Prefazione
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Il 17 dicembre 1903 negli Stati Uniti volava il primo aeroplano ad opera dei fratelli Wright.
Era l’inizio della storia dell’aviazione moderna, che dalla sua nascita, ormai più di un secolo fa, ha cambiato il mondo.
Ha innescato grandi rivoluzioni nei trasporti e nelle comunicazioni, ha reso possibili importanti scoperte scientifiche, ha generato progresso, ha avvicinato popoli e nazioni.
Trasformandosi ben presto da entusiasmante novità tecnologica a strumento di supremazia militare, ha anche mutato radicalmente le regole della guerra, le tattiche e le strategie, fino a rivelarsi elemento determinante di vittorie e sconfitte.
Storia: guerra italo-turca
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Tutto iniziò in Libia nel 1911-1912 in occasione del conflitto italo-turco quando gli aviatori italiani aprirono un nuovo capitolo nella storia delle guerre, utilizzando per la prima volta nel mondo l’aeroplano in un conflitto bellico.
Il primo pilota fu Carlo Piazza e il volo, una missione di ricognizione, durò 61 minuti. Fu proprio dopo questo evento che l’aviazione italiana introdusse tecniche belliche mai sperimentate prima, come la fotografia aerea, il lancio di bombe e i voli notturni.
Infatti, il primo bombardamento aereo della storia avvenne proprio su Tripoli ad opera di un aeroplano italiano pilotato dal Tenente Giulio Gavotti, il quale lanciò sulla città quattro bombe a mano.
Come si immagina, l’incursione non provocò molti danni ma il suo effetto psicologico fu enorme: era nata una nuova arma.
Le unità terrestri iniziarono così a chiedere sempre più l’appoggio degli aeroplani, i quali venivano impiegati per direzionare il tiro dell’artiglieria ma soprattutto per la ripresa fotografica aerea, ai fini di controllare il dispiegamento delle truppe nemiche.
Fare fotografie dall’alto fu un’idea che venne in mente proprio ai piloti italiani; l’applicazione fu piuttosto laboriosa ma alla fine si riuscì a fissare una macchina in posizione verticale sul fondo della fusoliera dell’aeroplano.
Il Capitano Carlo Piazza, dal velivolo Bleriot scattò alcune fotografie su un accampamento situato presso la località di Suani Beni Aden con macchina fotografica Bebè Zeiss.
Il Capitano Piazza lamentò, come unico inconveniente, l’impossibilità di scattare più di una fotografia per ogni singolo volo, in quanto non era possibile abbandonare i comandi per cambiare la lastra fotografica.
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Da quel momento in poi fu un susseguirsi di sperimentazioni ed applicazioni della fotografia aerea per fini militari.
I risultati furono talmente soddisfacenti che se ne interessarono tutti gli addetti militari stranieri, facendo progredire in pochi anni queste prime tecnologie.
Sbarco a Tripoli
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Storia: prima guerra mondiale
Basti pensare che allo scoppio della prima guerra mondiale, nell’agosto del 1914, l’aeroplano era in piena fase di trasformazione e di sviluppo.
Era ancora grande l’incertezza negli ambienti militari sugli effettivi compiti che la nuova arma avrebbe potuto svolgere, ma il suo ruolo iniziale fu limitato a quello di “occhio” delle forze terrestri.
Infatti, in una guerra di posizione come fu il primo conflitto mondiale, l’artiglieria costituiva un’arma di importanza vitale, e scoprire che efficacia avessero i suoi colpi poteva avere altrettanta importanza che possedere cannoni di grosso calibro.
Fu così che i ricognitori aerei furono dotati di apparecchi fotografici per il rilevamento del tiro: i danni potevano essere valutati con precisione e la gittata calcolata con un’esattezza fino ad allora impensabili.
Quindi, durante la guerra vi fu un aumento delle missioni di ricognizione a lunga distanza, di fotografie aeree ravvicinate e di missioni per l’individuazione delle postazioni dell’artiglieria nemica, a costo, peraltro, di pesanti perdite (infatti la maggior parte dei velivoli abbattuti sul fronte occidentale tra il 1914 e il 1918 erano aerei di ricognizione).
Di conseguenza vi fu anche un rafforzamento sia dei mezzi antiaerei sia dell’aviazione da combattimento impiegata per proteggere i cieli dalle incursioni nemiche.
Va ricordato che proprio grazie alla ricognizione aerea, nel settembre del 1914 l’esercito francese credendo che l’esercito tedesco attaccasse frontalmente riuscì ad osservare lo spostamento verso est sulla Marna, come stabilito dal Piano Schlieffen, riuscendo così ad effettuare un contrattacco efficace che salvò la Nazione dalla capitolazione.
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In Italia, nel frattempo, il poeta decadente Gabriele d’Annunzio fu una presenza attiva e costante durante la Guerra: egli faceva parte dei nazionalisti italiani (insieme anche a Benito Mussolini e Filippo Tommaso Marinetti), i quali invocavano la fine della neutralità italiana e l’entrata in guerra contro l’impero asburgico per liberare le terre “irredente” di Trento e Trieste.
Così nel 24 maggio del 1915 Antonio Salandra, spinto anche dalla volontà di far acquistare all’Italia lo status di “grande potenza” nell’area adriatica e balcanica, dichiarò ufficialmente l’entrata in guerra della nostra nazione al fianco della Triplice Intesa, dopo aver abbandonato la Triplice Alleanza.
Ma la ricognizione più nota e celebrata fu senza dubbio quella effettuata il 9 agosto 1918 su Vienna da otto “Ansaldo S.V.A.” italiani, guidati da Gabriele D’Annunzio per scattare fotografie e lanciare manifestazioni di propaganda:
dagli aerei i piloti e il poeta lasciarono oltre 50000 volantini con scritto «Viennesi! Imparate a conoscere gli Italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà», con lo scopo di indebolire la popolazione dal punto di vista psicologico (visto che le sorti della guerra erano ormai segnate per gli austriaci) e incoraggiare il popolo italiano seguendo proprio l’esempio di d’Annunzio.
(a destra versione in italiano del volantino lanciato su Vienna)
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