Dal nazionalismo antisemita all'ebreocentrismo
Introduzione
Dopo una panoramica generale sul nazionalismo, mi soffermerò in particolare sul nazionalismo antisemita, analizzando la storia ebraica più moderna, aprendo una parentesi su una delle più grandi scrittrici ebraiche del '900 e arrivando all'enorme barriera di separazione tra Israele e Palestina, lunga oltre 700 km e alta fino a 9 metri, il doppio del muro di Berlino.
In questo mio lavoro vorrei, innanzitutto, comprendere e far comprendere, analizzando la questione attraverso una riflessione che inizia con la condizione ebraica nella storia moderna e termina con l'attuale questione palestinese. Credo che sia dovere civico di ogni cittadino serbare memoria della Shoah, evento storico vergognoso, nonché delle abominevoli leggi razziali contro gli ebrei. Il ricordo di quella immane tragedia ci serve per tentare di comprendere, approfondire come e quanto le derive populiste e totalitaristiche possano provocare degenerazioni nel sistema su cui si fonda uno Stato. Ecco perché credo che sia una riflessione fondamentale soprattutto per i giovani, affinché riescano a farsi carico di costruire una nuova coscienza umanitaria con il fine di rifuggire dalla guerra, dall'odio razziale e dal fanatismo sia esso religioso che politico.
In alcune parti, la mia critica, potrebbe sembrarvi dura, aspra. Nelle mie parole non è presente l’odio ma una dura condanna per quello che è potuto accadere e per tutto ciò che ancor oggi accade per colpa dell’ “indifferenza”.
Quando sono stato ospite a casa di Liliana Segre, sopravvissuta all’indicibile Auschwitz/Birkenau, ho potuto pienamente capire il peso dell’indifferenza.
Con questo mio scritto vorrei cercare di uscire dalla "zona grigia", (Levi in "Sommersi e salvati"), dagli “spettatori" ("Carnefici, vittime e spettatori" di Raul Hilberg). Perché quella parte in causa è stata ed è la più numerosa, quella che ha permesso che tutto accadesse e possa ripetersi nel più assordante silenzio.
Non basta dire “Mai più!” perché il silenzio di noi italiani dopo il 1938 è la scelta di un quieto vivere disilluso, privo di passioni, costruito sull'insignificanza del dolore altrui. Quando periodicamente la realtà, in forma brutale, ci impone confronti con il malessere umano (tra questi vi è sicuramente il MURO), il silenzio come indifferenza diventa la nostra possibile via di salvezza per non lasciarci interrogare da quelle sgradevolezze e da un’analisi sulle nostre responsabilità. La strategia del silenzio salva nel presente, forse permette di avere un futuro ma non ci lascia uguali a prima. Abbassa le soglie dell’autoassoluzione e innalza quelle dell’indifferenza.
Nazione e nazionalismo
Lo Stato è la massima organizzazione costituita da una comunità, residente all’interno di un determinato territorio, per il governo della comunità stessa. Lo Stato è un concetto giuridico.
Spesso lo Stato viene identificato con la nazione o con la patria.
La Nazione è un concetto culturale, infatti, indica il gruppo etnico come comunità umana che condivide la stessa lingua, la stessa cultura, la stessa storia e provenienza geografica. Il legame che esiste tra un soggetto e tale gruppo è detto Nazionalità.
La Patria è la terra dei padri da cui deriva il termine patriota che è colui che ha un forte sentimento di appartenenza ad un determinato territorio ed alla sua gente che è disposto a difendere anche con la vita.
Allo Stato appartiene il concetto di cittadinanza.
Per cittadinanza si intende infatti la condizione di ogni persona fisica (cittadino) alla quale lo Stato riconosce un insieme di diritti civili e politici in funzione della sua appartenenza a esso.
La cittadinanza si configura in due distinti modi: come uno status della persona (anzi, lo status primario), a cui si ricollegano diritti e doveri, e come rapporto giuridico che lega la persona-cittadino allo Stato. Ogni Stato fissa regole per l’acquisto o la perdita della cittadinanza. In generale si possono individuare in due distinte filosofie sottese all’acquisto della cittadinanza e dei diritti e doveri che a essa si ricollegano: quella basata sullo ius sanguinis e quella fondata sullo ius soli.
Lo ius sanguinis è il principio del diritto di sangue, in base al quale risulta cittadino dello Stato colui che può vantare una diretta discendenza da altri soggetti giuridicamente appartenenti a quel determinato Stato.
Lo ius soli è il principio della terra, in base al quale si è cittadini dello Stato per il fatto di essere nati sul territorio di quello Stato.
Il cosmopolita è cittadino del mondo, che sente come sua patria il mondo e si sposta da una nazione all’altra, assimilandone le diverse culture.
L'idea di Nazione, a partire dal 1850, assunse sempre più un carattere reazionario e militaresco, fino a diventare ideologia di guerra durante il primo conflitto mondiale e nel ventennio successivo.
Questo mutamento viene spiegato solitamente con il ricorso alla distinzione tra il principio di nazionalità e nazionalismo.
| Principio di nazionalità | Nazionalismo |
|---|---|
| L'idea di nazione è sinonimo di libertà e democrazia. | L'idea di nazione è sinonimo di affermazione e superiorità. |
| La nazione e l'umanità, cioè la comunità internazionale, non sono tra loro rivali. | Nell'ambito della comunità internazionale, le nazioni sono tra loro rivali. |
| La nazione si fonda sulla volontà dei cittadini e sull'autonoma decisione dei popoli. | La nazione è espressione della naturale divisione del genere umano. |
| I rapporti fra nazioni sono regolati dal diritto internazionale. | Poiché la nazione è determinata dalla natura, è destinata a seguire la legge dell'evoluzione degli organismi, che premia il migliore a danno del più debole, la guerra è pertanto la necessaria manifestazione della “selezione naturale” tra le nazioni. |
| Per indicare chi ama la propria nazione si usa il termine di patriota. | Per indicare chi ama la propria patria, ma nel contempo odia quella degli altri, si usa il termine nazionalista. |
Il Nazionalismo è un complesso di comportamenti ideologici e politici che, identificando il concetto di nazione con quello di patria e deformando ed esasperando il naturale sentimento morale del patriottismo e il principio politico di nazionalità, considera la nazione come il supremo valore etico - politico ed etico - culturale e fa del prestigio della nazione il principio supremo e totalizzante cui deve ispirarsi l’azione politica.
Gli Ebrei (diaspora e identità ebraica)
Gli Ebrei si considerano un popolo in esilio da quando, nel 135 d.C. L'imperatore romano Adriano vietò loro di risiedere a Gerusalemme e in tutta la Palestina. Da allora iniziò la diaspora, cioè la dispersione degli Ebrei in tutto il mondo.
Nei secoli successivi gli Ebrei furono oggetto d’intolleranza e persecuzione. Ma ricostruirono sempre le loro comunità religiose, mantennero viva la loro identità nazionale attorno alla Sinagoga.
L'essere Ebrei costituiva un riferimento comune e rappresentava un sentimento di diversità che accomunava questo popolo senza terra.
Paolo, nella sua lettera ai Galati 3,26-29, scrisse: non c’è né ebreo né gentile.
Per gli ebrei antichi e per i primi cristiani, il termine “gentile” definiva i cittadini delle nazioni straniere e, più in generale, i pagani. Dalla diaspora è insita negli ebrei una doppia identità: essere ebrei e, allo stesso tempo, stranieri, integrando l'identità ebraica nel mondo gentile.
L’emancipazione degli ebrei e la loro integrazione nelle nazioni occidentali si realizzarono secondo un processo contrastato, nel corso del quale le idee di tolleranza progredirono lentamente.
Gli ebrei furono così, a poco a poco, integrati nelle nazioni come giuridicamente uguali anche se pur gentili.
La nozione di popolo si attenuò negli ebreo-gentili, integrati nelle nazioni, per riapparire solo alla fine del XX secolo. Gli ebrei diventarono ebreo-gentili, cittadini delle nazioni occidentali moderne.
In maniera diversa gli ebreo-gentili hanno partecipato alla formazione e alla trasformazione del mondo moderno. La loro diaspora è stata un fattore di cosmopolitismo, il loro cosmopolitismo è stato un fattore di mondializzazione, sia economica sia culturale.
La situazione semiorfana e cosmopolita degli ebreo-gentili favorì la creatività intellettuale ed estetica.
Le qualità degli ebreo-gentili si sono mostrate considerevoli nelle scienze e nelle arti.
Marx rivoluzionò la concezione della storia e della società; Freud rivoluzionò la concezione dell’essere umano ed Einstein rivoluzionò la concezione del mondo.
Gli ebreo-gentili sono stati presenti nei grandi sviluppi culturali dell’Europa.
Una borghesia colta di mecenati e collezionisti (Wildenstein, Guggenheim) ha favorito gli artisti.
Gli ebreo-gentili presenti nella pittura furono: Gustav Klimt, Modigliani, Chagall; nella musica: Mahler, Schonberg, Kurt Weill, Gershwin; nella letteratura: Dostoevskij, Marcel Proust; in Italia: Primo Levi, Alberto Moravia, Italo Svevo, Umberto Saba, Giorgio Bassani, Natalia Ginzburg e Elsa Morante.
Mi soffermo in particolare a parlare di quest'ultima.
Elsa Morante e La Storia
Elsa Morante, una donna spesso infelice, una donna piena di contraddizioni, una scrittrice, forse la più grande scrittrice italiana di tutti i tempi, che con La Storia, il suo libro più famoso, voleva far aprire gli occhi al mondo, promuovere un cambiamento. Non vi è riuscita, ma il romanzo rimane comunque un capolavoro della letteratura italiana. Scritto nel 1974 è un romanzo destinato a un grande pubblico, quello che molti critici hanno definito un “romanzo popolare”, importante soprattutto per la grandezza del suo messaggio, La Storia in quanto tale. Sullo sfondo della Seconda Guerra mondiale viene rappresentata una società dove gli umili e i poveri sono vittime inconsapevoli di demoni eterni: il potere, la conquista e il denaro. Il libro inizia, infatti, con una citazione intensa di un sopravvissuto di Hiroshima: Non c’è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte. Persone vittime di una guerra che non hanno voluto, chiamati a combattere per ideali che celano invece oscuri obiettivi dei potenti, che muoiono per cause che non conoscono. Vittime di una Guerra che ha distrutto un continente intero. In questo quadro di desolazione conosciamo la famiglia protagonista del romanzo. Una famiglia di modeste condizioni che fin dalle prime pagine commuove il lettore. Ida Ramundo, vedova e madre di Nino, subisce a Roma nel 1941 la violenza di un soldato tedesco.
Incredibile come un atto così bestiale e ai limiti della comprensione umana generi una prodigiosa creatura innocente, Giuseppe detto Useppe. Sarà proprio l’innocenza infantile di questo bambino, il suo modo tenero di vedere la realtà, i suoi giochi e le sue risate su uno sfondo di morte, a dare uno spessore maggiore a questo romanzo. La famiglia subirà tutte le traversie della Grande Guerra, dalla perdita della casa alla scomoda convivenza con altri sfollati, al disagio che solo coloro che hanno vissuto quei duri anni possono comprendere, un disagio dato dalla perdita di qualsiasi bene. Nino, il figlio maggiore, come la maggior parte dei giovani dell’epoca si fa smanioso davanti agli eventi.
Il desiderio di crescere in fretta, la voglia di libertà e di indipendenza lo portano prima tra gli schieramenti fascisti, poi la personalità ribelle lo conduce tra i partigiani, e infine il suo coraggio lo rende vittima della polizia. Nino, un giovane come tanti, morto prima di vivere. Il piccolo Useppe invece resta vittima del suo male, l’epilessia. Un bambino che nonostante le circostanze riesce a vivere la sua infanzia come fosse in una bolla di sapone. L’autrice con tono distaccato ma non indifferente racconta la storia di questi uomini, la storia degli umili, delle persone che se pur sconfitte sul campo di battaglia sono vincitrici nella vita e quindi nella storia. In un solo libro vengono affrontate tematiche importanti come la guerra, la violenza, il mondo dell’infanzia collocato in un’atmosfera a dir poco magica.
L’aspetto realmente affascinante è che tutto ciò che è brutto, la malattia, la morte, la guerra è escluso dalla visione infantile. È come se Useppe non vedesse la realtà che lo circonda. Guarda con gli occhi di un bambino e attraverso una sana fantasia rielabora dentro di sé un mondo fantastico. Così per Elsa Morante l’infanzia diventa non solo innocenza ignara ma anche vitalità immediata e gioiosa. Un romanzo che tocca i cuori anche dei più duri e cinici.
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- Diritto - Stato, Nazione, nazionalità
- Storia - Nazismo, nazionalismo, questione ebraica
- Italiano - Elsa Morante "La Storia"