Tesina multidisciplinare
di
Ilaria Taccori
Liceo scientifico statale “Michelangelo”
Indice
Anno scolastico 2010-2011
1
Introduzione....................................................
- ...3
Italiano: il pessimismo leopardiano..................................4
- Latino: Plinio il Vecchio e la sua storica morte..............11
- Geografia astronomica: i vulcani..............................14
Filosofia: la natura per Fichte, Schelling ed Hegel..17
- Inglese: the romantic poets Wordsworth, Colleridge and Shelley....................................................20
Bibliografia................................................
- …….. 2
Introduzione
La natura è l'universo considerato nella sua forma, nella totalità dei fenomeni e delle forze che in esso si manifestano, dai fenomeni del mondo fisico a quelli della vita in generale.
Natura
Il termine deriva dal latino e letteralmente significa “ciò che sta per nascere”: a sua volta deriva dalla traduzione latina della parola greca physis (φύσις). Il concetto di natura come un tutto che va a comprendere anche l'universo fisico è una delle molte estensioni del concetto originale; iniziò con alcune applicazioni di base della parola φύσις da parte dei filosofi presocratici ed ha guadagnato costantemente credito da allora. La “natura” può riferirsi alla sfera generale delle piante e degli animali, ai processi associati ad oggetti inanimati, al modo in cui determinati tipi di cose esistono ed al cambiamento spontaneo come i fenomeni meteorologici o geologici della Terra, la materia e l'energia di cui tutte queste cose sono composte.
La natura, nel lungo corso della storia, è stata presa in considerazione e esaminata da vari punti di vista dalla scienza alla letteratura, dalla filosofia all’arte. Il concetto di natura che prenderò in considerazione sarà quello esaminato dai grandi protagonisti dell‘800, durante la corrente romantica, dall’Italia alla Gran Bretagna, alla Germania, con alcuni appropriati riferimenti all’epoca degli imperatori romani del I secolo d.C., periodo in cui la natura spaventava l’essere umano. 3
Giacomo Leopardi: la natura benigna e maligna
Per comprendere meglio il titolo della tesina si può risalire al pensiero di due letterati molto significativi per quanto riguarda il tema della natura, ossia Plinio il Vecchio e Giacomo Leopardi.
Due uomini nati a distanza di secoli ma uniti dallo stesso dilemma: la natura è una madre benigna o una matrigna nei confronti dell’uomo?
Lo stesso Plinio il Vecchio disse “è tutt’altro che facile determinare se la natura si è dimostrata per l’uomo una tenera madre o una spietata matrigna”.
Giacomo Leopardi (1798-1837) nel celebre ritratto di A. Ferrazzi del 1820 circa a Recanati, casa Leopardi.
Il pensiero
Giacomo Leopardi (1798 Recanati-1837 Napoli) esaminò la natura da diversi punti di vista.
Nella prima fase del suo pensiero, che va sotto il nome di pessimismo storico, Leopardi concepisce la natura come una madre benigna e provvidenziale attenta al bene delle sue creature. Al centro del pensiero, ovviamente, ritroviamo il pessimismo leopardiano che si raffigura nell’infelicità dell’uomo; l’autore identifica la felicità con il piacere, ma l’uomo non desidera un piacere, bensì il piacere: aspira cioè a un piacere che sia infinito. Pertanto, siccome nessuno dei piaceri particolari goduti dall’uomo può soddisfare questa esigenza, nasce in lui un senso di insoddisfazione perpetua. Da questa tensione nasce l’infelicità dell’uomo. Ma la natura, come abbiamo detto, è una madre premurosa che offre ai propri figli dei rimedi a questa infelicità: l’illusione e l’immaginazione, grazie alle quali ha nascosto agli occhi dell’uomo misero le sue effettive condizioni. Questa fase è costruita sull’antitesi tra natura e ragione e tra antichi e moderni. Gli antichi, attraverso le illusioni, erano capaci di imprese eroiche, erano più forti fisicamente, e questo favoriva la loro forza morale, la loro vita era più attiva e intensa, e ciò contribuiva a far dimenticare il vuoto dell’esistenza. Il progresso della civiltà e della ragione, spegnendo le illusioni, ha reso i moderni incapaci di azioni eroiche, ha generato meschinità ed egoismo. Quindi la colpevole di questa infelicità è la ragione, che con il suo sviluppo ha trascinato l’uomo lontano dalla via tracciata dalla natura benigna. Ma questo periodo svanì molto presto, entrando in crisi e introducendo la seconda fase del pensiero leopardiano, destinata, però, a essere solo una fase transitoria. Lo scrittore tenta di uscire da queste contraddizioni attribuendo la colpa al fato; propone quindi una concezione dualistica, natura benigna contro fato maligno. Questo pensiero si capovolge interamente nella terza fase in cui Leopardi si rende conto che, più che al bene dei singoli individui, la natura mira alla conservazione della specie, e per questo fine può anche sacrificare il bene del singolo e generare sofferenza, inoltre è stata la natura a mettere nell’uomo quel desiderio di infelicità infinita senza dargli i mezzi per soddisfarlo. La natura viene così concepita non più come madre amorosa ma come meccanismo cieco, indifferente alla sorte delle sue creature. Non è più una concezione finalistica (la natura che agisce per il bene delle sue creature) ma materialistica e meccanicistica (tutta la realtà non è che materia regolata da leggi meccaniche). La colpa dell’infelicità non è più dell’uomo e della ragione ma solo della natura che prende tutte le caratteristiche prima appartenenti al fato. Se, però, la causa dell’infelicità è la natura stessa, tutti gli uomini, in ogni tempo, in ogni luogo, sotto ogni forma di governo, sono necessariamente infelici, anche gli antichi. Il pessimismo storico si amplia così a un pessimismo cosmico.
Il pensiero attraverso le opere
Ma ora analizziamo il percorso del pensiero leopardiano attraverso le opere più significative:
Per quanto riguarda il periodo del pessimismo storico le opere più significanti risultano tratte dagli Idilli, scritti tra il 1819 e il 1821; in particolare L’Infinito (1819, Recanati) pubblicato per la prima volta nel periodico bolognese “Il Nuovo Ricoglitore” (1825).
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e 'l suon di lei. Così tra questa
Infinità s'annega il pensier mio:
E 'l naufragar m'è dolce in questo mare.
“Secondo manoscritto autografo” (Visso, Archivio comunale)
Questo componimento fu scritto dal nostro autore nel momento in cui egli aveva maggior bisogno di evadere, di “fuggire” da Recanati, così ritroviamo in questa poesia la poetica del vago e dell’indefinito.
Ma quali sono i punti più salienti di questa poetica?
Come prima spiegato, l’uomo, per sua natura, ha bisogno di raggiungere la felicità, il piacere, ma questa volontà si raffigura infinita, impossibile da ottenere. L’unica soluzione dell’uomo è raggiungere questa felicità attraverso l’immaginazione, l’illusione di aver raggiunto questi piaceri; così la realtà immaginata costituisce l’alternativa a una realtà vissuta che non è che infelicità e noia.
Da cosa è stimolata l’immaginazione?
La risposta sintetica sarebbe: tutto ciò che è vago e indefinito (considerato il bello poetico). Per spiegare ciò Leopardi formula due teorie:
- La teoria della visione, per la quale è piacevole ciò che suscita la visione di una siepe, un albero, una torre, in quanto danno libero sfogo all’immaginazione e rimandano a qualcosa di indefinito;
- La teoria del suono, rimanda sempre a qualcosa di indefinito ma questa volta tramite suoni, come per esempio un canto che vada a poco a poco allontanandosi o lo stormire del vento tra le fonde.
Tutto ciò ci è dato dall’uso di parole poetiche che suscitano idee indefinite come: lontano, antico, ultimo, eterno. Tutte queste immagini evocano un qualcosa che ci ha affascinato da giovani. Giungiamo così a un concetto essenziale nella poetica di Leopardi ossia la «rimembranza».
Ne L’Infinito, come abbiamo preannunciato, ritroviamo queste teorie. In base a questo possiamo dividere la poesia in due parti: la prima dominata dalla teoria della visione e la seconda dalla teoria del suono. Le parole chiave, usate nella poesia per individuare tali teorie, sono per quanto riguarda la visione: l’ermo colle (v.1), questa siepe (v.2), indeterminati spazi (vv.4-5); mentre per quanto riguarda l’immaginazione prodotta da una sensazione uditiva sono il rumore del vento tra le piante paragonato all’infinito silenzio creato dall’immaginazione (vv. 8-11).
L’opera significativa del passaggio dal pessimismo storico al pessimismo cosmico la troviamo all’interno delle Operette Morali ossia Dialogo della Natura e di un Islandese.
L’operetta fu scritta fra il 21 e il 30 maggio 1824. Lo spunto fu offerto dalla Storia di Jenni di Voltaire, dove, nel contesto di un discorso sui flagelli da cui sono tormentati gli uomini, si parla delle terribili sorti degli Islandesi, minacciati insieme dal gelo e dal vulcano Hekla. Da qui l’idea di assumere un Islandese come esempio dell’infelicità dell’uomo e dei mali che lo affliggono per colpa della natura.
Il personaggio, l’Islandese, è un uomo che vive una realtà estremamente crudele e viaggia per raggiungere finalmente un posto in cui la natura sia meno crudele, ma si accorge che non è possibile.
La natura viene raffigurata come una donna smisurata, seduta a terra con il corpo diritto e con il volto a metà strada tra il bello e il terribile (ambiguità della natura).
Vi è, inoltre, una duplice visione della natura: l’islandese la individua come una natura malvagia che perseguita le sue creature, mentre la natura stessa si difende affermando che lei procura il male alle sue creature senza accorgersene in obbedienza a delle leggi oggettive, la natura non si accorge neanche di tutto quello che capita agli uomini perché fanno tutti parte dello stesso ciclo.
“Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n'avveggo, se non rarissime volte.
- Italiano: Giacomo Leopardi
- Latino: Plinio il Vecchio
- Geografia astronomica: I vulcani
- Filosofia: Johann Gottlieb Fichte; Friedrich Schelling; Georg Wilhelm Friedrich Hegel
- Inglese: William Wordsworth; Samuel Taylor Coleridge; Percy Bysshe Shelley