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Antonella
Carpentieri
L’infanzia non va dalla nascita ad una certa età
[quell’età in cui
il bambino è cresciuto e mette da parte le cose infantili]
L’infanzia è il regno in cui nessuno muore.
E S. V M
DNA T INCENT ILLAY 1
Indice
Storia Zen 3
Citazione degli articoli 33 e 34 della Costituzione 4
Schema riassuntivo 5
Introduzione: In principio… 6
B - C’era una volta: Le origini della vita 12
I
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L O
G I
A
F - Il mondo interno del bambino: Freud 23
I
L O
S O
F I
A paedagogus
Un anacronistico “ ”: Socrate 33
G - Le prime scuole: Platone e Isocrate 37
R
E
C O
L - La “pedagogia” romana: Quintiliano e Marziale 57
A T I
N O
S - I maestri della dittatura: il regime liberticida 67
T
O R I
A
F - L’intellettuale al servizio della scuola: Giovanni Gentile 82
I
L O
S O
F I
A
I - La sapienza pedagogica della Divina Commedia 85
T
A L I
A N O
Con gli occhi di un bambino: la potenza pedagogica della fiaba 91
F: La fiaba invade il mondo reale… il “c’era una volta” irrompe nella fisica 96
I
S I
C
A
Ringraziamenti 103
Bibliografia e Sitografia 105
2
Un giovane, ma scrupoloso studente, si avvicinò al suo Maestro e gli domandò: “Se lavoro duramente e mi applico con diligenza, quanto impiegherò a realizzare lo Zen (pratica di meditazione)?”
Il Maestro rifletté sulla domanda, ed infine rispose: “Dieci anni”.
Lo studente allora disse: “Ma se mi applico molto, molto duramente, e mi sforzo veramente al massimo per imparare velocemente, quanto tempo?”
Il Maestro rispose: “Bene, allora vent’anni”.
“Ma se veramente mi impegno con ogni mia forza, quanto tempo?”
Insistette il discepolo.
“Allora trent’anni” replicò il Maestro.
“Ma io non capisco - disse lo studente deluso - ogni volta che dico che lavorerò più duramente, Voi rispondete che impiegherò più tempo. Perché dite così?”
Il Maestro rispose: “Quando tieni un occhio rivolto al traguardo, hai solo un occhio rivolto al sentiero”. 3
Il diritto allo studio
Art. 33
L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale. Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.
Art. 34
La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso. […] 4
Biologia
Quando inizia
l’apprendimento?
Viaggio nel
F F
grembo materno
isica ilosofia
La fisica dei Il mondo
bambini: interno del
bambino
La storia di
Luce Freud G Greco
Approfondimento
La παιδεία greca
Il ruolo e le prime
fondamentale della scuole:
fiaba e della favola
nell’apprendimento Platone e
Isocrate
L
Latino
Italiano Dalla παιδεία
La sapienza greca
pedagogica all’humanitas
della Divina romana:
Commedia Quintiliano e
Marziale
Storia
Filosofia Il tempo passa
Il pensiero e l’educazione
pedagogico di cambia:
Gentile Il Fascismo 5
Bisogna pur cominciare da qualche parte. Questa volta scelgo di cominciare con “In principio”, con la Bibbia, anche a rischio di invadere, da umile studentessa, il campo della teologia.
Nella mia trattazione, ho scelto di cominciare dal “principio” della vita, da quel giardino dell’Eden che costituisce uno dei campi di interesse della bioetica, della medicina, della conoscenza e che porta a vari e svariati interrogativi: il miracolo della vita.
È sorprendente pensare come un bimbo, una minuscola creatura il cui peso varia, nel giorno della nascita, da 1 a 5 kg circa, sia stato, 9 mesi prima, soltanto un piccolo ammasso di cellule riprodottesi con straordinaria velocità nel grembo materno.
In questi 9 “lunghi” mesi si formano il cuore, i polmoni, il cervello, le ossa, i muscoli e ogni organo del corpo che poi costituirà il futuro del mondo: un bambino.
Dal momento in cui i suoi occhi si spalancano di fronte alla realtà e i suoi polmoni si colmano d’aria, riversandola in un pianto liberatorio che sembra voler urlare la sua esistenza, siamo in presenza della fase neonatale umana o, più in generale, di quel periodo della vita che convenzionalmente chiamiamo “infanzia”.
Millay diceva che l’infanzia è il regno in cui nessuno muore, forse perché dentro di noi continua sempre a sopravvivere un “puer aeternus”, come affermava Hillman la cui esistenza, se esasperata, viene analizzata in psicanalisi come “Sindrome di Peter Pan”.
Un celebre detto popolare afferma “Nella vita non si finisce mai di imparare”: in effetti, i vasti campi del sapere si estendono infinitamente davanti a noi, come nel celebre quadro di Friedrich “Viandante sul mare di nebbia”.
Quando inizia il processo di apprendimento? In una citazione di Maria Montessori, la celebre pedagogista afferma “l’educazione comincia alla nascita”.
Alla luce delle recenti scoperte, possiamo dire che l’apprendimento inizia addirittura all’interno dell’utero.
Appena nati, però, “impariamo” a riconoscere la figura materna e la figura paterna, “impariamo” a farci ascoltare attraverso il pianto, cominciamo a fare i nostri primi passi nel mondo e a comunicare con le parole.
Questo percorso dura qualche tempo, finché, un bel giorno, mamma e papà ci portano in un posto colorato e vivace per farci conoscere altri bambini, per consentire il nostro primo ingresso nel sociale, ampliando così lo spazio d’apprendimento fino ad estenderlo al di fuori del contesto familiare.
Inizia, così, il nostro percorso all’interno della scuola.
La scuola, intesa nel suo significato più semplice, è un luogo in cui viene offerto un servizio educativo (dal latino educere, composto di “e” = fuori e “duco” = condurre, “condurre fuori”) e formativo guidato da personale competente, i docenti.
Nel corso del tempo l’insegnamento è stato inteso in varie accezioni.
Nell’antica Grecia la cultura è sempre stata la base imprescindibile per la formazione di un buon cittadino e di un buon politico.
Fu proprio ad Atene che vennero fondate alcune delle prime scuole, fra cui la più importante fu l’Accademia di Platone, l’allievo più famoso di colui che, pur inconsapevolmente, potrebbe essere definito, anacronisticamente, il primo pedagogista della storia: Socrate.
In contrapposizione alla sua scuola sorse quella Isocratea, ma queste non furono le uniche istituzioni della Grecia Antica.
Questo fiorire di erudizione porterà la Grecia ad assumere il ruolo di maestra di cultura anche durante l’età imperiale, quando essa non era altro che una semplice provincia del vastissimo impero romano.
Prima di diventare una semplice provincia, però, la cultura greca venne portata fino ai confini del mondo allora conosciuto grazie ad Alessandro, il quale avviò una forte azione di ellenizzazione, la cui eredità ci è giunta anche attraverso l’opera della biblioteca di Alessandria d’Egitto e dei filologi alessandrini.
Significativamente, poiché l’Accademia detiene il primato assoluto di longevità tra le istituzioni culturali del mondo antico, si afferma che il 529 d.C., data in cui Giustiniano impone la chiusura dell’ultimo baluardo della cultura greca, sia il punto d’arrivo di tale cultura che, quindi, si “chiude” nel nome di Platone.
Fino a questo momento, però, durante l’età imperiale, gli intellettuali romani erano ancora soliti compiere il tradizionale viaggio in Grecia al fine di completare la loro formazione.
Il maggior esponente per quanto riguarda l’organizzazione della cultura a Roma nasce fra il 35 e il 40 d.C. e opera sotto la dinastia dei Flavii: egli è Quintiliano, il quale si occupò proprio della formazione dei fanciulli e dell’organizzazione del consenso, ereditando l’antico ruolo di Mecenate nei confronti di Augusto.
Le sue teorie riguardo la formazione e l’educazione ci permettono di definirlo quasi come il successore di Socrate fra i precursori della pedagogia.
Nel corso della storia si sono succedute varie teorie circa l’educazione, la quale, nei tempi più antichi, non poteva prescindere dal problema dell’alfabetizzazione.
Nell’ambito dell’Italia, inoltre, e più esattamente nel contesto dei vari staterelli che formavano quella che oggi chiamiamo Italia, ci sono stati vari intellettuali che si sono interrogati circa il problema dell’alfabetizzazione, della formazione e di una lingua unica da poter parlare.
Con Dante comincia ad affermarsi l’uso del volgare fiorentino nella cultura scritta, ed è proprio questa lingua che viene da lui utilizzata nella stesura di un’importantissima opera didascalico-allegorica: la Divina Commedia.
Interessante è, inoltre, analizzare come la scuola si sia evoluta nel corso del tempo fino ad arrivare all’età moderna, in un periodo di guerre e totalitarismi come il Fascismo.
Non si può prescindere, infatti, dall’analisi dell’impostazione formativa data dall’assetto totalitaristico della storia moderna, parallelamente all’organizzazione culturale di una forma di governo sostanzialmente democratica come quella greca e alla conformazione che fu assunta dalla scuola in età imperiale, con i suoi risvolti fortemente dittatoriali (dinastia Giulio-Claudia) e le sue sfaccettature più liberali.
Proprio nel periodo del Fascismo, in Italia il problema dell’organizzazione scolastica viene affrontato egregiamente da Giovanni Gentile, il quale si impegnò nella stesura della riforma della scuola.
Si ha, quindi, durante il fascismo, uno sviluppo della pedagogia e delle teorie dell’educazione.
Una tematica comune nelle teorie educative è l’apprendimento come gioco, che risulta essere più facile per i bambini.
A conferma di questa tesi, vi è la consuetudine, da parte di genitori e nonni, di raccontare e drammatizzare ai bambini le fiabe. 8
Non c’è niente di più duraturo delle fiabe. Provengono da tempi remoti e andranno lontanissimo nel futuro.
Generazioni e generazioni e generazioni di bambini e adulti hanno conosciuto, conoscono e conosceranno Biancaneve e Cenerentola.
Lo sapevano anche i due inseparabili fratelli Jacob e Wilhelm Grimm.
Inseparabili e complementari: il primo serio e sistematico, il secondo più allegro e poetico, quel che ci voleva per creare un’opera memorabile.
Lo sapevano già ai loro tempi che i racconti popolari narrati da mamme e da nonne venivano da molto lontano, sapevano che si erano trasmessi di bocca in bocca attraverso i secoli, eppure volevano trascriverli e raccoglierli per farne un libro a futura memoria, che avesse come autore il popolo, anzi il Popolo.
Era un’idea romantica: quei testi dovevano rappresentare il patrimonio della poesia nazionale, un tesoro di fantasie, di insegnamenti, di narrazioni pure, una sorta di spirito originario, di archetipo e di coscienza patriottica.
Era questo recupero la vera preoccupazione della cultura romantica.
A differenza di altri studiosi del folklore tedesco, i fratelli Grimm si proponevano di adottare criteri scientifici ascoltando le storie direttamente dalla voce di contadini e contadine.
In realtà, il contributo di fantasia di Wilhelm pesò parecchio e la “fedeltà assoluta” che rivendicavano si ridusse a un concetto elastico, perché molte fiabe venivano tradotte dal dialetto, riadattate, riformulate, colorate, rese più vive, più cupe, più drammatiche, interpolate con altri materiali popolari in modo da salvaguardarne genericamente il significato e la verità, ma senza troppi scrupoli filologici.
Il primo volume delle Fiabe del focolare esce alla fine del 1812, il secondo seguirà nel 1815.
Sono in tutto duecento.
Quel che i fratelli Grimm immettono, in definitiva, nel materiale originario è una buona dose di letterarietà, deformando in parte, ma rendendo definitivi attraverso la scrittura racconti che nella trasmissione orale avevano un carattere variabile e fluido.
Soprattutto, aggiungono un’intenzione morale che le fiabe primitive non avevano.
Insegnamento didascalico e lieto fine d’obbligo, tipici piuttosto delle favole d’autore (Esopo, Fedro, La Fontaine) saranno valorizzati dalle trasposizioni cinematografiche di Walt Disney.
Pur possedendo delle “impronte digitali” che ne segnalano i tratti etnici (tracce locali di vita sociale, di quotidianità o di linguaggi), le fiabe hanno temi, motivi e funzioni costanti che superano i confini nazionali: le loro radici storiche, come ha dimostrato lo studioso russo Vladimir Propp, risalgono ai primitivi riti di iniziazione.
Quei rituali si incarnano in figure eterne che da sempre abitano l’inconscio individuale e collettivo: esseri soprannaturali e personaggi dotati di poteri magici, orchi, streghe, draghi, principi azzurri e fate, angeli e demoni, gnomi, animali soccorrevoli e bestie minacciose, eroi baldi o infelici messi in scena in contesti naturali, foreste, montagne, mari, fiumi, laghi dal sapore incantato, tra paura, paradosso, mistero, avventura.
Il poeta tedesco Novalis definì le fiabe “sogni di quella patria che è dovunque e in nessun luogo”.
In quella patria dell’umanità che sono le fiabe, ognuno può dunque trovare quel che vuole, i propri incubi e i propri desideri, identificarsi nei suoi personaggi.
Attraverso le fiabe, infatti, è possibile veicolare messaggi e concetti anche molto importanti, non solo a livello umano, ma anche a livello cognitivo.
Ad esempio si è mai pensato a cosa potrebbe succedere se la protagonista di una breve storiella diventasse una ragazzina chiamata, significativamente, “Luce”, che decide di viaggiare e andar via lasciando il suo paese al “buio”?
Alcuni ci hanno già pensato, riuscendo, se pure in maniera molto semplificata, a stimolare la curiosità dei fanciulli nei confronti di un fenomeno della fisica come la luce, che, se spiegata in modo troppo “accademico” può risultare complicato anche agli “addetti ai lavori”.
Insomma, quello della scuola è un contesto delicato ed importante in quanto consente di influenzare gli uomini che governeranno il mondo di domani, ragion per cui lo stesso Mussolini ha agito fortemente sulla scuola per creare intorno a sé il consenso politico necessario.
La crescita, l’infanzia del fanciullo, può infatti influenzare tutta la sua vita.
Un bambino nato e cresciuto in un contesto adatto a sé si formerà in modo sostanzialmente diverso rispetto ad un bambino che ha vissuto vicende non facili.
Le ripercussioni psicologiche che gli eventi provocano nella mente di un bambino condizioneranno tutta la sua vita.
Lo stesso Freud, in alcuni casi da lui studiati, ha trovato la causa delle patologie proprio nel periodo dell’infanzia.
Come non citare la cosiddetta sindrome di Peter Pan?
Su quest’ultima, però, preferisco soffermarmi un secondo in più, in quanto, nella mia modesta opinione, tutti in modi più o meno evidenti siamo affetti dalla sindrome di Peter Pan, in quanto ognuno di noi continua a far sopravvivere il bambino che ha dentro di sé.
Spesso però, molti se ne vergognano, lo controllano, non vogliono farlo uscire, lo nascondono, indossano una “maschera”, come direbbe Pirandello, pur di dimostrare a tutti che il bimbo dentro di loro è… morto?
Siamo convinti che questo sia positivo?
Qualcuno diceva “Bisogna essere bambini fra i bambini”… e io ritengo che forse, qualche notte, sarebbe il caso di aprire la finestra, lasciar entrare Peter Pan, restituirgli la sua Ombra, spiccare il volo e andare sull’Isola che non c’è, dove finalmente, togliendo ogni maschera, potremo liberamente urlare “IO CREDO NELLE FATE!”… 11
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- Biologia: La fecondazione
- Filosofia: Freud e Gentile
- Greco: Socrate, Platone e Isocrate
- Latino: Quintiliano e Marziale
- Storia: Il fascismo
- Italiano: La Divina Commedia; la fiaba
- Fisica: La luce come fenomeno elettromagnetico