Tesina di maturità
L’irredentismo italiano
Matteo Montemurro VD LS
Istituto d’Istruzione Superiore “G. Cardano”
Anno scolastico 2011-2012
Premessa
Ho scelto di parlare dell’irredentismo italiano, perché ritengo che abbia avuto molte ed importanti implicazioni nella storia successiva alla sua nascita. Infatti, il movimento è stato accolto con favore dagli ambienti interventisti negli anni precedenti la Grande Guerra, influendo anche sulle alleanze strette dall’Italia prima del conflitto (tanto è vero che l’Intesa assicurava le terre irredente come bottino di guerra in caso di vittoria); ed è stato uno dei fenomeni che, ripreso e stravolto dal fascismo, ha portato l’Italia in guerra durante il Secondo Conflitto Mondiale, causando anche, indirettamente, la caduta del regime. L’ideologia irredentista è importante anche per aver contagiato molti autori e letterati dell’epoca; Gabriele D’Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti e Scipio Slataper tra i più rilevanti.
Introduzione
Il movimento irredentista può essere diviso secondo le sue quattro principali fasi storiche: dalla sua nascita nel Risorgimento alla coniazione di un termine ufficiale per tale movimento (1877), dal 1877 alla Grande Guerra, dal 1918 alla fine della Seconda Guerra Mondiale e dal secondo dopoguerra ad oggi. In ogni fase storica, tranne l’ultima, il movimento incluse, quali “terre irredente”, nuovi territori facenti parte della regione geografica italiana, come Nizza, la Savoia e Malta durante il periodo fascista. Durante questo periodo vennero anche incluse regioni, come la Tunisia, la Libia ed il Dodecaneso, che non facevano parte della regione fisica italiana.
Nella sua ultima fase storica, invece, il fenomeno è andato via via scemando, infatti oggi è praticamente inesistente e sopravvive solo in ristretti ambiti nazionalisti ed in partiti di estrema destra come il Movimento Sociale Italiano. Nei territori considerati irredenti, è sempre stato presente un movimento che spingeva per un’annessione all’Italia, come il “Partitu Corsu d’Azione” in Corsica o la “Gazzetta Maltese” a Malta.
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Definizione e diffusione del termine “irredentismo”
La parola “irredento” deriva dall’unione della preposizione “in”, con significato “non”, ed il participio passato del verbo “redimere”, nel significato di “riscattare”; quindi “non-riscattato”, cioè non liberato o irredento. L’espressione “Irredentismo” indica le aspirazioni di un popolo a completare la propria unità territoriale nazionale, tramite l’annessione di territori considerati irredenti, ossia quelle terre sotto il dominio straniero ritenuti appartenenti al proprio stato in conformità ad un’identità etnica o di un legame storico non più presente.
Tale fenomeno è una diretta conseguenza della coscienza degli individui di una popolazione di essere accomunati da una stessa identità nazionale, sentimento che sintetizza in sé molti fattori come gli usi, i caratteri etnici, le tradizioni ed i costumi. Il termine irredentismo nasce nel 1877, quando Matteo Renato Imbriani coniò il nuovo termine “terre irredente” ai funerali del padre Paolo Emilio; un giornalista austriaco che assistette al discorso, definì Imbriani un “irredentista”, per dileggiarlo.
Il termine è utilizzato, con lo stesso significato presente in Italia, anche da altri stati quali Argentina, Repubblica Popolare Cinese, Comore e Repubblica di Cina (Taiwan), al punto di formalizzare le proprie pretese irredentiste includendole nelle rispettive Costituzioni. Fatto eloquente dell’irredentismo non italiano, fu l’assassinio a Sarajevo di Francesco Ferdinando, prossimo erede al trono asburgico, da parte dello studente bosniaco irredentista, Gravilo Princip; ciò fu, in effetti, la scintilla che provocò lo scoppio della guerra.
L’irredentismo tra la seconda metà del XVIII secolo ed il 1877
Il movimento irredentista italiano, secondo alcuni autori ed a differenza del termine “ufficiale”, nasce già nella seconda metà del XVIII secolo, come conseguenza e reazione al tentativo francese d’annettere regioni italiane come Liguria, Piemonte e Toscana, oltre alla Corsica, durante l’impero napoleonico.
I territori interessati dalle aspirazioni di rivendicazione irredentista furono principalmente quelle regioni dell’Italia geografica rimaste sotto il controllo austriaco dopo la III guerra d’indipendenza del 1866, come il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia, la Dalmazia e Fiume con l’Istria. Infatti, l’irredentismo italiano nasce come movimento politico, primariamente anti-austriaco, con lo scopo di completare il disegno risorgimentale d’unificare all’interno dei confini dello Stato italiano tutti quei territori, ancora sotto il dominio austroungarico, ritenuti etnicamente e storicamente appartenenti alla penisola italiana, anche per la presenza di numerose comunità d’italiani e italofoni in essi.
Come scrive Angelo Vivante ne “Irredentismo adriatico”, già nei suoi primi anni d’esistenza il fenomeno poteva essere diviso in due tipologie: l’irredentismo “che c’è”, che era l’espressione più diffusa del movimento ed aspirava alla liberazione, con conseguente annessione, dei territori d’interesse principale per l’irredentismo quali la Venezia Giulia, il Trentino, l’Alto Adige, l’Istria e la Dalmazia; e l’irredentismo “morto”, ovvero quello che non fu mai ben vivo, cioè il fenomeno che interessava regioni quali Malta, il Canton Ticino, Nizza, la Savoia e la Corsica; le quali non ebbero mai grande interesse da parte dell’irredentismo durante il suo primo periodo di vita.
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L’irredentismo dal 1877 al 1918: Trentino, Venezia Giulia ed Istria
La propaganda irredentista prese vigore dopo il Congresso di Berlino del 1878, sviluppando un ampio dibattito presso settori dell’opinione pubblica nazionale. Nel Regno d’Italia sorsero movimenti come l’Associazione pro Italia irredenta, mentre in Trentino e in Venezia Giulia si svolgevano attività cospirative e manifestazioni separatiste.
Le diverse associazioni furono prima tollerate, quindi avversate o addirittura chiuse da Depretis per motivi di opportunità di politica estera. L’Irredentismo ebbe nella “Società Dante Alighieri” (1889) un nuovo strumento organizzativo, sviluppando poi ulteriormente la sua azione nonostante la nuova fase repressiva che dovette fronteggiare nel 1889-1891, sotto il ministero Crispi.
Infatti, lo statista, convinto che per l’Italia fosse necessario, data la tensione della Francia, essere una “fedele alleata” dell’Austria, sciolse il comitato per Trento e Trieste presieduto dall’Imbriani e le associazioni e i circoli Oberdan, arrivando a licenziare il ministro delle finanze F. Seismit Doda per aver ascoltato, senza reagire, un discorso irredentista in piazza.
Parallelamente, l’Irredentismo operava con validi risultati nelle terre rimaste sotto il dominio austro-ungarico, difendendo la cultura italiana e tenendo desti gli ideali nazionali (inaugurazione del monumento a Dante a Trento nel 1896, manifestazioni di italianità a Trieste ed in Istria nel 1894).
Nel suo complesso, il movimento irredentista fu largamente ispirato ad ideali di stampo risorgimentale, prendendo come modelli ideologici soprattutto gli ideali di Giuseppe Mazzini e raccogliendo adesioni prevalentemente nell’ambito dei nascenti movimenti anti-imperialisti socialisti.
Da questi movimenti provenivano alcuni dei più illustri esponenti dell’irredentismo, come il giuliano Guglielmo Oberdan ed i cosiddetti “Martiri trentini”: il socialista Cesare Battisti, Fabio Filzi, ed il roveretano Damiano Chiesa, tutti giustiziati dal governo austriaco.
Nel 1882 Guglielmo Oberdan progettava un attentato a Francesco Giuseppe I d’Austria nel tentativo di far crollare il progetto della Triplice alleanza; per questo fu impiccato dagli austriaci. Nell’ambito dell’irredentismo si sviluppò, accanto all’originaria ideologia anti-austriaca, anche una corrente anti-slava, che vedeva negli sloveni e soprattutto nei croati i futuri antagonisti dell’Italia in Adriatico.
Una corrente d’importanza minore che avrebbe comunque trovato adesioni sotto il fascismo e che ebbe il suo massimo esponente in Ruggero Timeus. Importante, per quanto riguarda la Venezia Giulia, è stato l’apporto degli intellettuali triestini come Scipio Slataper, Carlo e Giani Stuparich.
I territori considerati irredenti erano definiti tali secondo criteri variabili: a volte si considerava il criterio linguistico-culturale, ossia la presenza d’italofoni, altre volte quello geografico, cioè l’appartenenza ai confini naturali, altre ancora quello storico, ossia l’appartenenza del territorio, in passato, a uno degli antichi stati italiani, ma non il criterio di tipo coloniale.
Proprio per questi nuovi criteri, iniziarono ad essere considerati irredenti anche territori quali il resto della Venezia Giulia e la Dalmazia. I governi del Regno d’Italia, alleati dell’Impero Asburgico con la Triplice Alleanza, e in ogni caso non allineati con gli ideali politici ispiratori dell’irredentismo, non ne appoggiarono la causa sino al primo decennio del XX secolo quando, con l’inaridimento dei rapporti italo-austriaci, riprese vigore la propaganda del movimento, subendo una crescente influenza da parte della destra nazionalista che era anche mossa da importanti interessi economici.
Le aspirazioni irredentistiche trassero rinnovato vigore dal nuovo orientamento della politica estera italiana, infatti, nacquero nuove associazioni, come “Italia Nostra” e “Corda Frates” che si affiancavano a quelle già esistenti.
L’agitazione irredentista divenne più accesa in seguito alla condanna a cinque anni di carcere dello studente triestino Mario Sterle, per apologia di Oberdan. Si arrivò così allo scoppio della prima guerra mondiale: nello scontro tra interventisti e neutralisti, le ideologie dell’Irredentismo rappresentarono uno degli elementi propulsivi di maggior rilievo per l’entrata in guerra dello stato Regio.
Scipio Slataper
Tra i letterati più rilevanti ed aderenti al movimento durante questo periodo, vi fu Scipio Slataper nato il 14 luglio 1888 a Trieste. Slataper, pur essendo stato inizialmente molto critico nei confronti delle tesi irredentiste, allo scoppio della prima guerra mondiale si arruolò volontario, come molti altri triestini, nel Regio esercito italiano raggiungendo il grado di sottotenente nell’1º Reggimento dei “Granatieri di Sardegna” e morì al fronte combattendo sul monte Podgora, il 3 dicembre del 1915.
Per il suo sacrificio gli fu concessa la medaglia d’argento al valor militare. Entrato in contatto negli anni universitari con i giovani letterati italiani che ruotavano attorno alla rivista La Voce, fondata da Giuseppe Prezzolini, che affrontava saltuariamente tematiche irredentiste; e vi collaborò assiduamente, spesso con la collaborazione dei fratelli Stuparich, pubblicando “Lettere triestine”, numerosi articoli, come le del 1909.
In questi scritti, molto critici e che molto fecero discutere, Slataper analizza la situazione culturale della Trieste dell’epoca, che ai suoi occhi si presentava senza “tradizioni di coltura”. La borghesia che governava la città giuliana, poiché politicamente si trovava sotto l’impero asburgico, basava la propria “italianità” oltre che su elementi etnici, soprattutto su motivazioni di stampo culturale.
L’accusa venne dunque percepita come grave e fu rifiutata con sdegno dalla classe dirigente triestina, che vide in Slataper un traditore della causa dell’italianità di Trieste.
“Il mio Carso” pubblicato nella Libreria della Voce nel 1912, è la sua opera più importante ed unico romanzo della sua breve carriera. È un’autobiografia spirituale di tono accesamente lirico, che attesta il cammino compiuto dallo scrittore dall’esaltazione dell’io alla crisi provocata in lui dal dolore per il suicidio dell’amata Anna Pulitzer, che lo spinge a intuire la necessità di una legge morale più profonda per la sua vita.
Slataper rimaneggia la sua tesi di laurea su Ibsen, per una futura pubblicazione, che però avviene postuma nel “Alle tre amiche”, 1916. Infine bisogna ricordare le lettere che nelle intenzioni di Slataper sarebbero dovute essere la base per un nuovo romanzo, il seguito de “Il mio Carso”; furono pubblicate postume dall’amico irredentista Giani Stuparich.
Slataper condivideva le idee vociane anti dannunziane, ma allo stesso tempo concordava con gli ideali irredentisti e interventisti del poeta abruzzese.
Prezzolini e “La Voce”
Giuseppe Prezzolini riavviò ne “La Voce” un dibattito a favore della creazione di una Università italiana nel Ticino (cosa che avvenne successivamente solo nel 1996 con la fondazione della Università della Svizzera italiana) per contrastare la “tedeschizzazione” voluta da Berna.
Prezzolini nel 1912 aprì sulla sua un dibattito sull’italianità del Ticino, di Gondo e del Grigioni meridionale, e successivamente riservò un numero della rivista al tema dell’irredentismo con la partecipazione fra gli altri di Francesco Chiesa.
L’irredentismo tra le due guerre e sotto il fascismo (1918-1945): Malta, Corsica, Nizza, Savoia e Svizzera
Gli irredentisti che furono a favore dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, alla fine del conflitto abbandonarono il principio dell’autodeterminazione e condivisero la richiesta di una definizione dei nuovi confini in base all’eredità storica, al criterio degli interessi economici e alle esigenze di difesa militare.
Em ase quindi una forte contraddizione con i principi originari dell’irredentismo. Così trasfigurato, il movimento irredentista caratterizzato dall’occupazione Dannunziana di Fiume, città a maggioranza italiana, ma la cui attribuzione all’Italia non era prevista nel Patto di Londra.
L’occupazione avvenne il 12 settembre 1919 e fu seguita dalla costituzione della Reggenza italiana del Carnaro l’8 settembre 1920; in seguito allo sgombero dei legionari fiumani, il 2 febbraio 1921, la città divenne lo Stato libero di Fiume, che il 3 marzo 1921 fu annesso all’Italia.
Successivamente il movimento fu snaturato ed egemonizzato dal regime fascista che ne fece uno strumento di propaganda nazionalista; 5 La “Grande Italia”.
Questo secondo irredentismo si dimostrò fallimentare. Nel 1938, a seguito dell’allontanamento dell’Italia dalla Francia dovuto dapprima all’appoggio francese alla Iugoslavia per la Dalmazia e successivamente alla guerra d’Etiopia, il governo di Benito Mussolini si decise a rivendicare anche la Corsica, la ex contea di Nizza, la regione della Savoia e Corfù quali terre irredente, anche se quasi prive di abitanti italofoni.
Infine il fascismo cercò di suscitare istanze irredentiste a Malta, nella Svizzera italiana e nelle Isole Ionie.
L’irredentismo fascista era aggressivo e portò, in parte, al disastro della seconda guerra mondiale. L’irredentismo, portato a livelli nazionalistici estremi, fu al centro della politica imperialista di Mussolini, concretizzandosi nelle aspirazioni fasciste per una “Grande Italia” con un proprio Impero.
Il progetto “Grande Italia”, concepiva che lo stato italiano includesse: Nizza, Savoia, Ticino, Venezia Giulia, Dalmazia, Corfù, Malta e Corsica, popolate in parte anche da italiani da secoli, e ampie zone dell’Africa settentrionale e orientale come la Libia, L’Egitto, il Sudan ed il Corno d’Africa, alcune delle quali abitate da italiani dal XIX secolo.
L’espansione in questi territori avrebbe permesso all’Italia d’egemonizzare il Mediterraneo (ritenuto dai fascisti “Mare nostrum”). Il progetto acquisì nuovi tasselli durante la seconda guerra mondiale, con l’occupazione di Grecia, Corsica, Tunisia e l’invasione dell’Egitto occidentale.
Il movimento irredentista tra le comunità italiane fuori dai confini nazionali non svanì con il conseguimento dell’Unità d’Italia e fu incoraggiato dal fascismo affinché contribuisse a realizzare la Grande Italia.
Tutti i territori d’espansione progettata, con la sola eccezione di Malta, appartenevano all’Italia, ma il progetto della Grande Italia subì una battuta di arresto dopo la sconfitta delle Potenze dell’Asse.
Movimenti irredentisti italiani all’estero
Malta
Nel primo dopoguerra, si sviluppò un movimento irredentista italiano molto attivo nell’arcipelago maltese, dove solo nel 1934 i britannici vietarono l’uso della lingua italiana, per completarne il processo di anglicizzazione.
Gli irredentisti maltesi giustificavano storicamente la loro rivendicazione di unificazione con l’Italia ricordando che l’arcipelago era stato per secoli governato dall’Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani di Malta, sotto l’egida del Regno di Sicilia.
Gli inglesi giunsero sull’isola nel 1800, dopo aver cacciato l’esigua guarnigione napoleonica, che si era impadronita dell’arcipelago due anni prima.
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