“Ogni immigrato nelle nostre società è assieme un emigrato dalla sua società d’origine”
SAYAD (sociologo algerino)
Premessa
Questo lavoro nasce dalla curiosità e dall’incredulità che sono scaturite in me quest’estate dopo aver letto “Nel mare ci sono i coccodrilli”. Ho scoperto che dietro alla parola “immigrato”, che avevo sentito pronunciare, a volte con disprezzo, a volte con compiacimento, a volte con pietà, si nascondevano storie di uomini esattamente come noi, ma nati e cresciuti in circostanze un po’ meno fortunate.
Nel caso particolare si tratta della storia di un ragazzino pressappoco della mia età costretto a rinunciare a tutto per salvarsi la vita.
Ho imparato, anche attraverso questa ricerca, a guardare negli occhi queste persone, cercando per lo meno di trasmettere loro un po’ di calore e di umana comprensione.
“E i fantasmi? Dove li mettiamo i fantasmi? Tra gli europei o tra la gente dell’altro mondo? Bella domanda. Non so nemmeno dove mi devo mettere io. Tra gli europei? O tra i fantasmi? Mio padre è scappato. Mia mamma è scappata. Io e la mia sorellina siamo scappati. Noi siamo albanesi. Albanesi del nord”…”Guardo sull’atlante anche l’Albania è in Europa. E allora perché se siamo europei, noi albanesi siamo costretti a nasconderci? Perché dobbiamo diventare invisibili come i fantasmi?” [Viky]
Non ho ancora capito se possiamo chiamarci europei o soltanto stranieri. Ho scoperto però che in Europa non sempre giustizia e legalità coincidono: perché non sempre ciò che è legale è anche giusto, così come è stato per noi. [Viky]
Se nasci in Afghanistan, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, può capitare che, anche se sei un bambino alto come una capra, e uno dei migliori a giocare a Buzul-bazi, qualcuno reclami la tua vita. Tuo padre è morto lavorando per un ricco signore, il carico del camion che guidava è andato perduto e tu dovresti esserne il risarcimento. Ecco perché quando bussano alla porta corri a nasconderti. Ma ora stai diventando troppo grande per la buca che tua madre ha scavato vicino alle patate. Così, un giorno, lei ti dice che dovete fare un viaggio. Ti accompagna in Pakistan, ti accarezza i capelli, ti fa promettere che diventerai un uomo per bene e ti lascia solo.”
Indice
1
Premessa
2
Storia:
- Etimologia del termine “emigrazione” e descrizione del fenomeno pag. 3
- L’Italia da paese di emigranti a paese di “immigrati” pag. 8
- Modelli di integrazione pag. 11
Inglese:
- Il modello multiculturale canadese: Il Canada pag. 13
Francese:
- Il modello multiculturale canadese: Québec pag. 19
Italiano:
- “Nel mare ci sono i coccodrilli” pag. 24
- “Viky che voleva andare a scuola” pag. 26
- Brani tratti dall’antologia pag. 28
Geografia:
- La Libia pag. 31
Scienze:
- Il concetto di energia pag. 38
Tecnologia:
- Il petrolio: quali alternative? pag. 46
Educazione artistica:
- L’arte come avanguardia del modello interculturale pag. 59
- L’influenza dell’arte africana e la nascita del Cubismo pag. 59
- Pablo Picasso pag. 62
Musica:
- Il Primitivismo: Cubismo pag. 65
- Igor Stravinskij pag. 68
Educazione fisica:
- Nadia Comaneci: in fuga da un regime totalitario pag. 71
- La ginnastica artistica pag. 74
Le emigrazioni
Etimologia del termine “emigrazione”
Etimologicamente il termine emigrazione indica l’abbandono del paese di origine da parte di popolazioni o individui che possono essere considerati singolarmente o come gruppi sociali. Lo scopo è quello di stabilirsi in un nuovo territorio, in modo definitivo o in alcuni casi temporaneo.
L’emigrazione è un fenomeno demografico caratterizzato dallo spostamento di grandi masse di popolazione da uno Stato a un altro o da una regione all’altra di una stessa nazione. In genere i fenomeni migratori sono motivati da uno squilibrio fra popolazione e risorse. Chi non trova nel suo paese possibilità di lavoro sufficienti a permettergli una vita decorosa, si sposta dove ritiene che esistano maggiori possibilità di lavoro o condizioni di vita favorevoli.
Tipi di emigrazioni
Le emigrazioni, con riferimento alla loro durata, possono essere distinte in emigrazioni stagionali, temporanee o definitive.
Le emigrazioni temporanee possono essere distinte a loro volta da quelle definitive solo a posteriori in quanto possono coprire periodi estremamente differenziati, cioè mesi, anni, decenni.
Un’altra distinzione può essere fatta tra emigrazione coatta e volontaria.
Nel primo caso si tratta di espulsione forzata dal paese di origine di individui da parte di autorità politiche o religiose;
nel secondo caso si tratta della libera scelta da parte di questi soggetti di andare alla ricerca di un nuovo paese ove sperano poter condurre una vita migliore.
Cause delle emigrazioni
Da un’attenta analisi dei vari movimenti migratori, emerge che i fattori economici sono la causa principale degli stessi.
Le condizioni materiali di vita divenute insufficienti e talvolta non in grado di garantire neppure la semplice sopravvivenza spingono gli individui all’emigrazione, definitiva o temporanea che sia.
Si pensi ad esempio ai grandi movimenti di popolazione in seguito alle siccità e alle carestie in Africa, oppure alle migrazioni interne, dalle campagne verso le città e le aree industriali, che hanno accompagnato la rivoluzione industriale in Europa.
Accanto alle cause di carattere economico, ci sono state motivazioni di carattere socio-politico, ideologico e religioso. Si pensi ad esempio alla lunga marcia dei Mormoni verso la “terra promessa”, che li portò nel secolo XIX, dall’Ohio allo Utah attraverso due terzi dell’attuale territorio degli Stati Uniti; oppure al drammatico esodo degli Ebrei dalla Germania durante il periodo nazista.
Altri fattori quali: le nuove scoperte geografiche, il progresso tecnologico, ecc. si sono dimostrati storicamente determinanti nell’influenzare o addirittura nel rendere possibile, l’emigrazione stessa.
Effetti delle migrazioni
Sebbene siano state fatte molte ipotesi sugli effetti delle migrazioni, purtroppo non è possibile dare una risposta univoca poiché la realtà è molto complessa e quando si prova a distinguere le conseguenze positive da quelle negative si ottengono sempre risposte soggettive.
Le conseguenze del paese di partenza
La partenza dei lavoratori sottoccupati e non qualificati ha un’incidenza sull’occupazione, la produzione, i salari: in un primo tempo il mercato del lavoro e la spesa sociale vengono alleviati, e il reddito delle famiglie rimaste aumenta in seguito all’invio di parte dei guadagni degli emigranti. La somma complessiva del denaro inviato alle famiglie può incidere positivamente sulla bilancia dei pagamenti dello Stato costituendo un’entrata di capitale di notevoli dimensioni. Nei paesi in cui le rimesse vengono utilizzate per attuare investimenti l’emigrazione può costituire un aiuto allo sviluppo. Se invece vengono utilizzate solo per consumi personali possono a lungo termine favorire l’inflazione. Se ad emigrare sono persone di uno stato sociale elevato sui quali lo Stato ha investito in termini educativi e sociali si verifica paradossalmente che il frutto di questi investimenti sia goduto dai Paesi di arrivo. Se nelle migrazioni temporanee a partire sono i giovani, prevalenti maschi, la popolazione subirà, per un periodo più o meno lungo di tempo, uno squilibrio e sarà costituita prevalentemente da anziani, bambini e donne. Se a migrare sono prevalentemente donne (come avviene ad esempio per molti Paesi latinoamericani, le Isole di Capo Verde e le Filippine) a risentirne saranno importanti settori economici come l’agricoltura.
Le conseguenze del paese d’arrivo
L’arrivo di lavoratori stranieri può a breve termine abbassare il costo del lavoro e avere quindi un effetto positivo sulla produttività generale e permettere profitti anche alle piccole imprese. Il costo della manodopera degli immigrati è generalmente più basso rispetto a quello della manodopera locale sia perché questi lavoratori accettano salari inferiori, sia perché, nel caso di assunzioni illegali, il datore di lavoro evade i contributi fiscali e previdenziali. Gli immigrati accettano, spinti dalla necessità, condizioni di lavoro più dure, come orari più lunghi, turni notturni e festivi, mansioni nocive e pericolose, lavori temporanei. Nel caso di lavoro nero sono anche facilmente licenziabili.
La presenza di immigrati disoccupati o assunti con lavoro nero comporta dei costi per l’erogazione di servizi socio-assistenziali: abitazione, educazione scolastica, assistenza sanitaria, in quanto non vi è un corrispettivo in termini di contributi versati. Inoltre la difficoltà nel trovare lavoro facilita forme di emarginazione, e favorisce il reclutamento nelle organizzazioni criminali. Le migrazioni producono poi effetti sociali rilevanti a causa dell’inserimento degli immigrati in un contesto culturale differente da quello d’origine. Il contatto tra i locali e i nuovi arrivati provoca una certa positiva compenetrazione nello scambio culturale per quanto riguarda i costumi, i comportamenti, i valori, le istituzioni. Ma dall’incontro possono anche scaturire ostacoli di varia natura quali la diffusione di atteggiamenti razzistici o il nascere di separatismi e ghetti.
Il mestiere dell’emigrante italiano
Nell’arco di oltre cent’anni, (inizia nel 1860 e a partire dal 1875 sarà vero e proprio esodo) quasi ogni genere di lavoro o di attività è stato sperimentato dagli emigranti italiani. Questi, in generale contadini negli anni della grande fuga dalle campagne di tutta Europa di fine Ottocento, cominciarono gradatamente a sfruttare all’estero una serie di competenze professionali acquisite o magari appena sbozzate in patria.
Sinonimo agli inizi di generica manovalanza e di forza lavoro non qualificata, nelle Americhe e in molti paesi europei i lavoratori italiani si cimentarono via via con una varietà di mestieri la cui pratica aveva le sue origini o nella multiforme attività contadina o nelle attività artigianali urbane o, anche, in più antiche specializzazioni lavorative su basi locali e regionali.
Gli Italiani che sbarcavano negli USA non conoscevano lavori come quello di idraulico, di imbianchino, di metallurgico, di impiegato o di contabile; in altri settori invece i lavoratori italiani monopolizzavano il mercato del lavoro: erano scalpellini e muratori, meccanici, marinai, barbieri, sarte e cucitrici.
Un altro settore largamente monopolizzato è quello alimentare: molti sono stati gli Italiani che aprirono un’attività commerciale con beni di prima necessità, oppure aprirono un ristorante: in USA, Francia, Spagna.
Ambulanti, arrotino, uomo orchestra
L’emigrazione parmense nel ’900
Tra l’Unità d’Italia e la Prima guerra mondiale, in un ribollire di lotte, di popoli e di eventi, anche le nostre genti, soprattutto quelle delle valli del Taro e del Ceno, partecipano alla «Grande Emigrazione», in un caleidoscopio di situazioni diverse: dai contadini che vanno in Brasile per partecipare alla fondazione di una «comunità anarchica sperimentale» ai girovaghi che, a volte, divengono dei veri e propri imprenditori circensi, a coloro che diventano ristoratori, gestori di negozi o di caffè, produttori di gelati o di vini; ed ancora, fuochisti, operai nelle fabbriche e nelle manifatture…
Successivamente l’avvento del Fascismo provocherà, anche nel Parmense, un’accelerazione degli espatri di coloro che cercano di sottrarsi ai controlli e alle vessazioni del regime; non pochi si rifugiano in Francia, ove si organizzano nella cooperazione e nel movimento antifascista.
Il Fascismo tende a controllare e a limitare il fenomeno migratorio (in un periodo in cui diversi Stati attuano politiche di contenimento dell’immigrazione) e ad orientarlo verso le Colonie e l’Impero nonché ad inquadrare nel contesto del partito le organizzazioni degli emigrati.
Negli anni immediatamente precedenti la Seconda guerra mondiale, i rientri superano gli espatri.
Finita la Seconda guerra mondiale, in un contesto di profonda evoluzione sociale ed economica, che segna il completarsi della trasformazione da società contadina a società urbano-industriale, per quasi un trentennio si sviluppano, nel territorio parmense, processi migratori, verso l’interno e verso l’estero, di portata senza precedenti: la popolazione abbandona le montagne e le campagne per dirigersi verso il Capoluogo, altre città della regione e dell’Italia del Nord; verso l’estero: circa 23.000, di cui 17.000 in Europa e 5.000 in America.
Il processo tende ad esaurirsi alla metà degli anni Settanta, ma, a tutt’oggi, 18.000 parmensi risiedono all’estero.
Con gli anni Ottanta, si avvia il flusso di immigrazione dall’estero, tuttora in piena evoluzione.
Suonatore ambulante dell’Alta Val Ceno
Scapini abbandonato negli anni ’60
Oggi: l’Italia da paese di emigranti a paese di immigrati
Etimologia del termine “immigrazione”
La migrazione è il trasferimento permanente o temporaneo di persone in un paese diverso da quello di origine; dal punto di vista del luogo di destinazione il fenomeno prende il nome di immigrazione.
Le cause dell’immigrazione in Italia
Vari sono i motivi che spingono gli immigrati a stabilirsi nel nostro stato: guerre che coinvolgono gli stati di provenienza, mancanza di lavoro nel proprio stato, sogno di trovare benessere nel paese di destinazione. L’Italia, come tutto il mondo occidentale, è vista come una meta da raggiungere per trovare il benessere; purtroppo, non è veramente questo ciò che spesso chi migra trova una volta qui. Una crisi di tipo economico che sta investendo gran parte dell’Europa e il numero sempre crescente di immigrati non rendono sempre disponibili posti di lavoro. Non avendo un impiego, gli immigrati si trovano a essere sottoposti a forme di lavoro nero, insicuro e sottopagato, oppure cadono preda di organizzazioni criminali.
Oltre a problemi di tipo economico, gli immigrati in Italia sono soggetti a forme di emarginazione sociale e ingiustizie. Un altro problema sorto negli ultimi anni è la difficoltà da parte dello Stato a stimarne il numero, poiché si è sviluppato anche il fenomeno dell’immigrazione clandestina; in effetti, in mancanza di chiare leggi sull’argomento, le frontiere non sono sufficientemente controllate.
L’Italia, essendo la prima volta che si vede sottoposta a un così grande flusso migratorio, non ha ancora definito una propria linea di comportamento. Il governo sta affrontando l’argomento e ha approvato alcune leggi che possano aiutare gli immigrati a risolvere alcuni loro problemi di tipo economico; inoltre sta cercando di vararne delle nuove per rendere ancora meno difficile la vita degli extracomunitari in Italia.
Il motivo principale per cui molte persone emigrano sta nel fatto che nel loro paese non si trova quel che loro vorrebbero; sapendo questo, e volendo frenare (o almeno diminuire) il flusso migratorio verso il nostro paese si potrebbero stanziare fondi per migliorare l’economia degli stati di provenienza degli immigrati.
I paesi di provenienza degli immigrati
I cittadini stranieri, attualmente residenti in Italia provengono da 191 stati diversi. Questa dimensione policentrica dell’immigrazione, caratteristica del nostro paese, fa dell’Italia un caso particolare, soprattutto se paragonata al resto del mondo nel quale difficilmente si riscontra una tale diversificazione dei luoghi di provenienza.
Ciò è dovuto innanzitutto alla posizione centrale dell’Italia rispetto ai flussi provenienti dall’Africa settentrionale e dall’Europa dei Balcani, attraverso la quale arrivano anche molte persone provenienti dall’estremo Oriente.
Tra i fattori che rendono l’Italia un Paese meta dei flussi migratori sicuramente rientrano anche:
- L’esistenza delle cosiddette catene migratorie, che incrementano il flusso di alcuni ceppi facilitando l’inserimento degli immigrati, che trovano nel paese ospite microcomunità già formate (come quella dei filippini, quarta nazionalità per numero di stranieri soggiornanti in Italia);
- La domanda di lavoro che offre la possibilità ai cittadini stranieri d’inserirsi in quei settori dove è carente la manodopera italiana, come l’assistenza agli anziani e la collaborazione domestica.
I Paesi per i quali l’Italia costituisce un vero e proprio polo d’immigrazione sono l’Albania e il Marocco che da soli costituiscono il 23 per cento del totale dei soggiornanti.
A seguire la Romania in costante crescita e la Cina.
Le rivoluzioni politiche che hanno investito il Nord Africa, oltre alle guerre vecchie e nuove che incendiano il continente, ultima in ordine di tempo quella che ha come teatro la Libia, hanno determinato un afflusso senza precedenti di immigrati, per la maggior parte tunisini, sulle coste italiane, principalmente nell’isola di Lampedusa, estremo lembo del nostro territorio, che un braccio di mare largo appena un centinaio di chilometri separa dall’Africa.
La Libia in relazione con il nuovo esodo
La ribellione libica rientra solo per alcuni versi in questa osservazione sui grandi esodi, essa avviene contro ogni previsione, proprio quando il piccolo Stato africano si è liberato dal colonialismo italiano e grazie al ritrovamento del petrolio e del gas è diventato un ricco esportatore.
Si ribella una nazione di pochi milioni di cittadini proprio mentre il suo reddito pro capite si avvicina a quello europeo.
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