Estratto del documento

La coscienza inquieta dell’uomo moderno

L’analisi labirintica dell’aggrovigliata matassa dell’interiorità

Istituto I.I.S. “Arimondi Eula”

Liceo Scientifico Savigliano

Anno 2011/12

Cl. 5ªA

Jasmine Rimani

Introduzione

Le riflessioni sull’irrazionalità di ciò che comunemente si ritiene cosciente, fisso, razionale hanno da sempre suscitato in me un certo interesse poiché sembravano dischiudere le porte per la completa analisi e comprensione degli individui. Con uno studio più approfondito ho compreso quanto le mie aspirazioni di un reale intendimento del subconscio umano fossero vane: più leggevo e maggiore sorgeva in me la volontà di apprendere.

La letteratura del ’900, con il suo studio sulla crisi dell’io, mi ha fornito una larga varietà di analisi della parte che si tende più a celare e a dimenticare nella frenesia della vita moderna. Aggrappandomi ai pochi testi che ho letto, analizzato e cercato di apprendere nel loro messaggio più completo ho voluto farne una breve trattazione soffermandomi con più attenzione su quegli autori per cui ho provato una più grande simpatia legata forse al fatto che avevo letto frammenti delle loro opere già durante il periodo delle medie inferiori.

Ne ero rimasta affascinata: apprezzai tanto quelle riduttive letture antologiche (mirate più che altro ad un’analisi del testo nelle sue componenti più strettamente narrative) che ho voluto andare più a fondo nelle mie ricerche.

Anche le arti figurative mi hanno fornito materiale per la mia ricerca. Mi sono poi soffermata sui simbolisti perché oltre alla componente irrazionale portata su tela ne ammiro la grande ricercatezza del segno e l’eleganza delle figure anche delle più astratte.

Sembrano donare al groviglio di sensazioni, sentimenti, impressioni dell’io più irrazionale una forma definita e sinuosa: è come se fotografassero il fluire senza fine del subconscio, lo intrappolassero in un istante richiamando alla mente però anche quelli precedenti e ponendo un interrogativo sugli eventi futuri.

Indice

Le contraddizioni dell’io: la filosofia di Bergson e la psicoanalisi di Freud

  • Henri Bergson — pag. 1
  • Sigmund Freud — pag. 3

La trappola della vita sociale: l’io in crisi

  • Luigi Pirandello — pag. 8
  • La poetica e il pensiero — pag. 9
  • La crisi dell’io e il relativismo psicologico — pag. 11

L’irrazionale come scissione dell’io e metamorfosi

  • Edgar Allan Poe — pag. 17
  • Virginia Woolf — pag. 18

Simbolismo: la dimensione del sogno e dell’irrazionale

  • Gustave Moreau — pag. 21
  • Odilon Redon — pag. 22
  • Preraffaelliti — pag. 23

Le contraddizioni dell’io: la filosofia di Bergson e la psicoanalisi di Freud

L’analisi della psiche dell’uomo, il concetto di tempo come durata interiore dischiudono davanti agli artisti un nuovo campo di indagine in cui, lacerata “la tela abilmente intessuta del nostro “io” convenzionale” (H. Bergson), ci si può addentrare nelle ragioni complesse, spesso ambigue e contraddittorie, dell’agire umano.

Henri Bergson

Henri Bergson è stato considerato il filosofo francese più importante del suo tempo. Il suo influsso è stato notevole sulla filosofia del primo Novecento ed anche in campo più genericamente culturale è stato il primo filosofo che ebbe il Nobel per la letteratura nel 1928.

Nel suo “Saggio sui dati immediati della coscienza” si augurava l’avvento di un nuovo romanziere, che riuscisse a “lacerare la tela abilmente tessuta dal nostro “io” convenzionale” per mostrarci le ragioni complesse dell’agire umano.

Pone, come punto d’avvio della sua elaborazione, la riflessione sul tempo e distingue due approcci possibili.

In genere lo si rappresenta come una “serie” in cui sono collocati gli istanti che si succedono; ogni istante “è” in quanto quelli che lo hanno preceduto non ci sono più, e in quanto quelli che lo seguiranno non ci sono ancora. Questa rappresentazione è erronea: anzitutto perché il presente viene così arbitrariamente separato dal passato e dal futuro (pertanto viene svuotato, vanificato), inoltre senza accorgercene si concepisce il tempo come “spazializzato”.

“Proiettiamo il tempo nello spazio, esprimiamo la durata in estensione, e la successione prende per noi la forma di una linea continua o di una catena le cui parti si toccano senza penetrarsi”.

Saggio sui dati immediati della coscienza

“Quando seguo con gli occhi sul quadrante di un orologio il movimento delle lancette non misuro una durata, come pare si creda, mi limito a contare delle simultaneità, il che è molto diverso”. Saggio sui dati immediati della coscienza

Questo è il tempo della scienza, il tempo dell’orologio, la nozione utilizzata dai ricercatori nella teoria scientifica e nella pratica sperimentale. È un tempo che gode delle proprietà di essere: oggettivo, esterno, indipendente dal soggetto umano e quantitativo, perché la scansione degli attimi (o di qualsivoglia unità di misura) che si succedono sempre con lo stesso ritmo non presenta differenze qualitative.

Secondo Bergson si può paragonare questa concezione del tempo a una collana di perle, tutte uguali e distinte fra loro.

Il tempo della vita, quello vissuto dagli individui concreti, è essenzialmente qualitativo: quando si è annoiati certe ore sembrano non passare mai; altri istanti invece appaiono lunghi come un’eternità. Altri ancora danno senso all’intera esistenza segnandola in modo indelebile: l’attimo della nascita e quello della morte, per esempio.

Il tempo vissuto è denso di significato, ha sempre un sapore particolare per il soggetto; non per nulla possediamo un termine specifico, noia, per designare quella sofferenza che nasce quando non si riesce a dare un senso al tempo.

Nell’esperienza di vita questo tempo psicologico, una dimensione peculiare della spiritualità, è soggettivo e non separabile dalla memoria del passato e dall’anticipazione del futuro. Per il singolo individuo esso è sempre una durata:

“La durata assolutamente pura è la forma che prende la successione dei nostri stati di coscienza quando il nostro io si lascia vivere, si astiene da stabilire una separazione tra lo stato presente e quelli anteriori. Non vi è bisogno, per far ciò, di assorbirsi interamente nella sensazione o nell’idea che passa! ché allora, al contrario, si cesserebbe di durare. Non occorre nemmeno obliare gli stati anteriori, basta che, ricordandosi di essi, non li si giustapponga allo stato attuale, come un punto ad un altro punto, ma li si organizzi con quest’ultimo; come succede quando ci ricordiamo, fuse, per così dire, insieme, le note di una melodia”.

Saggio sui dati immediati della coscienza

“Il mio stato d’animo, avanzando sulla via del tempo, si arricchisce continuamente della propria durata: forma, per così dire, valanga con se medesimo. Se la nostra esistenza fosse costituita di stati separati, di cui un Io impassibile dovesse far la sintesi, non ci sarebbe per noi durata: poiché un Io che non muti non si svolge, come non si svolge uno stato psichico che resti identico a se stesso finché non venga sostituito dallo stato successivo.

Infatti, la nostra durata non è il susseguirsi di un istante ad un altro istante: in tal caso esisterebbe solo il presente, il passato non si perpetuerebbe nel presente e non ci sarebbe evoluzione né durata concreta. La durata è l’incessante progredire del passato che intacca l’avvenire e che, progredendo, si accresce. E poiché si accresce continuamente, il passato si conserva indefinitamente”.

L’evoluzione creatrice.

Secondo Bergson siamo portati a concepire il tempo in termini spaziali perché tale operazione risulta comoda nella vita pratica. Le esigenze pratiche ci spingono al frazionamento, alla “parcellizzazione” della nostra vita spirituale.

È ingenua la pretesa che la vita della coscienza si attui a prescindere dalla sua incarnazione nel corpo fisico quanto è infondata l’affermazione il corpo non svolge alcun ruolo in ordine all’attività dello spirito.

I fatti ci hanno fornito l’idea, confermata dal ragionamento, che il nostro corpo sia uno strumento d’azione, e d’azione soltanto. In nessun grado, in nessun senso, sotto nessun aspetto esso serve a preparare ed ancor meno a spiegare una rappresentazione, né vi contribuisce direttamente nella percezione o nella memoria, né a maggior ragione nelle operazioni superiori della mente.

Sviluppando questa ipotesi sotto i suoi molteplici aspetti e spingendo così il dualismo all’estremo, si direbbe che noi scaviamo un abisso invalicabile fra corpo e mente.

Materia e memoria

In Materia e memoria (1896), Bergson cerca di “cogliere più chiaramente la distinzione del corpo e dello spirito e di penetrare più intimamente nel meccanismo della loro unione”.

Contro quelli che riducono lo spirito a materia o che considerano gli stati mentali e quelli cerebrali come due diversi modi di riferirsi allo stesso processo, Bergson ribadisce che il cervello non spiega lo spirito e che “in una coscienza umana c’è infinitamente di più che nel cervello corrispondente”.

Egli distingue a questo proposito tra memoria, ricordo e percezione.

La memoria coincide in pratica con la stessa coscienza e non può essere collocata spazialmente nel cervello. La memoria, per realizzarsi, ha bisogno dei meccanismi legati al corpo, ma essa è indipendente dal corpo stesso, così che ad esempio una lesione del cervello non colpisce propriamente la coscienza ma i ricordi, i collegamenti tra la coscienza e la realtà (la coscienza resta intatta anche se perde il contatto con le cose).

“Del resto questo è ciò che la coscienza costata senza fatica tutte le volte che, per analizzare la memoria, segue il movimento stesso della memoria che lavora. Si tratta di ritrovare un ricordo, di evocare un periodo della nostra storia? Noi abbiamo coscienza di un atto sui generis attraverso il quale ci stacchiamo dal presente per ricollocarci dapprima nel passato in generale, e poi in una certa regione di esso: [...] A poco a poco esso appare come una nebulosità che potrebbe condensarsi; da virtuale passa allo stato attuale; e man mano che i suoi contorni si delineano e la sua superficie si colora, esso tende a imitare la percezione.

Ma con le sue profonde radici rimane attaccato al passato, e se, una volta realizzato, non risentisse della sua virtualità originaria, se non fosse contemporaneamente uno stato presente e qualcosa che spezza il presente, noi non lo riconosceremmo mai come ricordo”. Materia e memoria

Da questa memoria spirituale, che è la durata della coscienza, si distingue appunto il ricordo. La funzione del cervello consiste nel far filtrare solo quei ricordi che possono interessare l’azione da compiersi.

Il cervello, in altri termini, passa solo una parte molto piccola di quello che è il processo della coscienza. La percezione è “l’azione possibile del nostro corpo sugli altri corpi”.

Con tale definizione egli intende dire che la percezione non ha un carattere puramente conoscitivo ma pratico, operativo perché percepire significa modificare la realtà materiale in base alle esigenze del nostro corpo, cioè in pratica agire.

Sigmund Freud

Alla fine dell’Ottocento, la psichiatria austro-tedesca sosteneva posizioni di tipo positivistico e naturalistico: spiegava le sofferenze mentali come conseguenze di lesioni o di disfunzioni cerebrali.

La sfera della psiche era identificata con quella della coscienza, che era capace di esercitare un dominio sugli istinti e di fungere da motore delle azioni.

Freud scoprirà invece che la causa delle psiconevrosi è da ricercarsi in un conflitto tra forze psichiche inconsce, ossia operanti al di là della sfera di consapevolezza del soggetto, i cui sintomi risultano quindi psicogeni, cioè non derivano da disturbi organici bensì da traversie della psiche stessa.

La scoperta dell’inconscio segna l’atto di nascita della psicoanalisi.

L’idea dell’identificazione Io/coscienza, affiorata con Socrate, è diventata uno dei pilastri della civiltà occidentale e solo in pochi hanno avuto l’ardire di metterla in discussione: tra questi, merita di essere ricordato Plotino, il quale aveva colto, per così dire, diversi livelli della coscienza, in modo che, oltre al livello ordinario, vi era anche quello sovrarazionale, in grado di attingere l’Uno neoplatonico; dalla prospettiva plotiniana emerge, seppur timidamente, l’idea che la mente non si identifichi con l’Io.

Quest’idea è stata ripresa e perfezionata, nel Seicento, da Leibniz, il quale parlava espressamente di “piccole percezioni” e di “innatismo virtuale”, convinto che nella testa dell’uomo esistessero nozioni di cui non si ha coscienza, quasi come se la nostra mente contenesse qualcosa che va al di là della coscienza.

Anche Hume, nell’età dell’Illuminismo, smontando il concetto di sostanza, aveva finito per distruggere insieme ad esso anche quella particolarissima sostanza che siamo noi: in altri termini, il pensatore scozzese si era chiesto se, svuotata la mente dai contenuti della coscienza, sarebbe potuto rimanere qualcosa ed aveva argutamente risposto che l’Io, in fin dei conti, altro non era se non un fascio di percezioni ed era così giunto alla conclusione che non siamo altro all’infuori della somma delle nostre percezioni.

Schopenhauer stesso leggeva l’Io come manifestazione particolarissima e superficiale di quella realtà unitaria e profonda che lui definiva “volontà”.

Tutti questi pensatori controcorrente, però, non sono bastati per impedire che si affermasse sempre più l’idea di un Io unitario, cosciente e razionale e che le passioni venissero considerate come elementi quasi estranei alla nostra vera personalità.

Se Schopenhauer si era acutamente accorto che la vera natura dell’uomo, in realtà, non è la ragione, ma la sfera passionale (tant’è che la ragione, secondo Schopenhauer, è una specie di organo che la passione si conferisce per potersi realizzare), con Nietzsche ci troviamo di fronte ad una vera e propria ripresa dell’idea humeana.

Anche se dal concetto di “volontà di potenza” sembra trasparire l’assoluta centralità dell’individuo, Nietzsche smonta radicalmente la nozione di sostanza (“l’essere manca”, afferma Zarathustra) e dal suo venir meno si sgretola pure quella particolarissima manifestazione di essa che siamo noi (l’Io).

Nietzsche avanza, in Umano, troppo umano, l’inquietante quesito se sia vero che siamo noi a pensare le idee o, piuttosto, sono le idee che si pensano, che vanno e vengono, attratte da processi quasi chimici, senza che vi sia un Io.

Il grande merito di Freud risiede nell’aver ricucito tutti questi duri colpi assestati alla nozione di Io e nell’aver dato la formulazione migliore di questo pensiero “controcorrente”.

L’Io, nota Freud, non è che non ci sia, ma, semplicemente, è una realtà infinitamente più marginale di quel che si è creduto da Socrate in poi.

La prima topica

Nel capitolo VII dell’Interpretazione dei sogni Freud espone quella che viene chiamata la prima topica (da topos, luogo, per indicare quali sono i luoghi – non in senso spaziale – della mente).

Il preconscio:

“Per indicare che i processi di eccitamento che vi si svolgono possono giungere alla coscienza senza ulteriore impedimento, purché siano osservate certe condizioni, come, per esempio, il raggiungimento di una determinata intensità, una determinata distribuzione della funzione definibile come attenzione e così via”.

I contenuti preconsci sono solo momentaneamente al di fuori della coscienza, ma è sufficiente una maggiore attenzione perché essi entrino nella sfera della piena consapevolezza;

L’inconscio:

“Chiamiamo inconscio il sistema posto dietro questo (il preconscio), perché non ha accesso alla coscienza se non attraverso il preconscio; nel passaggio il suo processo di eccitamento deve accettare determinate modificazioni”.

Nell’inconscio sono contenuti elementi psichici stabilmente rimossi, cioè che sono stati esclusi dal livello della coscienza. Essi si riferiscono all’infanzia del singolo individuo e all’infanzia dell’uomo stesso.

Tali pulsioni non possono accedere alla coscienza perché rappresentano stadi precedenti di sviluppo che appaiono (alla psiche dell’adulto) come intollerabili.

Quando alcuni elementi fuoriescono dall’inconscio devono subire la trasformazione di una istanza critica che:

“Sta tra questa (l’istanza criticata, quindi l’inconscio) e la coscienza come uno schermo”.

La censura esercitata dall’istanza critica “addomestica” le pulsioni inconsce e le rende accettabili alla coscienza.

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Sintesi

Filosofia

Bergson, Freud

Italiano

Pirandello

Inglese

Edgar Allan Poe, Virginia Woolf

Arte

Simbolismo

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