Introduzione
Il motivo per il quale ho scelto come tema centrale Napoli è perché questa città me la sento mia più di ogni altra cosa. Napoli è un chiaroscuro. Ombre molte, che però non coprono le tante luci, poiché la sua cultura sarà sempre superiore alla miseria e ai mali della città. Le ombre sono rappresentate da coloro che hanno scelto la strada della camorra, dagli stessi figli di Napoli disamorati e ignoranti che con la loro rassegnazione ammazzano la propria città ogni giorno, e infine da quegli italiani ignoranti che si spendono nel turpiloquio contro una terra di cui non conoscono storia e cultura. Tutto questo eclissa Napoli, ma non potrà comunque mai farla tramontare.
È una metropoli unica nel panorama internazionale, un misto di storia, bellezza monumentale e paesaggistica, pregna di cultura trimillenaria, colpevolmente sconosciuta da parte dei napoletani stessi. Secondo me è impossibile trovare nel mondo un altro luogo urbanizzato dove sia stato radunato tutto il bello della natura, come Napoli. Quella napoletana è una stirpe con potenziale enorme che, se applicato altrove, produrrebbe mirabilie e apprezzamenti.
Uno dei suoi tratti più apprezzati è certamente la vitalità, energia sprigionata con la teatralità cui i napoletani si affidano istintivamente per rapportarsi al complesso incidere della vita, così come anche il senso di orgoglio assopito nei suoi cittadini, difficilmente tangibile altrove. D’altronde è tutto sotto gli occhi, nelle strade, nelle piazze, nei monumenti, nel cibo, nelle espressioni e nei costumi. In questo è racchiusa la nostra identità, che è il segreto e l’unica vera e grande risorsa sociale di Napoli.
Storia
La forza delle radici di Napoli fu messa alla prova durante il periodo del secondo dopoguerra. Napoli, infatti, ha resistito all’americanizzazione, nonostante abbia avuto per tanto tempo le truppe americane, poiché una volta ripartiti questi soldati, tutto quanto era americano, era stato cancellato. La forza dei napoletani stava e sta ancora in questo: nel carattere, nella tradizione, nelle radici. Ciò viene confermato anche dalla canzone “Tu vuò fa l’americano”: fu respinta, ironicamente, la ventata di sfrenato americanismo.
Negli anni del famoso secondo dopoguerra, non dobbiamo dimenticare che Napoli non era stata soltanto liberata ma anche occupata e che ogni occupazione porta con sé violenza e degrado. Le truppe alleate, infatti, compirono stupri, furti e rapine.
I primi mesi furono i più difficili: nel dicembre del ’43 la quantità di cibo era addirittura inferiore a quella che i napoletani avevano ricevuto durante la guerra. Potevano accontentarsi solo di patate, vegetali e bucce delle fave dei piselli. Esistevano comunque evidenti sacche di privilegio e di benessere. Gli stessi alleati erano irritati dinnanzi a certe disparità. Inoltre vi era disoccupazione, mancanza di alloggi, paralisi di tutte le attività produttive e quindi l’inflazione. La differenza tra Nord e Sud si aggravò.
Mussolini prima della guerra era convinto che i napoletani con essa avrebbero potuto rafforzarsi, divenire un popolo nordico. In realtà la città era andata in pezzi. Napoli, come scrisse il soldato Hall, era letteralmente prostrata ai bombardamenti, il porto aveva subito danni incalcolabili con le banchine ridotte in macerie e i fondali ostruiti da navi affondate, le banche erano chiuse, le prigioni erano state aperte dai tedeschi e quindi tutti i criminali erano in libertà, le macchine delle fabbriche erano fuori uso, le Università e biblioteche devastate, l’acquedotto distrutto così come anche gli impianti di pompaggio che consentivano il funzionamento della rete fognaria.
Dunque, non c’era acqua ed il rischio delle infezioni intestinali era sempre più grave. Gli ospedali erano danneggiati e quelli in funzione erano privi di medicine. Non c’era illuminazione, dopo il tramonto la città era completamente avvolta dalle tenebre. In questo clima di miseria si distinse fra le tante figure quella del tipico “scugnizzo” napoletano.
In quel periodo vi erano bambini in ogni punto delle strade e via via che il coprifuoco veniva spostato, questi passavano le serate sui marciapiedi, con un pezzo di pane nero rosicchiato accanto a loro, più furbi e vitali di quanto si potesse immaginare.
Per quanto riguarda l’economia, la ripresa fu possibile grazie al mercato nero che seppur fenomeno negativo, diede vita ad un’intensissima attività commerciale. Gli alleati sapevano ma non repressero mai nulla. Già con loro si diffuse il tipico atteggiamento volto a giustificare l’illegalità nel caso che apparisse necessaria per sopravvivere. Il mercato nero fu in qualche modo riconosciuto indispensabile per compensare il limitato apporto calorico fornito dal razionamento.
Facciamo un passo indietro. Con l’arrivo delle truppe alleate nell’ottobre del ’43, i napoletani, che non si smentivano mai neanche in passato, mostrarono tutta la loro vitalità e tutto il loro entusiasmo nell’accoglienza. Essi infatti, nonostante fossero in condizioni di estrema povertà, abbracciavano e offrivano ai frastornati ed imbarazzati militari i pochi doni disponibili, talvolta privandosi anche del loro cibo, come le mele che venivano lanciate come proprio omaggio.
La città esplose e così quella che doveva essere una cauta operazione militare, si trasformò in un caotico e trionfale spettacolo di piazza. Una città affamata che tuttavia, come scrisse De Sanctis, offriva invece di chiedere. I napoletani erano rimasti affascinati dalla ventata di nuovo portata dai soldati anglo-americani e per questo riponevano in loro grande fiducia. Basti pensare ai nuovi gusti di sigarette, al pane bianco, alla coca-cola, alla cioccolata e tanto altro.
Gli alleati dovevano avere come scopo principale quello di instaurare la democrazia e maggiore giustizia nei rapporti sociali, ma dovettero impegnarsi anche ad assicurare la ripresa del benessere e dei servizi. Essi si insediarono con la pienezza dei poteri il più rapidamente possibile, evitando a Napoli la fase di interregno tra il periodo fascista e il loro arrivo.
Questo fu possibile anche grazie alla debolezza del CNLN, di assumere il controllo della città di seguito al movimento insurrezionale delle Quattro giornate e quindi dopo la ritirata tedesca. Tuttavia, l’emergenza non terminò poiché vi erano ancora minacce con bombe a tempo da parte di alcuni tedeschi che causarono veri e propri massacri senza senso, solo per intralciare l’operato dei soldati alleati.
Non fu sempre tutto rose e oro, infatti come accennato inizialmente, non mancò la violenza dei rapporti tra soldati e popolazione. Una condotta “scorretta” fu esercitata soprattutto nei confronti di certe donne, costrette a prostituirsi per portare a casa una scatoletta di cibo in più. Non finisce qui, era infatti risaputa l’eccessiva diffusione di alcol fra le truppe, la frequenza di rapine, così come era ammessa l’impotenza della polizia italiana nell’intervenire contro gli alleati. Molti napoletani reagivano, per questo si scatenavano spesso risse gigantesche.
La situazione di crisi rimase a lungo, l’esercito alleato non riuscì a ribaltare la situazione, i primi miglioramenti si videro solo a partire dalla Primavera del ’44, ma in ogni caso negli anni successivi Napoli sarebbe rimasta esclusa dal processo di ricostruzione e di ripresa economica avviato nel Paese, per la scelta attuata dai gruppi dirigenti nazionali di concentrare tutte le risorse disponibili e i mezzi finanziari forniti dagli americani nei grandi centri industriali del Nord.
Italiano
Le ragioni narrative è una rivista fondata di seguito al periodo del dopoguerra, da un gruppo di intellettuali napoletani, i quali oltre a dibattere proprio sulle ragioni della narrativa nell’acceso dibattito europeo, diedero un forte contributo culturale e civile alla città di Napoli.
Il fine di questi intellettuali era essenzialmente quello di fare fatti e non parole, infatti probabilmente fu anche per questo motivo che il ciclo della rivista durò poco più di un anno. Le ragioni narrative tentava di mettere insieme scrittori con disparità di vedute, tutto sommato indipendenti, che non avevano mai fatto squadra, che volevano pervenire ad una riflessione mai retorica e ripetitiva, ma sempre critica e sostanziale.
I redattori, nonostante alcune offerte di editori del Nord, volevano assolutamente conservare la rivista a Napoli, dove, come scrissero gli stessi componenti della rivista, anche le migliori iniziative, che in altre città sarebbero risultate eccellenti, qui erano purtroppo condannate a morire. Questo ha rappresentato altro motivo di fine della rivista. I loro saggi trattavano idee e problemi che nutrivano il loro sangue e facevano da naturale sottofondo ai loro scritti narrativi.
Prisco, uno dei maggiori esponenti, affermava infatti che in quel periodo, soprattutto dopo i problemi venutesi a creare con il secondo dopoguerra, un narratore non poteva esimersi dal partecipare al dibattito culturale.
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Storia: secondo dopoguerra: gli Alleati a Napoli
- Italiano: L'impegno civile e "Le Ragioni Narrative"
- Filosofia: Marx: la praxis
- Geografia astronomica: Il Vesuvio
- Latino: Plinio il Vecchio e l'eruzione del 79 d.C.
- Fisica: il magnetismo
- Arte: Teatro di San Carlo e la Cappella San Severo
- Inglese: Naples in the English travel memoirs