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La situazione della lingua poetica nel 1800

Introduzione ai grandi autori: Manzoni e Leopardi

Manzoni, in una lettera datata 9 febbraio 1806 destinata all'amico Fauriel, spiega come l'Italia sia divisa in frammenti e così lo è anche la lingua. In Francia, chiaramente, l'unità nazionale e perciò linguistica è avvenuta secoli prima, dunque non vi è la medesima frammentazione. Ma l'unità politica non è l'unico fattore che permette unità linguistica. Se prendiamo in considerazione uno stato come la Germania, che compie l'unità politica 10 anni dopo rispetto a quella italiana, nello stato tedesco tuttavia l'unità linguistica è già un passo avanti prima dell'unificazione politica-territoriale, in quanto vi è un altro fattore di unità che è la riforma luterana, dove dunque la Bibbia è divenuto un libro letto da tutti.

L'unità linguistica italiana ha un accenno nel 1525 con le prose di Pietro Bembo ma è parziale, in quanto è rivolta esclusivamente alla lingua letteraria. Infatti, a questo proposito, Manzoni nella lettera a Fauriel distingue la lingua italiana tra parlata e scritta, dove una lingua parlata è quella lingua reale di comunicazione composta da dialetti e dall'altro lato una lingua scritta, ma scritta da pochi, quasi elitaria. Questa situazione ripugna Manzoni. Qui in questa lettera si vede già come vi sia un Manzoni sì giovane ma ambizioso, con l'obiettivo di una comunicazione nazionale viva e non morta. Tanto che, come lo sanno tutti, egli riuscirà a far piazza pulita di un'intera lingua morta sincronizzandosi al fiorentino parlato.

Leopardi, dall'altro canto, nello Zibaldone, il 12 settembre del 1823 riconosce la frammentarietà nella lingua italiana ma allo stesso tempo ne esalta questa divisione. Egli mette in evidenza come in Italia vi sia una lingua poetica distinta da quella in prosa e come la prima sia rimasta incorrotta. Per cui, la lingua della poesia ha avuto la capacità di rimanere pura e non si è modernizzata e quindi corrotta, mantenendo la propria antichità.

Analisi di Urania di Manzoni

Manzoni, 1809. Poemetto. La prima cosa da sottolineare di questo testo è che tutto quello fatto prima del 1900 è di questo stesso stampo. Vi è un lessico marcatissimo: i tre quarti sono latinismi o cultismi. Per esempio nella piccola parte che abbiamo analizzato:

  • Populee rive → viene da populus ovvero pioppo. Il significato del verso è sulle rive contraddistinte da filari di pioppi.
  • Insubri cavalle → Insubri è una parola antica e significa Lombarde.
  • Esercitato → è un latinismo semantico. È come si dice in inglese un False Friend in questo caso: il significato di esercitato è usato molto, calpestato.
  • Atolle → è un altro latinismo e significa innalza.
  • Su le / Da le → Negli incipit dei primi due versi sono grafie analitiche ovvero non unite dalle preposizioni articolate.
  • Ei Vegna → Significa Egli. È una ricchezza di forme di pronomi soggetto di terza persona.
  • Desio → è un'altra forma ordinaria di questo tipo di poesia.
  • Ove → è un poetismo non marcato, debole. Viene utilizzato in quanto se vi fosse stato ''coronate dove'' si sarebbe rotto l'endecasillabo.

Notiamo la ricchezza di apocopi o troncamenti per evitare una sillaba in più come al verso 5. Un'altra regola di questo codice linguistico è l'assenza di articoli in nomi astratti o categoriali o anche l'assenza di articoli davanti ad un possessivo. O gli ''incipit'' diciamo come ''quest'inno'', ''musa'', ''vate'' sono tutte parole che indicano classicismo. Inoltre vi è una retorica della costruzione del testo che sparirà solo nel 1900. Dove la reggente di solito è entro i 4 versi quindi vi è un ordine prolettico se le subordinate sono collegate prima della reggente (stile dantesco e petrarchesco). Per esempio, se prendiamo i primi 5 versi di ''Urania'', sono in ordine prolettico dove appunto i primi 4 versi sono subordinate al 5 che è la principale.

''Da le insubri cavalle esercitato'' è un anastrofe ovvero un'anticipazione di quello che dovrebbe avvenire dopo. Non vi sono solo anastrofi in questo testo ma anche iperbati dove appunto vi è una separazione di elementi che compongono un sintagma ovvero un'unità coesa di elementi. Infatti: ''la mia città attolle le favolose mura coronate di selva.'' E molte altre forme che verranno rimpiazzate dai Promessi Sposi. Infatti, gli elementi marcati sono gli elementi che poi cadranno.

La canzone del Bruto Minore di Leopardi

Leopardi, 1824. In questa canzone viene presentato il destino di distruzione dei valori romani dopo la sconfitta delle forze repubblicane di Bruto nella battaglia di Filippi in Macedonia. La prima cosa da sottolineare è la costruzione prolettica di questi versi dove solo al verso 10 vi è la principale. Ricordiamo com'era prassi scrivere le preposizioni articolate staccate nel codice. Ma se osserviamo bene, troviamo nel primo verso un ''nella''. Dove viene scritto attaccato perché fa parte di un percorso stilistico proprio di Leopardi.

Per quanto riguarda il lessico, è colmo di latinismi non marcati ma di repertorio. Per esempio:

  • Polve → invece di polvere.
  • Ruina → Latinismo frequente.
  • Vertute → invece di virtù. A questo proposito, sempre dopo tutti i nomi derivati dal suffisso utem-atem hanno la forma piena quando sono davanti ad una parola che inizia per vocale come regola rispettata dai poeti classici vi deve essere dunque una parola che inizi per vocale, infatti troviamo ''onde''.
  • Onde → è una relativa causale, per cui.
  • Tiberino lido → Roma.
  • Esperia Verde → è una perifrasi anticata di un luogo, è il modo greco per chiamare l'Italia. E qui ha funzione di impreziosire già il prezioso toponimo (tiberino lido).
  • L'orsa algida → è per denominare la regione del nord Europa, ovvero la Germania. Algida è un epiteto.
  • Gotici brandi → le spade tedesche.
  • Inclinti → Eccelse.
  • Selve ignude → foreste disabitate.
  • Preme → opprime.
  • Cui → è complemento oggetto che nel 1900 diverrà un arcaismo.
  • Atra notte → notte scura.
  • Numi → gli dei.
  • Feroci note → parole fiere, è un latinismo semantico.
  • La sonnolenta aura → sono le cose che ha intorno.
  • Erma → luogo solitario, parola chiave del lirismo leopardiano (ermo colle).
  • Percote → invece di percuote è un monotongo poetico.
  • Inesorandi → gli implacabili, il suffisso andi lo rende un latinismo.

Notiamo come l'aggettivo sia costantemente anteposto al nome (tiberino lido, gotici brandi). È un fatto di ordinaria amministrazione.

La triade di fine secolo

Con Carducci, Pascoli e D'Annunzio siamo decisamente fuori dal classicismo tradizionale e si percepisce quello che René Canat chiama l'hellenisme des romantiques. Che comporta una risalita verso le origini dell'uomo e della civiltà. In questi tre poeti oltre al recupero del mondo classico-greco-romano abbiamo anche un recupero della civiltà e cultura italiana, dunque a partire dalle origini due-trecentesche. Vi è una sorta di archeologia dell'antico, recuperando le forme meno ovvie, più lontane dai cliché tradizionali. Anche per quanto riguarda la metrica con la rivisitazione di generi volgari defunti da secoli, come la ballata o il madrigale. Ma lo stesso si può dire del lessico con la ricerca di parole e di varianti uscite dall'uso estranee non solo alla lingua comune ma anche al codice poetico fissato dalla tradizione.

I tre poeti inoltre sembrano che captino i segnali della modernità e con questi la pressione della lingua che sta fuori dal dominio della letteratura, soprattutto Pascoli e D'Annunzio. Dove la coscienza linguistica si apre a mondi fino a quel momento inesplorati. Come i linguaggi speciali, i dialetti, la creatività lessicale, la lingua grigia della comunicazione informale. In questa via la lingua poetica finisce per confrontarsi con ciò che prima non le apparteneva, inglobandolosi e contaminandosi.

Giosuè Carducci

Dalle rime di San Miniato 1857 e ''Rime e ritmi'' 1899 è il tempo nel cinquantennio cruciale per lo sviluppo del linguaggio poetico moderno. Dove c'è una sensibilità per i generi letterari ma anche un classicismo. È un classicismo tuttavia arricchito di una competenza ''professionale'' con la compresenza di stampo storico e filologo. E ciò ha comportato che il poeta professore agisse parallelamente sui due tavoli congiungendo la creazione artistica con i risultati degli studi scientifici. Carducci si sentiva erede di una tradizione secolare e la vedeva come un felicemente compatto. Per questo egli attingeva ai tesori della tradizione italiana.

Dove Tomasin conferma la tenuta del sistema classico anche vedendo come si passi da ''òra'' per aura e ''fussino'' per fossero. Carducci svaria dalla forma latineggiante a quella comune (constretto/costretto-Surgo-sorgo), al dittongo (core/cuore, novo/nuovo).

In ''Giambi ed epodi'' dove confluiscono le prove orientate verso la politica e la storia con un dispiego di lessico attuale con nomi propri (Emanuel Kant, il Locatelli, il Sella, Stanislao) ma anche una terminologia improntata a una corposa concretezza (questura, schiaffi, barricata, ladruncoli, bastardi). Il tutto però viene gestito con i canoni della poesia di invettiva (che risale a Dante e Petrarca) assumendo gli strati bassi della lingua in funzione di spregio come espressioni di un mondo lontano dal poeta. Tuttavia, vi è una patina nobilitante in grado di compensare i dislivelli ad esempio mediante l'italianizzazione di nomi stranieri ''Voltero'' o tramite la dieresi e troncamenti anche a nomi e cognomi o attraverso inversioni e dilatazioni latineggianti.

Nei due libri della piena maturità, ''Rime nuove'' 1887 e ''Odi barbare'' 1877-definitiva-1893. Si assiste ad un riequilibrio complessivo delle componenti stilistiche nel nome di una misura classica che esclude sia le discese verso il basso sia le esibizioni di aulicità. Assume però una ferma distinzione di genere che assume una rilevanza strutturale perché nelle rime vi sono i componimenti in metrica italiana mentre nelle barbare quelli che tentano di riprodurre i metri classici (alcaiche, saffiche). Tuttavia, il tradizionalismo della prima raccolta implica la rivisitazione antiquaria di metri della poesia italiana antica colta e popolare. Mentre nel metodo barbaro vi è un compromesso dove i versi antichi vengono riprodotti mediante l'adattamento o la giunzione di normali versi italiani.

L'opposizione tra i due libri è chiara e circoscrive lo sperimentalismo carducciano che è tale come esplorazione delle linee stilistiche già date dalla letteratura, come contaminazione di quelle linee e conseguente liquidazione della tradizione. Inoltre, la poesia barbara sarà utile per la rifondazione metrica novecentesca perché verranno utilizzati versi più lunghi dell'endecasillabo e un certo gusto per la polimetria e la variazione ritmica. Permane nelle ''Barbare'' come nelle ''Rime nuove'' la regola generale di questo classicismo: attuare il tema prescelto mediante un impasto coerente al tema, al metro e al modello. Per cui non stupisce di trovare intensificati elementi greco-latini nelle odi classicheggianti oppure macchie di italiano antico nelle poesie di ambientazione medievali.

Per usare le parole di Baldacci, Carducci è un poeta classico che opera ormai dentro una situazione di morte dell'arte classica. Perché il punto è che la lingua italiana della società della poesia era ormai un'altra cosa e Carducci questo lo mette come tra parentesi, la rimuove. C'è sostanzialmente una diversa reazione alla presa di coscienza che il vecchio linguaggio poetico è ormai inattuale. Molti lo dismettono (scapigliati, realisti), Carducci invece lo conserva come un'opera di artigianato restaurativo dove si avverte un senso di nostalgia, malinconia.

Giosuè Carducci, Visione

Visione fu scritta nel 1883 e raccolta nel volume ''Rime nuove'' del 1887. È una poesia tarda appartenente alla sua vena più intima, meno legata alla figura pubblica e agli intenti celebrativi. Al fondamento di questa poesia vi è un principio di organizzazione ritmica.

È un sonetto con schema abab abab cde cde. I versi tuttavia non sono endecasillabi ma dei doppi quinari che in ottica barbara si possono identificare con gli endecasillabi catulliani. Vi è una grande artificiosità geometrica che ritroviamo nell'organizzazione dei contenuti. Il tema per sé è elementare: la contemplazione dei raggi del sole tra le nebbie invernali sollecita nel soggetto l'evocazione della prima infanzia. Ma il motivo è fatto per creare un rapporto tra la descrizione della natura e l'immaginazione interiore. Dove appunto ''al sole invernale risplende il campo verde'' per la stessa luce riflessa (fata morgana è la rifrazione che produce miraggi) la fantasia evoca la prima età come un'isola verde.

Un altro esempio di questa artificiosità è che in entrambi i distici partono con il soggetto e si chiudono con il verbo interponendovi due complementi. Questo permette una coesione del testo rafforzata dalla capacità carducciana di conferirgli compattezza tramite l'accostamento anche dei colori. Dove questo sono sottoposti a un processo di attenuazione (biancastre-pallide) verde tenero. Ma questo sistema serve soprattutto per ingabbiare il contenuto sentimentale e raffreddarlo distanziandolo dall'io per smorzare i possibili risvolti dolorosi.

Vi sono latinismi come ''caligini'' per nebbie brume, ''novale'' per il campo rimesso a coltura, ''regalità'' che qualifica il Po. Vi è inoltre l'aggettivazione che accompagna quasi ogni sostantivo (''sole tardo'' caligini scialbe''). E infine la grammatica poetica dove notiamo correva, correa, ciel, sol, del nel Vincea, ridea.

Giovanni Pascoli

La formazione letteraria e linguistica di Pascoli possiamo analizzarla nella sua prima raccolta poetica ''Myricæ''. Dove viene alla luce come una raccolta di una ventina di pezzi nel 1891 ma conoscerà varie altre edizioni 1892-94-97. dove accresceranno i numeri ma anche radicali trasformazioni di struttura e stile. È solo a metà degli anni '90 del 1800 che Pascoli, ormai quarantenne, arriva a mettere a punto il proprio modello di poesia.

Negli stessi anni l'autore comincia anche ad esporre le sue idee in alcuni scritti critici o teorici disegnando una poetica che proprio nella lingua trova uno dei suoi perni. Parliamo in particolare di una delle prose su Leopardi (il sabato 1896). In cui Pascoli prende le distanze dalla lingua poetica della tradizione italiana. Il pretesto è fornito dal ''mazzolin di rose e viole'' del sabato del villaggio. Fiori che notoriamente non sbocciano nello stesso periodo. Dove vi è un'accusa da parte di Pascoli dell'indeterminatezza delle poesia italiana. (ridurre gli ulivi e i cipressi ad alberi, o capinere e falchetti con uccelli). Dove appunto la tradizione ha commesso l'errore della indeterminatezza e di conseguenza del falso la nuova poesia dovrà farsi carico di una rappresentazione determinata e perciò vera, autentica del reale.

Al tema è dedicato il saggio più noto dell'estetica pascoliana, Il fanciullino 1897. Che associa questa determinatezza alla visione propria sia del bambino sia dell'antichità e del mondo contadino in quanto realtà che hanno mantenuto la percezione infantile delle cose in opposizione dell'uomo adulto moderno che l'ha perduta. Quella del fanciullino è una percezione ''oggettuale'' più che oggettiva del mondo, dunque comporta una piena adesione alla vita naturale e si esprime in un linguaggio egualmente oggettuale ossia preciso, specifico, capace di trasmettere il senso concreto delle cose.

Contro la lingua grigia inespressiva perché generica e astratta della modernità. La lingua usata dai contadini, il dialetto, è improntata all'esattezza e così era testimoniata dalla poesia classica o da quella medievale fino a Dante la cui potenza sarebbe proprio sconosciuta alla letteratura successiva. Il poeta moderno può comunque ridare voce al fanciullino che si nasconde dentro di lui ''vivificando'' la propria lingua con immissioni provenienti dalle diverse fonti del linguaggio determinato, questo processo è chiamato dallo stesso Pascoli ''poesia riflessa''. Pascoli inoltre afferma di voler restaurare la prospettiva del bambino per ritrovarvi il senso di sicurezza dato dal rapporto diretto con un mondo stabile non minacciato dalle pulsioni dell'uomo adulto e dalle inquietudini anche storiche della modernità.

Gianfranco Contini nel suo studio sul linguaggio di Pascoli identifica le due componenti principali di questa lingua nel ''linguaggio pregrammatico e in quello post-grammaticale''. Il primo è dato dall'imitazione diretta dei suoni della natura (onomatopee pure) che caratterizzano la poesia pascoliana. Dove troviamo scilp dib dib bilp bilp per i passeri o il chioccolare del merlo o il gracidare della cornacchia o come i frequentativi -io come pigolio, scampanio, ecc.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marcozamattia98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana 2 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Afribo Andrea.
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