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La libertà

La parola libertà, per l’uomo d’oggi, ha una forte risonanza. Non a caso essa è stata in questi anni fortemente usurpata. Libertà è una parola difficile da maneggiare e, come scrive Gianrico Carofiglio ne “La manomissione delle parole”, “più di altre soggetta agli abusi dei ladri di parole”. La libertà è, in qualche modo, la suprema aspirazione dell’uomo, la meta degli sforzi individuali e collettivi: libertà di coscienza, libertà di pensiero e di movimento, libertà per la donna, libertà per i popoli del terzo mondo ecc. In una parola, la libertà sembra riferirsi all’ideale di piena realizzazione dell’uomo.

Essa evoca l’idea di essere libero da numerose schiavitù e alienazioni e, nello stesso tempo, l’idea di poter essere se stessi. Per tale motivo non è un caso che, nei discorsi pubblici di molti politici, “libertà” è l’espressione più frequente e dà dignità ad ogni termine a cui la si accosti. Il discorso definito “Il credo laico di Forza Italia” comincia con “Noi crediamo nella libertà, in tutte le sue forme, molteplici e vitali”, e prosegue con un elenco di forme della libertà per concludere con “da liberisti, crediamo nei meccanismi del libero mercato […] negli effetti positivi della competizione, della concorrenza e del progresso che non può esserci se non c’è la libertà”. Libertà e Liberismo, tuttavia, non sono sinonimi e, come evidenzia Carofiglio “mettere insieme i due concetti, confondendoli, significa inquinare le parole e la verità, e per conseguenza gli argomenti del dibattito politico e civile”. Questo è uno dei tanti esempi di come la parola Libertà sia soggetta a inflazione e non usata correttamente, lo scopo della mia analisi in merito a questo termine è proprio quella di mettere in luce e definire i suoi significati, da quelli più scontati e banali a quelli più profondi che riguardano una parte essenziale dell’animo umano attraverso le opinioni di vari filosofi, letterati, e intellettuali della storia.

I quattro significati della libertà

La parola libertà è una, ma ha quattro significati diversi, essa è perciò una parola estremamente equivoca e bisognerebbe sempre associarla ad un aggettivo per dire di quale libertà si va parlando:

  • Libertà da vincoli fisici: non essere legato a un oggetto fisico e tangibile.
  • Libertà psicologica: Possibilità di scegliere un oggetto, un bene, a dispetto di altri, per esempio quando ci si trova davanti il menù e si sceglie un piatto. In questa occasione gli Antichi (precedenti al cristianesimo) pensavano che tale scelta fosse predestinata per la presenza del fato, più potente degli dei. In questo caso si parla di Sensazione di Libertà perché in apparenza si è liberi ma in realtà si è servi al destino.
  • Libertà civili e politiche: Sono le libertà, riconosciute dalla nostra costituzione, che appartengono ai cittadini di uno stato. Ne fanno parte la libertà di associazione, di assemblea, di religione, la libertà di parola, il diritto alla difesa, l’equo processo, il diritto alla privacy ecc. Tali libertà sono conquiste storiche molto importanti che partendo dall’Inghilterra nel 1688, si affermarono con la Rivoluzione Francese del 1789, fino al riconoscimento globale nell’ONU con la Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo (1948).
  • Libertà metafisica o libero arbitrio: È la libertà nel suo significato più profondo, che coincide con la spiritualità umana e di cui si occupa la filosofia e la teologia.

La libertà in Dante e Kierkegaard

Nel primo canto del purgatorio di Dante, Virgilio presenta il poeta fiorentino a Catone Uticense (custode dell’accesso al monte del purgatorio) con i seguenti versi «libertà va cercando, ch'è sì cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta». Con tale espressione Dante, che verrà riconosciuto come modello per la cultura europea anche da celebri autori inglesi come T. Eliot, estende il concetto di libertà dall’ambito politico (in cui esso è inteso nel mondo romano) al più ampio senso morale cristiano di libertà dal male. Dante è quindi “cercatore di libertà” e otterrà la libertà di scegliere il bene dopo aver conosciuto il male che regna nell’Inferno e nel Purgatorio.

Per il poeta la libertà è il massimo dono che Dio ha fatto all’uomo e solo sottostando alla volontà di Dio l’uomo è libero; se segue il demonio è servo. Tale idea verrà anche ripresa dal filosofo Kierkegaard che individua l’angoscia del vivere umano nella “vertigine della libertà” parlando, infatti, della “pena della scelta” che l’uomo subisce e che può vincere solo abbracciando il Cristo e superando “lo scandalo della croce”.

Il celebre verso, «come sa chi per lei vita rifiuta», è usato dal poeta fiorentino per ricordare il suicidio di Catone a Utica. Quest’ultimo, in vita, era un politico ai tempi della Repubblica Romana, che si è ribellato alla presa di potere da parte del suo rivale Cesare, preferendo il suicidio, piuttosto che farsi arrestare e assistere alla fine dei valori repubblicani di Roma, che aveva sempre difeso. Interessante è il giudizio dantesco sul suicidio che, esplicitamente condannato nel canto infernale di Pier delle Vigne, è qui capovolto come eccezione, in virtù dello scopo eroico di libertà “politica” di quel gesto di Catone.

Libertà civili e totalitarismi

Le libertà civili e politiche sono spesso state motivi di grandi battaglie sociali che hanno in numerose occasioni storiche portato al superamento dei regimi assolutistici del passato verso la costituzione di repubbliche, come nel caso della rivoluzione francese del 1789.

Ma nel corso del ‘900, si è assistito per certi versi ad un fenomeno contrario, negli Stati in cui si è rinunciato alle libertà politiche e civili per assicurare una maggiore stabilità economica e sociale. In nome della sicurezza, della possibilità di sfamare tutti, del primato della propria Nazione sulle altre, si sono formati i totalitarismi, è questo il caso della Germania di Hitler, della Russia di Stalin, dell’Italia di Mussolini. In tali grandi Nazioni si poté osservare la negazione delle singole individualità per riconoscersi nello Stato, opprimendo, di fatto, tutte le libertà.

In Italia, come negli altri regimi totalitari, la censura fu violenta e gli intellettuali contrari al fascismo non poterono più denunciare liberamente il proprio dissenso, in quanto vi era l’obbligo di tesseramento al PNF per svolgere funzioni pubbliche. Escludendo rare eccezioni, come Benedetto Croce con Il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti, il quale era già conosciuto all’epoca dell’ascesa di Mussolini e, pertanto, la sua eliminazione sarebbe stata impraticabile per il forte dissenso che si sarebbe generato in una parte del popolo, gli altri scrittori e poeti non poterono fare altro che ridurre i loro argomenti a temi non collegati al fascismo.

Ermetismo e libertà poetica

E’ in questo periodo che si colloca la grande poesia italiana del Ventennio denominata da alcuni critici, e in particolare da Francesco Flora, Ermetismo. Tale appellativo venne attribuito per la difficoltà nella comprensione di tale poesia, che la rendono “oscura ed elitaria”, e che si propone di scrivere utilizzando l’analogia e la parola pura, liberandosi in qualche modo dai nessi logici e sintattici (come già aveva saputo fare in modo estremo e liberatorio dalla tradizione passata il futurismo), per ricondurre tutto all’essenzialità espressiva. I temi trattati sono quindi profondamente legati alla spiritualità e puntano verso la ricerca del significato dell’esistenza attraverso la constatazione del male di vivere e della solitudine dell’uomo.

La poesia ermetica, pertanto, si colloca in un’area progressivamente fuori dal tempo e dalla storia e, per tale motivo, spesso vennero mosse delle forti critiche nei riguardi dei poeti ermetici per non essersi schierati con i loro versi contro il fascismo, mantenendo invece implicito dissenso. In merito a ciò l’analisi è duplice: da un lato, Montale, scrive di “non scambiare l’essenziale con il transitorio” e che dunque la sua poesia si occupa di temi universali, validi per tutte le epoche storiche e non di fatti attuali e “transitori”; dall’altro lato c’è la risposta in versi di Salvatore Quasimodo, che, prima di dedicarsi a “rifare l’uomo” (nella fase definita di impegno civile), fu un grande poeta ermetico.

Quest’ultimo, nella poesia “Alle Fronde dei Salici”, scrive “E come potevamo noi cantare/ Con il piede straniero sopra il cuore” in cui, iniziando con la congiunzione “E”, sembra voler rispondere a un interlocutore che rimprovera i poeti per il loro silenzio negli anni più tragici della seconda guerra mondiale, spiegando che sarebbe stato impossibile scrivere in quegli anni di censura, guerra, e tragedia e dicendo che “Alle fronde dei salici per voto, anche le nostre cetre erano appese/ oscillavano lievi al triste vento”. Con quei versi, il poeta siciliano spiega che, ora, ai rami dei salici è appesa anche l’ispirazione poetica di tutti coloro che erano contro la guerra e che ora non possono far altro che vederla oscillare al “triste vento” che essa porta con sé: le cetre, che oscillano al vento, evocano il senso di inutilità della poesia nell’ora della guerra. Essi, che hanno assistito alla barbarie della guerra, hanno appeso le cetre alle fronde dei salici, come gli antichi profeti, in segno di lutto e di partecipazione solidale, ma anche per auspicare la fine di quegli orrori. Il silenzio del poeta è da considerare, non solo un muto rispetto dinanzi alle sofferenze provocate dalla guerra, ma anche un’implicita denuncia di quegli intellettuali che scelsero durante il ventennio fascista l’asservimento al regime.

La libertà metafisica

Nel mio studio sul tema della libertà mi sono infine addentrato nel più profondo e difficile significato di libertà, quello di libertà metafisica che include un’indagine profonda dell’animo umano e del libero arbitrio attraverso il percorso che questa parola ha compiuto nella storia della filosofia e dell’uomo. Ripercorrendo i pensieri dei più importanti autori sul tema, ho concentrato la mia attenzione su tre autori in particolare che hanno definito la libertà in modi diametralmente opposti, ma che reputo estremamente interessanti: Fëdor Dostoevskij (1821-1881), Friedrich Nietzsche (1844-1900), Jean-Paul Sartre (1905-1980).

Dostoevskij e l’esperienza della libertà

Il filosofo Luigi Pareyson, in merito al pensiero dello scrittore e filosofo russo, scrive che “Il centro della filosofia di Dostoevskij consiste nel concepire l’esperienza della libertà come l’esperienza più profonda dell’uomo, condizione di tutte le altre”. Per Dostoevskij infatti, profondamente cristiano, che fonda il suo pensiero sull’antinomia di Bene e Male, ciò che è necessario per la realizzazione del bene e il conseguimento della salvezza non è l’esperienza del male, ma l’esperienza della libertà. Per il filosofo infatti, è meglio la scelta del male, la quale pur portando alla schiavitù del peccato, lascia aperta la possibilità di riscatto attraverso la scelta del bene, piuttosto che l’imposizione del bene.

Un brano significativo sul concetto di libertà per Dostoevskij è la vicenda del Santo Inquisitore al centro de “I fratelli Karamàzov”. Esso è un racconto allegorico, ambientato in Spagna ai tempi della Santa Inquisizione, che parla del ritorno di Cristo sulla terra quindici secoli dopo la sua morte e che viene misteriosamente riconosciuto e acclamato da tutti, ma subito incarcerato per ordine del Grande Inquisitore. Il “dialogo unilaterale” tra l’Inquisitore e un Cristo silenzioso è di forte intensità: egli, “un vecchio di quasi novant’anni, alto e diritto, con il viso scarno e gli occhi infossati, nei quali però riluce una scintilla di fuoco” comunica a Cristo la condanna a morte che avverrà l’indomani e lo accusa di aver “oppresso” con i tormenti della libertà “il regno spirituale dell’uomo”. L’inquisitore sostiene infatti, che Cristo lasciandoci la libertà abbia procurato all’uomo soltanto l’infelicità, e pertanto, lo scopo della sua vita è quello di “correzione” dell’opera di Cristo, togliendo al “gregge” la libertà e restituendogli il pane e la felicità. Cristo al termine del racconto bacia l’inquisitore sulla bocca, l’inquisitore lo caccia e gli ordina di non tornare mai più “...quel bacio gli brucia nel cuore, ma il vecchio non muta la sua idea”.

Nietzsche e la libertà

Con Friedrich Nietzsche l’idea di libertà assume caratteristiche profondamente diverse e, per certi versi, opposte rispetto a quelle spiegate da Dostoevskij. Prima di analizzare l’aspetto più filosofico dell’argomento è però interessante spiegare il suo pensiero in merito alla libertà politica espresso nel “Crepuscolo degli Idoli” in cui il filosofo afferma che “Le istituzioni liberali cessano di essere liberali non appena le si è ottenute: non esistono allora istituzioni che, più di quelle liberali, danneggino così radicalmente la libertà”.

Nietzsche ribalta interamente il pensiero secondo cui la libertà sta nella pace e nella democrazia affermando, al contrario, che quest’ultima forma di governo porta al livellamento morale e spirituale e porta al trionfo dell’ “l’animale da gregge”. Il filosofo afferma che “L’uomo libero è Guerriero” e che la vera libertà più elevata si può trovare “a cinque passi dalla tirannide”. Tale concezione non è falsa, è infatti vero che le più grandi rivoluzioni miranti al progresso sociale, anche attraverso la concessione delle libertà, sono state fatte proprio nelle Monarchie Assolute, basti pensare alla distruzione dell’Ancien Régime in Francia, ed è altrettanto vero, che una volta istituito un governo, seppur liberale, non si riuscirà a condensare tutte le idee di libertà presenti nel momento “della marcia al palazzo reale”.

In merito alla libertà intesa come libero arbitrio Nietzsche scrive «La piena irresponsabilità dell’uomo per il suo agire e per il suo essere è la goccia più amara che chi persegue la conoscenza deve inghiottire». Nella teoria del libero arbitrio il filosofo dunque, nega sia l’esistenza della libertà di volere ma anche quella della non libertà di volere individuando piuttosto le ingannevoli libertà dei forti e dei deboli. Per Nietzsche l’uomo, illusoriamente, crede che il suo singolo evento sia isolato e separato e che egli lo abbia determinato fortemente e liberamente per tale motivo l’uomo forte crede che “l’uomo forte è anche uomo libero” e sostiene «che la teoria della libertà del volere è un’invenzione di classi dominanti». L’uomo forte cioè trasforma la sua singola esigenza di affermazione nell’esistenza metafisica della libertà. Ma anche agli uomini deboli appartiene l’inganno della libertà di volere. Infatti di fronte all’uomo forte «la prudenza d’infimo rango» dell’uomo debole finge che la sua debolezza fosse qualcosa di voluto, una scelta, un merito rendendo possibile «alla maggioranza dei mortali, ai deboli e agli oppressi di ogni sorta quel sublime inganno di sé che sta nell’interpretare la debolezza stessa come libertà, il suo esser-così-e-così come merito». Il debole, cioè, è umilmente sottomesso ma si illude di esserlo per una sua virtuosa libera scelta.

Quando con il libero arbitrio l’uomo ingannevolmente dice «io voglio», nega la sua soggezione nei confronti della realtà ma nega anche l’identificazione di se stesso con il mondo, con la natura, con quello che lo fa essere quello che è e così facendo si allontana da quella originale armonia pagana con la totalità delle cose che caratterizza la figura del “fanciullo” che conquista liberamente il mondo. Nietzsche sostiene inoltre che l’avvento di Dioniso rivelerà all’uomo che egli non è libero e lo affrancherà dal senso di colpa nella gioiosa accettazione del suo fato, il destino al quale non può sottrarsi, poiché è esso stesso l’unico in grado di realizzarlo compiutamente come oltreuomo aderendo all’identificazione con il mondo che egli stesso crea.

Sartre e la condanna a essere liberi

Per il filosofo esistenzialista Sartre l’uomo è costitutivamente, ontologicamente libero. L’uomo ha, infatti, la libertà di scegliere, ma non la libertà di scegliere o meno di essere libero ed è per questo che nella sua opera più celebre “L’essere e il nulla” egli afferma che “L’uomo è condannato ad essere libero”. Per Sartre “la libertà dell’uomo è infinita” e ciò rende l’uomo interamente responsabile delle sue scelte.

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Sintesi

Introduzione Libertà, tesina

La seguente tesina di maturità tratta del tema della libertà. La tesina abbraccia anche i seguenti argomenti nella varie discipline scolastiche: Friedrich Nietzsche in Filosofia; Fedor Dostoevskij in Letteratura; Gandhi, discorso per l'indipendenza indiana in Inglese; Cicerone, "Legge a Garanzia della Libertà" in Italiano; lotte partigiane e totalitarismi in Storia; libertà metafisica in Teologia, Gianrico Carofiglio, la manomissione delle parole in Letteratura.

Collegamenti:

Libertà, tesina

FILOSOFIA - Friedrich Nietzsche, Fedor Dostoevskij, Jean-Paul Sartre, Freud: Inconscio e Libertà. INGLESE - Ghandi, discorso per l'indipendenza indiana, Orwell 1984. ITALIANO - Dante e il suo concetto di libertà. LATINO - Cicerone "Legge a garanzia della libertà" STORIA - lotte partigiane e totalitarismi TEOLOGIA-FILOSOFIA-ETICA - libertà metafisica LETTERATURA - Gianrico Carofiglio, la manomissione delle parole
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
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