Tesina multidisciplinare
Liceo scientifico E. Majorana
A.S. 2010/2011
Anno scolastico: la candidata: Alessandra Carlomagno
Indice
Premessa
Ho deciso di incentrare la mia tesina sulla danza perché è ciò che più amo fare al mondo e al fine di rendere interessante e piacevole la mia tesina sono stata influenzata proprio dalla magnifica arte della danza.
Ho cominciato a seguire le prime lezioni di danza da piccola ed è stato subito amore ma quando ho iniziato ad ascoltare il mio corpo e a fare mio ogni singolo passo, ogni posizione e ogni movimento è nata in me una vera e propria passione per questa fantastica disciplina.
Spesso le discipline scolastiche vengono considerate noiose ma l’aver cercato di collegare tutte le materie (anche le più improbabili) alla danza mi ha permesso di interessarmi a queste e di studiarle con piacere.
Nietzsche e la danza
Friedrich Nietzsche nasce il 15 ottobre 1844 nei pressi di Lipsia e la sua riflessione filosofica comincia a partire dalla sua prima grande opera “Nascita della tragedia a partire dallo spirito della musica”, il quale rifiutando il classicismo approda al tema della vita ed all’accettazione del tragico dell’esistenza e quindi della componente irrazionale del mondo che coglie nella sua prima fase attraverso l’arte poiché lo stesso Nietzsche afferma che l’arte è in grado di spiegare l’essenza della vita e di conseguenza di accettare anche il tragico dell’esistenza.
Secondo il filosofo la massima espressione culturale della civiltà ellenica è la tragedia perché in essa si incontrano le due grandi forze che animano lo spirito greco, l’apollineo e il dionisiaco. Lo sviluppo dell’arte greca è legato al dualismo di questi due elementi ed è proprio in questa parte del pensiero nietzscheano che la danza assume grande importanza. L’apollineo deriva dal dio Apollo, padrone di tutte le arti che trasmette un ideale di equilibrio ed armonia tipico della cultura greca ma, in questi ideali si rispecchia anche la danza classica che consiste in un codice di movimento definito e strutturato secondo regole prefissate: la tecnica della danza accademica è fatta di passi, figure e posizioni, codificati in un vocabolario fisso di modelli di movimento. Il codice della danza accademica pertanto mira a formare l’artista. Un ballerino classico, infatti, cerca di avvicinarsi al massimo a un modello che necessariamente resta astratto ed intellettuale, in quanto non nasce come il risultato diretto delle sue esigenze espressive, ma è sempre aprioristicamente strutturato secondo i canoni puramente estetici.
Questo punto è di importanza fondamentale per chiarire una delle differenze più decisive tra danza classica e danza moderna: mentre la prima si serve sempre di un linguaggio unico, la seconda viceversa consiste in una molteplicità di linguaggi diversi, in quanto ogni artista crea il suo codice per comunicare. Ed è proprio in questo momento che subentra il dionisiaco, infatti la danza moderna con la sua volontà di ricerca di moduli espressivi originali, al di là degli schemi statici e artificiosi imposti dalla lunga tradizione del balletto classico corrisponde proprio allo spirito di Dioniso, dio dell’ebbrezza e rappresentante della trasgressione, dell’andare oltre le regole alla stessa stregua della danza moderna che cerca di liberarsi dai canoni e dalla rigida disciplina della danza classica per approdare in una pura libertà del movimento.
Nell’antica Grecia esistevano proprio due distinti filoni: la danza apollinea e la danza dionisiaca che corrispondevano ai due poli filosofico-culturali ellenici dell’Ethos e del Pathos; dalla fusione dei due filoni si generò la danza teatrale e quindi la tragedia dove, per Nietzsche, apollineo e dionisiaco si fondono nella perfetta sintesi costituita dal canto, dalla danza e dall’azione drammatica.
Di seguito Nietzsche propone una rinascita della cultura tragica con l’obiettivo di migliorare la cultura decadente della sua epoca. Vagheggia ora un progetto di rinascita dell’umanità che ha per protagonista la figura del genio, artista che inventa e produce cultura ed è in grado di sacrificare se stesso pur di arrivare alla verità, ossia all’intuizione dell’essenza tragica della vita.
L’uomo dell’Ottocento diventa oggetto di una forte critica del filosofo: è così chiuso a studiare solo il passato che cessa di vivere il presente e di essere quindi protagonista attivo della propria vita perdendo la propria natura creativa e la propria personalità. L’uomo occidentale, divenuto passivo spettatore degli eventi, per tornare a vivere deve imparare “l’arte del dimenticare”, così da poter agire secondo quel certo grado di incoscienza, senza il quale non c’è felicità, ma solo paura. Ancora una volta, Nietzsche fa appello all’arte come a ciò che è in grado di guarire la civiltà dalla decadenza e di conseguenza anche alla danza.
La seconda fase di Nietzsche è la fase illuministica in cui al genio artistico subentra lo spirito libero il quale intende la vita come esperimento, gioca con il rischio e l’incertezza, si abbandona all’ebbrezza, alla danza dionisiaca, al gioco.
La realizzazione estrema dello spirito libero è il superuomo, colui che ha il coraggio di accettare il tragico dell’esistenza, non ha bisogno di sovrastrutture morali o religiose, è uno spirito libero capace di creare nuovi valori e godere profondamente della vita. “Ho imparato a danzare” ammette Zarathustra, colui che annuncia il superuomo e sente il bisogno di dare nuovi valori alla civiltà, cioè ha imparato appunto a godersi la vita; lontano dalla sottomissione agli inganni della metafisica, che costringono il corpo a un movimento meccanico, il corpo di Zarathustra, fiero, entusiasta nella percezione di sé, libero dai falsi valori ottocenteschi, esprime se stesso artisticamente nella danza.
Il superuomo è inoltre l’uomo della volontà di potenza, il bisogno di realizzare compiutamente se stessi, di affermarsi e oltrepassarsi: la danza è una modalità d’espressione del proprio essere, della propria energia vitale, della propria volontà di potenza; nella danza viene espressa in forma artistico-rappresentativa e il ballerino infatti non si accontenta mai di se stesso pretendendo sempre di più sia dal proprio corpo che dalla propria anima.
Questo collegamento fra Nietzsche e la danza lo ha notato anche Bèjart, uno dei coreografi più influenti del XX e XXI secolo che rende omaggio al filosofo proponendo nel 1987 “Zarathoustra. Le chant de la danse”, che lo stesso coreografo definisce “un inno al corpo umano danzante, al di là dei secoli, delle razze e delle civiltà”.
Ovviamente il coreografo si è ispirato al “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche e soprattutto all’affermazione di Zarathustra, il quale sostiene di poter credere solo a un Dio che danzi. Nietzsche infatti era completamente ateo e annuncia addirittura attraverso Zarathustra la morte di Dio proclamando il crollo dell’edificio ricco di falsi valori che l’uomo occidentale si era costruito pur di non sostenere il tragico nella vita; la morte di Dio causa il nichilismo che si divide in due momenti, il nichilismo passivo è proprio il momento in cui tutti i valori in cui l’uomo ha creduto per tanto tempo crollano poiché sono falsi, mentre il secondo momento è quello del nichilismo attivo, dove l’uomo consapevole delle illusioni che si era creato decide di abbattere i falsi valori al fine di sentirsi finalmente libero.
In conclusione la danza, così come qualche altra forma artistica può contribuire al sollevamento dell’uomo, alla sua rinascita e al suo ritorno a quella dimensione creativa che con il tempo ha completamente perso.
Eugenio Montale: “La ballerina stanca”
Torna a fiorir la rosa
che pur dianzi languia…
dianzi? Vuol dire dapprima, poco fa.
e quando mai può dirsi per stagioni
che s’incastrano l’una nell’altra, amorfe?
ma si parla della rifioritura
d’una convalescente, di una guancia
meno pallente ove non sia muffito
l’aggettivo, del più vivido accendersi
dell’occhio, anzi del guardo.
è questo il solo fiore che rimane
con qualche merto d’un tuo dulcamara.
a te bastano i piedi sulla bilancia
per misurare i pochi milligrammi
che i già defunti turni stagionali
non seppero sottrarti. poi potrai
rimettere le ali non più nubecola
celeste ma terrestre e non è detto
che il cielo se ne accorga. basta che uno
stupisca che il tuo fiore si rincarna
si meraviglia. non è di tutti i giorni
in questi nivei défilés di morte.
Eugenio Montale è considerato un poeta anomalo per la sua formazione tardiva, cominciò infatti a dedicarsi alla letteratura dopo il diploma da ragioniere.
Nasce a Genova da famiglia benestante e la sua produzione può essere divisa secondo il critico Romano Luperini in quattro fasi rappresentanti le sue opere maggiori: “Ossi di seppia”, “Le occasioni”, “La bufera e altro” e “Satura”, accompagnate da una diversa figura femminile per ogni produzione in cui la donna si trasformerà da angelo a mosca.
Eugenio Montale, nel 1955 ormai poeta affermato e recensore della rubrica ‘Prime alla Scala’ del ‘Corriere della Sera’ vede per la prima volta ballare Carla Fracci e ne rimane estasiato. Esperto di musica, particolarmente legato alla lirica e alla musica classica, tuttavia si trova a recensire anche numerosi balletti. La frequenza assidua alla Scala permette al poeta, poco avvezzo al mondo del balletto, di assistere a tutta la strabiliante crescita artistica della Fracci: prima volto che si confonde tra gli altri, poi velocemente “arte che brilla” per la sua “infaticabile” e “incantevole grazia”, per la sua “romantica leggerezza, la sua capacità di lasciarsi portare dal flutto sonoro”.
Montale segue la carriera della giovane “stella nascente” da vicino e i molteplici ruoli che interpreta. Un ricordo speciale va al ‘Romeo e Giulietta’ di John Cranko creato per la Fracci, rappresentato per la prima volta nel 1958 al Teatro Verdi di Venezia, con le scene di Nicola Benois: in questo balletto – capolavoro dove i passi a due sono “oasi di musica e di danza pura” e formano “la parte più attraente del balletto”, Carla è, secondo Montale, “una Giulietta d’alto stile”.
Questa grande ammirazione del poeta verso la danzatrice ha modo di approfondirsi in seguito: entrambi infatti fanno una vacanza a Forte dei Marmi negli anni ’60, diventano amici e il poeta le regala una copia autografata di ‘Ossi di Seppia’.
Particolarmente cara ad entrambi sarà l’estate del 1969, infatti proprio da Forte dei Marmi, nell’agosto del 1969, intraprendono con altri amici un viaggio “alla ricerca della memoria” per assistere al palio di Siena.
La Fracci, incinta del figlio Francesco, è bersagliata dai fotografi che vogliono ritrarre la stella col pancione, e trova la tranquillità in quello che ricorderà come “il viaggio col Maestro”.
Montale, in seguito, andrà a trovare la danzatrice in ospedale dopo il parto e sarà accanto a lei per il battesimo del figlio.
“Montale era stato ammiratore del mio piccolo ventre materno, tanto da onorarmi con una bella lirica: “La danzatrice stanca”.
Come rievoca la stessa Fracci la vicinanza, in questo periodo così speciale nella vita della danzatrice, ispira allo scrittore la lirica “La danzatrice stanca”, dedicata alla nascita del figlio e alla lontananza momentanea dalle scene. Come dice lo stesso poeta la Fracci non è più forse “celeste” creatura che attraversa “turni stagionali” del palcoscenico, la gravidanza la rende “terrestre”, donna, non più immateriale e lunare spirito tanto ammirato nei balletti. Tuttavia questa esperienza, così intimamente femminile, non la rende fiore che appassisce, ma anzi che “torna a fiorir”, che si rincarna più “celeste” ancora al suo ritorno in teatro.
Questa lirica è entrata a far parte della raccolta “Diario del ’71 e del ‘72”, edita da Mondadori nel 1973.
Come dice la Fracci: “l’occasione di conoscere i veri maestri e di incontrarli nel momento giusto, cioè quando si incomincia a capire qualcosa della vita, sembra, oggi, un’autentica rarità.
L’occasione di un incontro artistico e umano così straordinario tra due personaggi di tale levatura, vere icone della Danza e della Poesia del Novecento, è ancora più eccezionale.
Giovanni Verga: prefazione ad “Eva”
Eccovi una narrazione - sogno o storia poco importa - ma vera, com’è stata e come potrebbe essere, senza retorica e senza ipocrisie. Voi ci troverete qualcosa di voi, che vi appartiene, che è frutto delle vostre passioni, e se sentite di dover chiudere il libro allorché si avvicina vostra figlia - voi che non osate scoprirvi il seno dinanzi a lei se non alla presenza di duemila spettatori e alla luce del gas, o voi che, pur lacerando i guanti nell’applaudire le ballerine, avete il buon senso di supporre che ella non scorga scintillare l’ardore dei vostri desideri nelle lenti del vostro occhialetto - tanto meglio per voi, che rispettate ancora qualche cosa.
Però non maledite l’arte che è la manifestazione dei vostri gusti. I greci innamorati ci lasciarono la statua di Venere; noi lasceremo il “cancan” litografato sugli scatolini dei fiammiferi. Non discutiamo nemmeno sulle proporzioni; l’arte allora era una civiltà, oggi è un lusso: anzi, un lusso da scioperati. La civiltà è il benessere; ed in fondo ad esso, quand’è esclusivo come oggi, non ci troverete altro, se avete il coraggio e la buona fede di seguire la logica, che il godimento materiale.
In tutta la serietà di cui siamo invasi, e nell’antipatia per tutto ciò che non è positivo - mettiamo pure l’arte scioperata - non c’è infine che la tavola e la donna. Viviamo in un’atmosfera di Banche e di Imprese industriali, e la febbre dei piaceri è la esuberanza di tal vita.
Non accusate l’arte, che ha il solo torto di avere più cuore di voi, e di piangere per voi i dolori dei vostri piaceri. Non predicate la moralità, voi che ne avete soltanto per chiudere gli occhi sullo spettacolo delle miserie che create, - voi che vi meravigliate come altri possa lasciare il cuore e l’onore là dove voi non lasciate che la borsa, - voi che fate scricchiolare allegramente i vostri stivalini inverniciati dove folleggiano ebbrezze amare, o gemono dolori sconosciuti, che l’arte raccoglie e che vi getta in faccia.
Giovanni Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840 da una famiglia di proprietari terrieri, completati gli studi liceali, si iscrive alla Facoltà di Legge, che abbandonerà presto. Dopo aver pubblicato a sue spese i primi romanzi comprende che, se vuole diventare un vero scrittore, deve uscire dall’ambiente ristretto della provincia siciliana. Si reca così a Firenze, allora capitale d’Italia dove si stabilisce nel 1969 pubblicando “Storia di una capinera” che otterrà moltissimo successo.
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Materie e argomenti
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