Estratto del documento

Il sapore della morte

“Non vorrei crepare

Nossignore nossignora

Prima d’aver assaporato

Il piacere che tormenta

Il gusto più intenso

Non vorrei crepare

Prima di aver gustato

Il sapore della morte…” Non vorrei crepare

Così Boris Vian decide di concludere, la poesia che apre l’omonima opera.

Questo lavoro si concentrerà appunto sul sapore della Morte. Esso vorrà essere un’analisi, seppur ardita, di quel sentimento, di quella coscienza del nostro essere più proprio che in ogni mente sensibile non può mancare, né creare nuovi orizzonti proprio attraverso la devastazione che inevitabilmente, anzi, necessariamente, comporta.

Di questa assunzione di temporalità è impregnata l’intera filosofia di Martin Heidegger, che trova nel Premio Nobel José Saramago il suo risvolto letterario. Intermittenze della Morte

Infatti ironicamente e inconsapevolmente sarà interpretato nelle del suddetto autore portoghese il pensiero (così vorrà definire la sua filosofia l’Heidegger della svolta) che incentra il suo evolversi attorno alla tematica dell’anticipazione della morte, come unica soluzione per una vita autentica che potrà finalmente portare all’Essere cercato già da Parmenide.

Heidegger però, da ottimo esistenzialista quale non è mai voluto essere qualificato, argomenta tale tesi intorno all’ente più nobile, l’uomo, ma Saramago suggerisce (e in ciò ha forse superato il filosofo?) che non esiste un’unica Morte, bensì più morti, ognuna delle quali è la distruttrice di uno dei regni mondani.

Quindi questa analisi sarà svolta all’insegna di questa accezione separatrice dell’ente funesto e distruttore che andrà, nelle vesti della Signora M., a colpire ogni creazione e istituzione umana, allorché l’ente privilegiato da Heidegger possa comprendere cosa realmente sia la Morte e affrontare la vita nella sua anticipazione.

Si presenterà quindi un itinerario che dalla Morte di Dio di Nietzsche giungerà alla Morte dell’uomo di Leopardi, Pascoli, D’Annunzio, Ungaretti e Pavese, passando per la Morte di un’intera tradizione di generi latini con il Satyricon e quella della Western Culture and Civilization di Eliot, analizzando in seguito la generazione dei Sessantottini, emblema della reazione alla prossima prevedibile Fine dell’Uomo e della Storia, infine si proseguirà con la Morte dell’Arte, della Matematica Euclidea e della Fisica Classica, non trascurando quella dell’Universo e della Terra che periranno come il Sole e le altre Stelle.

Lucia Genco VE

Tra Heidegger e Saramago

“Il giorno seguente non morì nessuno.” È la prima secca frase delle Intermittenze della morte.

Come un libro che presenta questo incipit possa conciliarsi con la filosofia di Martin Heidegger è un dubbio che attanaglierebbe qualunque lettore avveduto o meno. Questa affermazione difatti scompagina l’intero sistema di pensiero dell’esistenzialista tedesco. Ma in realtà Saramago non fa altro che dimostrare per assurdo la validità delle teorie heideggeriane che sembrano essere esse l’esserci è caratterizzato dall’esserci-per-la-morte.

stesse assurde, paradossali:

Orbene quando la possibilità che possibilizza tutte le altre (la morte in Heidegger) scompare, come nella cittadina senza nome né coordinate geografiche di Saramago, ecco che lo scrittore con una logica ferrea, supponendo l’assenza della morte come premessa vera, ci delinea un quadro della società e dell’animo umano che prima d’allora non era stato possibile, data l’inconsistenza del sillogismo iniziale che quindi non faceva diramare da esso alcun discorso.

Si chiede al lettore dunque di immergersi in questa ottica che va ben oltre il limite del concepibile e di seguire, con sguardo ironico, l’evolversi della vicenda che non ha nient’altro di sconvolgente che l’assunto iniziale.

Si ha dunque l’evidenziazione dell’inautenticità della vita che Heidegger aveva delineato in Essere e Tempo.

Infatti sebbene l’euforia dilaghi in tutto il paese e le bandiere sventolino fuori le finestre, orgogliose come quei generali che si arrogano il vanto di una vittoria a cui non hanno contribuito se macello, le conseguenze di questo annientamento dell’eterna non mandando giovani al nemica non tarderanno a presentarsi.

Non vi è infatti solamente il caos sociale procurato dalla più stravolgente rivoluzione di sempre, poiché Saramago, anche se non si direbbe, è molto realistico, dunque non pare essergli stato difficile prevedere le reazioni delle istituzioni ordinatrici. Piuttosto è il caos dell’anima a non avere punto d’approdo. Ovviamente le autorità con le loro incrollabili certezze, che mai nessuno è riuscito a scalfire, furono tempestive, fecero le loro scelte, i loro progetti, continuarono insomma le loro impersonali non erano certamente nuove; del resto cosa c’è di più spersonalizzante della rappresentanza? Ogni sorta di delegazione è alienante, anzi disumana direbbe Rothbard.

Essendo queste le ragioni del successo istituzionale è facile dedurre come invece a livello individuale la sconfitta fu assicurata. Senza la Morte infatti il futuro non ha alcuna direzione o verso, ed essendo l’uomo un essere che trascende la temporalità proiettandosi continuamente nell’avvenire, implica l’immortalità come induzione a brancolare nello stesso vivere che altro non diventa che una tortura, con la sua inautenticità che tollerabile non è a chi cerca, vuole, pensa e decide di fare della sua vita un reale progetto creatore di cambiamenti e rivoluzioni in un mondo sempre più conservatore, rigido e autoritario.

È questo che in effetti fa Heidegger quando si accosta al Nazismo (per poi lasciarlo dopo soli due anni), cioè cercare una “terza via” al capitalismo e al comunismo, le due attività alienanti allora esistenti, cioè l’emblema dell’oggettività, della mente specchio del mondo, dell’uomo calcolabile e dunque controllabile. Fortunatamente la sua capacità critica gli permise ben presto di vedere la vera natura del Nazismo, cioè una variante del capitalismo, e tacitamente così se ne discostò, anche se pubblicamente un suo intervento a riguardo non ci fu mai.

Certamente però questo ambiguo orientamento politico non deve essere una discriminante nei confronti della sua filosofia. Emblematico del resto è il fatto che fu Pietro Chiodi, comunista reduce dei campi di concentramento, a tradurre per la prima volta Essere e Tempo, capolavoro di Heidegger.

Ma il taglio che gli fu dato è esistenzialista: tutto ciò che il filosofo non avrebbe mai voluto. In effetti però la critica non può sottrarsi a tale giudizio: Heidegger nonostante le possibili obiezioni è un esistenzialista, ma a tenergli fede si giunge a notare come questa aggettivazione può essere congeniale solo al suo metodo di ricerca, al suo modo di filosofare, che però è tutto orientato ad un motivo schiettamente ontologico. Egli in effetti si proclama come l’ultimo ontologo, colui che non solo riporterà all’attenzione il problema dell’essere ma farà di più: esplorerà quelle zone della metafisica che neanche Parmenide, Platone o Aristotele erano riusciti ad ispezionare.

Questa discrepanza è dovuta alla particolare impronta che acquista l’ente uomo, l’essere privilegiato che può giungere ad illuminare quegli antri della metafisica ignorati dall’intera storia della filosofia.

L’uomo difatti è colui che si pone la domanda sull’essere, ma in particolare egli non lo cerca, bensì lo ricerca, in quanto nella vita quotidiana egli ha già una precognizione di esso, e dunque la domanda acquista un senso, cioè una direzione, ha sostanzialmente in sé già il germe della risposta.

Questa direttiva è dovuta a specifiche condizioni in cui viene a trovarsi l’ente in dubbio, cioè è dettata dal suo essere-gettato-nel-mondo (la cultura, la lingua, la religione, il contesto socio-politico e anche economico). Di qui deriva l’attenzione di Heidegger per l’uomo e dunque la nota esistenzialista che impregna gran parte della sua filosofia.

Ma connotando l’uomo come esserci non può sottrarsi dall’analizzare la realtà circostante. Vi è quindi la ripresa, seppur in termini più lati, della fenomenologia di Husserl che prevede la coscienza come costitutivamente intenzionale ma in campo prettamente teoretico, ma Heidegger appunto allarga il concetto del “riferirsi sempre a qualcos’altro” al rapporto totale della coscienza con il mondo.

Questo mondo dunque diviene strumento: in esso non si può vedere altro che un fine. Ciò implica che l’esperienza, ciò che condurrà all’essere, si ha solamente nel diretto contatto tra l’io-gettato-nel-mondo e lo strumento, il fine che la coscienza vede nella realtà.

In questa connotazione dell’esserci è ovvio che la cognizione dell’essere si raggiunge solo in una prospettiva di diretta esperienza tra l’esserci e il mondo: si delinea dunque una duplice possibilità di esistenza, quella autentica e quella inautentica (aggettivi che non vogliono affatto avere valenza moraleggiante).

Assunto allora che la coscienza strumentalizza il mondo non si può non ammettere il carattere di trascendenza nella natura umana, ovvero l’uomo non vive mai nel presente ma continuamente si proietta nel futuro: progetta. Progettare significa scegliere, ed è qui che sostanzialmente le due esistenze si differenziano, e ancora è qui che Saramago interviene col suo “Le intermittenze della Morte”.

Infatti per esistenza autentica si intende quella vita connotata da progetto, dunque scelta e questa è reale solo nell’anticipazione della morte. Un uomo che non ha la cognizione della morte, che non sente l’angoscia per il veloce scadere del suo tempo non compirà mai scelte autentiche, non si renderà conto che queste sono caratterizzate dall’aut-aut, crederà di poter sempre tornare indietro e scegliere l’altra strada. Ma se la morte incombe, se l’esserci diventa essere-per-la-morte, se ci si rende conto realmente che una scelta implica una possibilità che necessariamente esclude l’altra, ecco che la vita si rivela come incessante cammino verso la morte e paradossalmente questa diviene la possibilità che possibilizza tutte le altre.

Ma cosa succede se questa angoscia non la si sente? Se cioè non si sceglie realmente? Questo è lo stato dell’esistenza inautentica, quella dove vige il SI impersonale, in cui non c’è reale esperienza, dove l’uomo si affida al senso comune, alla chiacchiera, non entra in contatto realmente col mondo, diventa una cosa tra le cose, ovvero c’è la deiezione, dunque non progetta, vive e soprattutto non muore mai, non incontrerà mai la Signora M. di Saramago. La morte può averla vicino, può assistere a quella degli altri ma sostanzialmente i suoi pensieri sulla fine della vita saranno improntati al “SI muore” e mai al “Io muoio”.

Un’esistenza del genere, senza giudizi morali di alcuna sorta, dirà Heidegger, non potrà mai giungere all’essere.

A tal proposito è bene aprire una parentesi sul De Brevitate Vitae di Seneca in cui i germi della filosofia fin qui analizzata sono ben evidenti “Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus. Satis longa vita et in maximarum rerum consumationem large data est, si tota bene collocaretur; sed ubi per luxum ac neglentiam diffluit, ubi nulli bonae rei impenditur, ultima demum necessitate cogente, quam ire non intelleximus transisse sentimus”.

Si può vedere quindi nel grande autore latino il precursore dell’esistenzialismo moderno a cui si affianca anche l’asistematicità tipica di Heidegger o in generale di qualunque altro esistenzialista.

Inoltre la concezione di vita autentica come non buttata nella banalità quotidiana che espone al pericolo della dominazione altrui è particolarmente accentuata anche nel passo sovra citato.

Dunque quando Saramago elimina la morte, o meglio la rende momentaneamente irraggiungibile, non fa altro che far piombare l’uomo in uno stato di deiezione forzata. Vi è cioè una sorta di coercizione alla vita che a lungo andare è ben lontana dal creare solamente stati mentali nirvanici, quelli che sembrano comparire solo in coloro che sono colti improvvisamente da un fenomeno tanto bello quanto inaspettato. Infatti è indubbio quanto costantemente la morte colga alla sprovvista.

Pare quasi che nessuno mai si sia avveduto delle sua prossima dominazione, accecati da un futuro che non essendo mai realizzato comporta quasi un utopico prolungamento della vita. Un futuro che quindi sembra avere per la prima volta, grazie alla penna del premio Nobel, una sicura realizzazione, ma presenta il suo limite, la sua fine.

I primi ad avvedersene sono proprio coloro che del programma fanno motivo di sussistenza: le compagnie di assicurazioni, simbolo del potere, degli organi di controllo, delle organizzazioni sociali ciniche e calcolatrici. Esse infatti senza la morte, senza un fine ultimo, incorrono nel problema di non poco conto dell’impossibilità della progettazione della vita. In un’ottica heideggeriana quindi paiono essere addirittura autentiche.

A questa consapevolezza giungerà anche il popolo, ma con più fatica, arrancando tra etiche e morali eterogenee che cozzano inevitabilmente con quella inclinazione naturale dell’uomo all’anarchia, anche morale.

L’uomo, l’individuo, non il Papa, il Capo di Stato o il maphioso, che poi è come dire lo stesso per Saramago, viene presentato in questo lavoro coi suoi dubbi, le sue angosce e le più inconfessabili ma fin troppo palesi debolezze.

Vi è il Re che di fronte alla madre incapace ormai di esalare l’ultimo respiro non fa altro che restare lì al suo capezzale lacerato tra il dolore della morte, che così lontana sembra pervadere anche di più l’esile corpo della vecchia regina, e il bisogno di vederla finalmente in pace. Ma in fin dei conti è semplice attaccamento alla vita dovuto al terrore dilaniante dello sguardo della morte che si fa attendere come una vera prima donna, come del resto pare le piaccia essere considerata.

Da ciò Heidegger potrebbe dedurre presto quanto la sua esistenza sia inautentica, poiché di fronte alla morte è paralizzato e futuro non vede né crea con scelte e progetti degni della natura umana trascendente.

Di eguale tempra pavida è l’uomo che stanco di accudire il padre moribondo a letto decide di affidarlo alla Maphia senza avvedersi di quanto quella situazione presto gli sarà vicina, così vicina che sarà praticamente la sua. Un tipo, dunque, il suo che ricalca perfettamente non solo la degenerazione morale odierna, ma una più profonda e inconscia paura della morte che si tenta di esorcizzare proprio con l’allontanamento fisico. Emblematico allora è come sia proprio un bambino a riportargli la morte davanti agli occhi, con una spontaneità che ricalca quella stessa del morire. È la rivalsa della natura, della semplicità, sulla costruzione incessante di alibi tipica dell’età adulta che dinanzi a quella fine, a quei progetti appare sempre più pietrificata e rigettante. Quest’uomo dunque sceglie e non si affida alla pratica comune della Maphia, come inizialmente era tentato di fare. Passa dall’esistenza inautentica a quella autentica.

Propriamente autentica invece fu l’esistenza del vecchio morente in quella notte minacciata da pioggia. Egli scelse, scelse la sua fine, progettò per l’ultima volta e seguì la natura, ma al di fuori di quella beata (o maledetta?) cittadina in cui neanche la legge più antica e ferrea del creato vigeva.

Così oltre il confine il cielo si squarciò per far assistere anche la luna a quello spettacolo orgogliosamente drammatico: un nonno sepolto col nipotino, appena nato e già morto, bocconi sul suo petto.

Ma quanto possono essere autentiche quelle istituzioni o creazioni dell’uomo, o questo stesso? Per capirlo è necessario porli dinanzi alla loro stessa morte, avvicinarla e constatarne la reazione.

Another Brick in the Wall

I sessantottini: generazione figlia della bomba

I sessantottini: la rivolta del soggetto

Sono queste due connotazioni del movimento globale, che ha visto il suo acme nel 1968, a permettere l’inscrizione di questo momento storico all’interno dell’analisi condotta.

“promettere una

Infatti lo psicanalista Elvio Facchinelli quando scrive che la società sembrava sempre più completa liberazione dal bisogno, ma nello stesso tempo, minacciare una perdita dell’identità […] la perdita di sé come progetto e desiderio”, ovvero della sovra citata rivolta del soggetto, non fa altro che porre l’accento su quello spirito che scuoteva i giovani ribelli, cioè il bisogno di progettarsi, realizzarsi, dinanzi ad un mondo che terrificante prospetta l’annullamento dell’identità, del soggetto. In ciò i sessantottini sono autentici, essi sono una generazione che Heidegger definirebbe autentica: essi hanno avvicinato la loro morte e hanno scelto, progettato, vissuto.

Anteprima
Vedrai una selezione di 9 pagine su 39
Intermittenze della Morte - Tesina Pag. 1 Intermittenze della Morte - Tesina Pag. 2
Anteprima di 9 pagg. su 39.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Intermittenze della Morte - Tesina Pag. 6
Anteprima di 9 pagg. su 39.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Intermittenze della Morte - Tesina Pag. 11
Anteprima di 9 pagg. su 39.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Intermittenze della Morte - Tesina Pag. 16
Anteprima di 9 pagg. su 39.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Intermittenze della Morte - Tesina Pag. 21
Anteprima di 9 pagg. su 39.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Intermittenze della Morte - Tesina Pag. 26
Anteprima di 9 pagg. su 39.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Intermittenze della Morte - Tesina Pag. 31
Anteprima di 9 pagg. su 39.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Intermittenze della Morte - Tesina Pag. 36
1 su 39
Sintesi

Introduzione intermittenze della Morte - tesina

La seguente tesina di maturità descrive il tema della morte. La tesina permette inoltre i seguenti collegamenti interdisciplinari: in Italiano la morte dell'uomo di Leopardi, Pascoli, D'Annunzio, Ungaretti e Pavese; l'ineffabilità nel Paradiso di Dante, in Filosofia la morte di Dio di Nietzsche e la critica di Heidegger, in Storia i Sessantottini, in Latino il Satyricon di Petronio, in Inglese The Waste Land di Eliot, in Scienza l'evoluzione e la morte delle stelle, in Matematica la matematica non euclidea, in Fisica la teoria dei Quanti, in Arte il decostruttivismo di Gehry e la Merda d'Artista di Piero Manzoni.

Collegamenti

Intermittenze della Morte - tesina

  • Italiano - La morte dell'uomo di Leopardi, Pascoli, D'Annunzio, Ungaretti e Pavese; l'ineffabilità nel Paradiso di Dante.
  • Filosofia - La morte di Dio di Nietzsche e la critica di Heidegger.
  • Storia - I Sessantottini.
  • Latino - Satyricon di Petronio.
  • Inglese - The Waste Land di Eliot.
  • Scienza - Evoluzione e morte delle stelle.
  • Matematica - Matematica non euclidea.
  • Fisica - Teoria dei Quanti.
  • Arte - Decostruttivismo di Gehry e la Merda d'Artista di Piero Manzoni.
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi