbo

Nel corso dei secoli l'uomo ha sempre tentato di dominare le forze della natura, per porsi padrone indiscusso del globo terracqueo. Se questo sia frutto del nostro volerci migliorare o segno di un'arroganza malcelata, non lo so. È però certo che le tecniche e le arti sviluppate dal genere umano siano mirabolanti, potenti armi a doppio taglio che non sempre sono state usate con cautela.

Abbiamo la pretesa di riuscire a controllare tutto e, quando il mondo ci crolla letteralmente addosso, non ci capacitiamo di quanto, in fondo, siamo minuscoli, confrontati con la superba potenza di quell'animale inquieto ed eternamente selvaggio che è la natura.

Credo che, in fondo, il nostro desiderio di progredire nasca dalla profonda paura che ci attanaglia in quanto infinitesimali parti di un organismo che potrebbe perfettamente funzionare anche senza di noi. Siamo riusciti a prevedere disastri naturali, a controllare i raccolti, a far volare immense strutture, a trovare farmaci per qualsiasi male, ad andare nello spazio... e siamo così piccoli.

Eppure non abbiamo una risposta per tutto, a volte il mostro sopito si risveglia e sconvolge il nostro modo di vedere il mondo. Ciò che maggiormente mi affascina è vedere quanto l'uomo sia, in questi casi, impotente. Non è cinismo, non è un dire “ben gli sta”, però trovo che, nel terrore delle catastrofi, la parte ancestrale dell'uomo torni fuori, in tutta la sua devastante chiarezza. E in quei momenti non bastano le processioni, i sacrifici agli dei, le tecniche scaramantiche o anche i più raffinati ritrovati medici. Non si può fare nulla. Ogni ordine viene sconvolto e l'uomo si trova nel mezzo di un vortice che lo trascina chissà dove.

In particolare, il mio percorso si vuole concentrare sulle temute epidemie, soprattutto di peste, che a più riprese hanno sconvolto intere società, diventando tetre minacce di morte sicura.

Penso, però, che non sia tanto il morbo in sé a spaventare l'uomo, quanto la limpida certezza della pazzia che lo attende. Quando un fenomeno diventa pandemico, non solo qualsiasi istituzione viene disgregata, ma perdono di validità anche quelle tradizioni, quei modi di fare e di comportarsi che definiscono l'essere umano, e in cui viene depositata tutta la sua razionalità. Le realtà che vengono colpite non solo ne escono distrutte fisicamente, numericamente ed economicamente, ma c'è anche un disfacimento morale e psicologico non indifferente, che le segna più di qualsiasi altro male.

Ciò che differenzia la pandemia dalle altre catastrofi naturali, però, è il fatto che si possa trasmettere da una persona all'altra: un terremoto arriva, sconquassa, ma poi finisce. Restano macerie e distruzione, certo, ma dopo la disgrazia si può fare fronte comune per superarlo. Nelle epidemie no.

Lavorando su testi che abbracciano quasi duemila anni di storia dell'uomo, sono emerse più analogie di quanto credessi, segno che, nonostante il progresso, ci sono e ci saranno sempre dei luoghi oscuri in cui la parte primitiva di noi, celata sotto buoni costumi e convenzioni sociali, è presente, vivida e pulsante. 1

L' : A

Ultimo finale: la peste di Atene

Lucrezio – De rerum natura – Libro VI (vv. 1090-1286)

Nel VI libro del suo “De Rerum Natura”, Lucrezio dimostra l'origine fisica di tutti i fenomeni naturali, con l'intento di dare una spiegazione razionale, sebbene non scientifica, di eventi che potrebbero far presumere un intervento divino, per il loro carattere straordinario (l'epicureismo, invece negava qualsiasi partecipazione estranea al mondo umano, in quanto gli dei venivano collocati negli “intermundia” completamente disinteressati del destino dell'umanità, in uno stato di totale imperturbabilità).

Dopo aver analizzato i fenomeni atmosferici e terrestri (tempeste, terremoti, inondazioni, eruzioni) affronta il tema delle epidemie (vv.1090-1137):

“Ora spiegherò quale sia la causa dei morbi, e di dove sorta d'un tratto una violenta infezione possa spargere fra le stirpi degli uomini e i branchi degli animali una funesta strage.

Anzitutto ho chiarito prima che esistono germi di molte sostanze che sono vitali per noi, e al contrario devono volteggiarne altri che apportano malattia e morte. Quando per caso si levano questi ultimi e intorbidano il cielo, l'aria diviene infetta.

E quell'intera violenza di morbi, quel pestifero contagio, o vengono dall'esterno come le nubi e le nebbie per l'alto cielo, o spesso sorgono e s'innalzano dalla stessa terra, quando umida marcisce colpita da piogge e ardori di sole eccessivi.

[…]

Quando una parte di cielo, che per caso ci sia avversa, si sposta e un'aria maligna comincia a vagare, a poco a poco avanza strisciando come una nebbia o una nuvola, e per dove passa conturba e costringe a mutare ogni cosa; e accade che quando infine giunge nel nostro cielo, lo corrompe e lo rende simile a sé e a noi nocivo.

D'improvviso questo nuovo genere di calamità e di pestilenza cade nelle acque o s'insinua nelle stesse messi, o in altri alimenti degli uomini o pasture di greggi, oppure il suo influsso rimane sospeso nell'aria e, quando col respiro inaliamo aliti vitali a essa commisti, dobbiamo ugualmente assorbire nel corpo l'infezione.

In ugual modo il contagio spesso s'abbatte anche sui buoi e il male coglie le pigre greggi belanti.

Né importa se ci rechiamo in contrade malsane e per così dire mutiamo il nostro mantello di cielo, o a noi di sua iniziativa la natura porti un cielo corrotto o qualche sostanza al cui uso non siamo abituati, che ci possa nuocere con il suo sopraggiungere repentino.”

Come si evince dal testo, si riteneva che le epidemie fossero causate da germi maligni, antagonisti a quelli buoni ed essenziali per l'uomo, che infestavano le acque, l'aria e la terra. Tale teoria ben s'accorda con la visione atomistica di Lucrezio, per cui tutta la materia era costituita da un numero infinito di particelle che, cadendo, venivano deviate dall'urto con altri atomi. Questa deviazione (clinamen) provocava la formazione di aggregati corporei e di tutto ciò che compone il mondo.

Data spiegazione dell'insorgere di epidemie Lucrezio passa a trattare il tema della pestilenza abbattutasi sulla città di Atene nel 430 a.C. riprendendo il testo già citato di Tucidide, basandosi sulle fonti fornite dallo storico non solo per quanto riguarda la narrazione dell'evento, ma anche per le scelte stilistiche e lessicali. Il quadro fornito dal poeta latino, dunque, è vivido di dettagli che ripercorrono il passo greco molto precisamente (si guardi soprattutto la parte dedicata all'elenco dei sintomi degli appestati, vv.1119-1229). La fedeltà di Lucrezio, però, non è totale. Mentre il testo tucidideo aveva esigenze descrittive, che presumevano, quindi, una grande oggettività, qui l'autore predilige il piano emotivo e psicologico della vicenda, arricchendo la scena di suggestioni con carattere morale e universale, centrali per l'intento didascalico e pedagogico dell'opera.

Importante è sottolineare la forte antitesi che questo brano crea con l'inizio dell'opera, ovvero l'Inno a Venere del libro I (vv.1-43). Mentre quest'ultimo è un inno alla vita, un'esaltazione del principio della natura generatrice, ricco di freschezza e gioia, la tragica narrazione della peste di Atene chiude il testo con una nota cupa e, ad un primo sguardo, pessimistica. Una conclusione così distruttiva e terrorizzante sarebbe contraria al principio chiave dell'epicureismo, ovvero l'atarassia, volto a liberare l'uomo dalla paura della morte. Ivano Dionigi dà un'ulteriore giustificazione a questo passo:

“Mi pare difficile non riconoscere che il finale della peste rappresenti non già l'ultimo messaggio lucreziano, bensì il modello negativo: l'Atene senza Epicuro, la vita non-epicurea, l'uomo ricattato dalla cupido vitae e dal timor mortis; in una parola, tutto il quadro della peste, potente metafora che assomma tutti i male, si contrappone idealmente – come chiusa efficace e logica – al proemio del libro I.”

Anche C. Salemme trova in questo brano un segno di altissima perizia da parte dell'autore latino, il cui stile raggiunge l'apice proprio nel tetro episodio finale:

A motivare l’episodio della peste di Atene e nell’espressione poetica e nella struttura generale del libro e del poema è stato proprio quel lepos, col quale è così apparentemente in contrasto. Nel brano finale Lucrezio ha dato un quadro poetico di finissima fattura: lo spunto gli veniva direttamente dall’argomento trattato prima, i morbi, prodotti dalla vis, in relazione con la summa rerum; ma i «modi» della resa del brano dovevano conferire all’episodio un tono particolarmente sostenuto e dotto, un tono attraverso il quale il lepos e la consumata perizia poetica dello scrittore dovevano celebrare la loro ultima, più scaltrita manifestazione. E, in realtà, il brano non è altro che una serie di dotte, allusive parafrasi del testo tucidideo, di accurate inserzioni, di contaminazioni da altri autori, di precise intensificazioni patetiche sulla scia della vetusta tradizione del vertere latino. Il pubblico colto, al quale il poema era in particolare destinato, non poteva non affermare la consumata perizia poetica dell’autore: in tal senso, l’intero episodio della peste d’Atene s’atteggia a preciso segno culturale e, proprio per il carattere composito e inconfondibile della sua «scrittura», mostra le interrelazioni tra autore e destinatario dell’opera.

(da C. Salemme, Strutture semiologiche nel De rerum natura di Lucrezio, SEN, Napoli 1980, pp. 86-87)

La narrazione vera e propria comincia al v.1138, dando una contestualizzazione geografica dell'area interessata. A differenza del testo tucidideo, non viene minimamente nominato il particolare periodo storico in cui si scatena il morbo, ovvero l'anno 430 a.C., proprio all'inizio della guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), ciò ci deve ulteriormente convincere che Lucrezio non abbia un intento storiografico, ma che si concentri soprattutto sull'evento in sé e sui significati che esso contiene:

(vv.1138-1143)

1 Ivano Dionigi, commento al v.1286, De Rerum Natura 3

“Questa forma di morbo ed effluvio datore di morte seminò di cadaveri i campi nella terra di Cecrope, desolò le contrade e vuotò la città di abitanti. Sorto e venuto dalle estreme regioni dell'Egitto, varcando gran tratto di cielo e fluttuando sulle pianure, infine gravò sopra tutta la gente di Pandione.”

Si passa poi ad un'attenta descrizione dei sintomi. Confrontando questi versi con il capitolo 49 delle Ἱστορίαι si può notare che l'approccio è diverso: nonostante il poeta latino riprenda precisamente espressioni usate da Tucidide, non manca di “introdurre una serie di personificazioni disperanti che trionfano: Angoscia, Paura, Dolore, Morte. In direzione dell'amplificazione psicologica vanno anche le aggettivazioni univocamente negative e l'insistenza sulla quantità ed estensione del male.”

(Ivano Dionigi nel commento all'opera).

Tutto il brano è caratterizzato da una “anxius angor” (v.1158) “ansiosa angoscia”, bell'esempio di μεγάλη ταλαιπωρία iunctura, che si contrappone alla fisica di Tucidide (49, 3).

I sintomi stessi e le parti del corpo colpite prendono vita e sembrano preparare il lettore al drammatico epilogo dei vv.1230-1286, sovvertendo qualsiasi ordine naturale e morale presente in città. Non vengono colpiti soltanto “corpi”, ma veri e propri centri funzionali dell'uomo, che lo definiscono in quanto tale (“si serrava la via della voce” v.1148, “lingua interprete dell'animo” v.1149, “l'intima parte dell'uomo ardeva fino alle ossa” v.1168, solo per citare alcuni esempi.):

Prima comparsa dei sintomi

La pestilenza fa il suo trionfale arrivo, spargendo subito il terrore. Il rosso è il colore dominante, per indicare l'ardore, la febbre, il delirio che si sta preparando.

(vv.1144-1150)

“E allora cadevano a mucchi in preda al contagio e alla morte. Dapprima avevano il capo bruciante di un ardore infocato, gli occhi iniettati di sangue per un bagliore diffuso. E dentro le livide fauci sudavano sangue, si serrava cosparsa di ulcere la via della voce, e la lingua, interprete dell'animo, stillava di umore sanguigno, fiaccata dal male, ruvida al tatto e inerte.”

Il male entra nel corpo

Il vacillamento dell'animo ha qui il suo inizio. La morte non è più solo esteriore, ma anche del principio che tiene l'uomo vivo. La malattia non uccide tanto per i suoi atroci sintomi, ma perché logora gli ammorbati fino a farli impazzire. Più che per il corpo, è una tortura per l'anima, che non riesce a trovare pace in alcun modo (“anxius angor” v.1158). Nemmeno i medici (v.1179) sanno come comportarsi, non hanno risposte, non hanno soluzioni, non hanno rimedi. Si è impotenti davanti ad un fenomeno così tragico.

(vv.1151-1192)

“Quando poi il violento contagio attraverso le fauci invadeva il petto, e affluiva per intero al cuore dolente dei malati, tutte davvero le barriere della vita vacillavano. L'alito effondeva dalla bocca un orribile lezzo come quello che emanano le marce carogne insepolte. Le forze dell'animo intero e tutta la fibra del corpo languiva sulla soglia stessa della morte. Agli atroci dolori era assidua compagna un'ansiosa angoscia, e un pianto mischiato a continui lamenti. 4

E spesso un singulto continuo di giorno e di notte, costringendoli a contrarre assiduamente i nervi e le membra, tormentava e sfiniva gli infermi già prima spossati. Né avresti potuto notare alla superficie del corpo la parte esteriore bruciare di ardore eccessivo, ma piuttosto offrire alle mani un tiepido tatto e insieme tutto il corpo arrossato da ulcere simili a ustioni, come quando il fuoco sacro si sparge su tutte le membra. Ma l'intima parte dell'uomo ardeva fino al fondo delle ossa, una fiamma bruciava nello stomaco come dentro un forno. Non vesti sottili e leggere potevano giovare alle membra dei malati, ma questi cercavano sempre vento e frescura. Parte, riarsi dalla febbre, abbandonavano il corpo ai gelidi fiumi, le nude membra distese nelle onde. Molti piombarono a capofitto nelle acque dei pozzi, protesi verso di essi con la bocca anelante: un'arida insaziabile arsura, sommergendo quei corpi, uguagliava gran copia di liquido a povere stille. Né v'era una tregua al male, ma i corpi giacevano sfiniti. In silenzioso timore esitava l'arte dei medici, e intanto i malati volgevano senza posa lo sguardo degli occhi sbarrati, riarsi dal male e insonni. Allora apparivano numerosi presagi di morte: il torvo cipiglio, lo sguardo demente e furioso, e inoltre l'udito assillato da una folla di suoni, il respiro affrettato, oppure lento e profondo, il collo bagnato dal liquido di un sudore lucente, rari e sottili gli sputi, amari, d'un giallo rossastro, espulsi a fatica dalle fauci con rauchi insulti di tosse. I nervi delle mani non tardavano a contrarsi, e gli arti a tremare, e man mano a succedere un gelo dalla pianta dei piedi.”

Giunge l'ora suprema

La morte giunge, ma quelli che porta via non sono più esseri umani: sono creature già spente dentro, private della loro linfa vitale, gusci vuoti e sfigurati.

(vv.1192-1198)

“E infine, nell'ora suprema, le nari sottili, la punta del naso affilata, gli occhi infossati, le concave tempie, la gelida pelle indurita, sul volto un'immobile smorfia, la fronte tirata e gonfia. Di solito all'ottavo apparire della fulgida luce del sole, o al nono splendore del giorno, gli infermi rendevano la vita.”

Il supplizio per chi sopravvive

Però non sono i morti ad essere andati contro al destino peggiore. Chi ha evitato la fine, è condannato ad un'esistenza ancora più tremenda: la pazzia che li aveva colti, non svanisce, ma li porta al delirio assoluto. Il morbo s'impossessa definitivamente dei nervi, si fa padrone indiscusso della loro anima, consegnandoli all'oblio.

A differenza del testo di Tucidide, non è la malattia a far perdere loro gli arti, ma sono loro stessi che si auto-mutilano, in preda alla più profonda disperazione. 5

(vv.1199-1214)

“E se alcuno di loro, come accade, aveva evitato la morte, per le orribili piaghe e il nero profluvio del ventre anche a lui era serbata più tardi la consunzione e la morte, o anche sgorgava sovente, con dolori di capo, gran copia di sangue corrotto dalle nari ricolme: qui fluivano tutte le forze e la fibra dell'uomo. E inoltre chi fosse scampato a quell'acre profluvio di orribile sangue, a lui il morbo scendeva nei nervi, negli arti e nelle parti genitali del corpo. Alcuni, atterriti di giungere alle soglie della morte, vivevano mutilandosi col ferro degli organi virili, altri, amputati delle mani e dei piedi, tuttavia rimanevano in vita, e altri perdevano il lume della vista. A tal punto il timore della morte era penetrato in costoro. E anche taluno fu preso dall'oblio di ogni cosa, così da non poter riconoscere nemmeno se stesso.”

L'epidemia è totale

Niente segue più il normale corso. Nemmeno gli animali si cibano dei morti, che rifuggono in preda al ribrezzo.

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Sintesi

Introduzione Pandemie tesina

Questa tesina di maturità descrive le pandemie. Inoltre la tesina permette i seguenti collegamenti interdisciplinari: in Latino il De Rerum Natura di Lucrezio, in Greco l'Iliade e la Guerra del Peloponneso di Tucidide, Inglese The masque of red death di Poe, in Scienze Yersinia Pestis, in Italiano I Promessi Sposi di Manzoni e il Decameron di Boccaccio, in Antropologia Armi acciaio e malattie di Diamond.

Collegamenti

Pandemie tesina

Latino - De Rerum Natura (Lucrezio). Greco - Iliade di Omero e La Guerra del Peloponneso di Tucidide. Inglese - The masque of red death (Poe). Scienze - Yersinia Pestis. Italiano - Promessi Sposi (Manzoni) e Decameron (Boccaccio). Antropologia - Armi acciaio e malattie (Diamond).
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