Lavoro: fatica e tormento o nobilitazione dell’uomo?
“È evidente che più la società si fa tecnologica, più si riducono i posti di lavoro. E paradossalmente quello che è sempre stato il sogno più antico dell’uomo: la liberazione dal lavoro si sta trasformando in un incubo” (Umberto Galimberti, “Ripensare l’idea di lavoro, 8 settembre 2007”). Questa affermazione di Galimberti sintetizza l’evoluzione della società umana e del concetto di lavoro a partire dalla prima azione dell’uomo mirata alla propria sopravvivenza e che tuttora si può osservare nella società contemporanea. La crisi attuale è l’estrema occasione con cui poterci confrontare sul tema del lavoro. Oggigiorno la perdita del lavoro, e la stessa ricerca di un’occupazione lavorativa, è davvero un incubo, in quanto legato principalmente alla sfera economica, mezzo di ascesa sociale e sopravvivenza in un mondo sempre più astioso e difficoltoso, oltre che ridotto a villaggio globale dai mezzi di trasporto e di comunicazione.
Ma partendo dall’analisi delle civiltà più antiche si comprende il diverso valore che l’uomo ha attribuito a questa attività, l’importanza e la funzione che ha avuto nel corso dei secoli.
Il significato del termine lavoro
Innanzitutto è necessario trovare un significato ben distinto: con il termine “lavoro” si definisce “l’esplicazione di energia (umana, animale, meccanica) rivolta al compimento di un’attività” (Dizionario Palombo). Ma l’etimologia e le derivazioni linguistiche del termine sono senz’altro rivelatrici.
In italiano esso deriva dalla parola latina labor che significava “fatica”. Nelle altre lingue romanze invece segue una diversa radice latina originata dal termine tripalius che era uno strumento di tortura a tre punte, con il significato, quindi, di tormento o sofferenza. È il caso del termine francese travail o dello spagnolo trabajo. Dunque, nella cultura occidentale, è stato spesso inteso con un’accezione negativa, sinonimo di fatica e addirittura di pena e dolore. Questa accezione si può riscontrare studiando i differenti termini e significati che l’uomo, nei diversi secoli, ha adottato per designare questa attività. Nella cultura europea antica essa era considerata negativamente, in quanto rappresentava il luogo per eccellenza dell’assoggettamento alla necessità.
Il lavoro nell’antica Grecia
In Grecia, infatti, il lavoro veniva considerato come un’attività servile, contrario alla libertà stessa e di conseguenza alla cittadinanza. Scrive Aristotele: “Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero” e afferma anche: “Non è possibile esercitare la virtù quando si fa la vita di un artigiano” (Aristotele, Politica). Questo proprio perché l’attività lavorativa, riservata alla servitù, alle donne e nel contesto domestico, ben lontano dal conferire un’identità sociale, non coglieva l’uomo nell’esercizio della propria libertà, ma al contrario lo limitava nella sfera privata, escludendo dall’ambito pubblico tutti coloro che vi erano asserviti.
D’altronde non esisteva un termine ben specifico per designare tale attività così come è concepita oggi. I termini utilizzati erano:
- Poiesis, che designava l’attività creativa;
- Ergon, un fatto pratico o una necessità;
- Ponos, infine, era usato per indicare un’opera faticosa o addirittura una pena o afflizione.
Dunque nell’antica Grecia ritroviamo il lavoro solo nell’aspetto concreto e materiale, definito in funzione del prodotto che punta a fabbricare. Inoltre esso non era un mezzo di ascesa sociale così come lo è oggi, non aveva un riconoscimento significante nella società del tempo, esistendo una società ancora troppo rigida e che ammetteva la schiavitù.
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Il lavoro nella cultura latina
Anche la lingua latina distingue l’opus, l’attività creativa, e il “labor”, che richiama il lavoro faticoso e oppressivo. Inoltre il fatto che gli antichi Romani designassero l’attività pubblica negotium, in accezione negativa rispetto alla sfera privata dell’otium, è senz’altro rivelatore.
L’otium, infatti, lungi dall’indicare la pigrizia e l’inattività, rappresenta la sfera intellettuale, spirituale e privata, della quale il “negotium” designa l’opposto, l’impegno nell’attività commerciale, pubblica e politica. Nella cultura latina dunque si scorge un’ulteriore caratterizzazione del lavoro umano, che diviene anche elemento di distinzione dell’attività pubblica da quella privata: da un lato la contemplazione e dall’altro l’attività, entrambe specchio della natura interiore dell’uomo.
Seneca, consapevole di ciò, è un esempio della concezione del tempo, influenzata dalle diverse scuole di pensiero, come quella stoica o epicurea, che proponevano diversi modelli di comportamento. Egli nel suo scritto De otio, indica le fondamentali differenze di pensiero, e giunge a conciliare l’attività, tipica del negotium, e la contemplazione, propria dell’otium.
In questa opera Seneca infatti, sebbene fosse un seguace della filosofia stoica, che prediligeva l’attività pubblica, negli anni dell’esilio dalla corte imperiale di Nerone (intorno al 62 d.C.), riscopre il valore “politico” della vita privata entro gli ampi confini della comunità umana: quando è impossibile agire all’interno della comunità-Stato, il saggio può dedicarsi alla funzione “politica” di modello e insegnamento all’interno della più vasta collettività umana.
Così scrive in quest’opera: “Quanto alla vita meditativa, la scuola stoica e l’epicurea la pensano in modo diametralmente opposto e tuttavia, seppure per strade diverse, conducono entrambe a quel fine. Epicuro dice: ‘Il saggio non partecipi alla vita pubblica, se non costretto da qualche accidente’. Zenone, invece: ‘Il saggio partecipi alla vita pubblica, se non vi sia qualcosa che glielo impedisca’. L’uno sostiene l’isolamento come principio, l’altro come evenienza.”; e ancora: “Dove risieda Dio, se egli muova la sua creazione e se ne prenda cura o si limiti a contemplarla, se ne sia fuori e l’abbracci, diffuso intorno ad essa, o la compenetri tutta, se il mondo, infine, sia eterno o si debba piuttosto annoverare fra le cose caduche e temporanee. Chi guarda a tutto questo rende un servizio a Dio: testimonia infatti l’opera sua. Noi diciamo che il sommo bene è vivere secondo natura, e la nostra natura ha due facce, una rivolta alla contemplazione e l’altra, invece, all’azione.”
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Inoltre aggiunge: “Del resto la natura volle facessi l’una e l’altra cosa, e agire e dedicarmi alla contemplazione: l’una cosa e l’altra faccio, dal momento che neppure la contemplazione è senza azione.” (Seneca, De otio).
Dunque Seneca individua la possibilità di vivere secondo natura, quindi realizzando il proprio ruolo, sia in un ambito pubblico e politico, sia in uno spirituale e intellettuale, attribuendo importante valore ad entrambe le attività. Perciò l’attività umana assume anche queste sfumature, sebbene non possiamo ancora identificare questa attività con il lavoro.
Introduzione lavoro - tesina
Questa tesina di maturità descrive il tema del lavoro, collegandolo con altre materie scolastiche. Tesina maturità argomenti: in Latino etimologia e Otium-Negotium in Seneca, in Greco etimologia, Epicuro e Zenone, in Italiano Pirandello e "I quaderni di Serafino Gubbio operatore", l'alienazione dell'uomo dal lavoro, in Filosofia Karl Marx, "Ideologia tedesca", "Il capitale" e la società capitalistica, Storia la crisi del 1929 e in Inglese l'età vittoriana e David Copperfield.
Collegamenti
Lavoro - tesina
- Latino: Etimologia e Otium-Negotium in Seneca.
- Greco: Etimologia, Epicuro e Zenone.
- Italiano: Pirandello e "I quaderni di Serafino Gubbio operatore"; l'alienazione dell'uomo dal lavoro.
- Filosofia: Karl Marx "Ideologia tedesca", "Il capitale" e la società capitalistica.
- Storia: La crisi del 1929.
- Inglese: L'età vittoriana e David Copperfield.