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Inquietudine

I primi decenni del '900 sono contrassegnati da un diffuso senso di crisi, di vuoto e di precarietà che interessa in modo particolare alcune esperienze artistiche e letterarie di questo tempo.

Infatti, ciò che caratterizza questo periodo è la perdita di quei valori su cui si fondavano la società e la cultura ottocentesca, cioè ideali, certezze e fiducia nel progresso che sono venuti meno causando una frattura tra l'uomo contemporaneo e i valori spesso distorti e aberranti di cui è portatrice la società contemporanea, una società i cui profondi cambiamenti sono riconducibili alla crisi del positivismo che aveva segnato il fallimento della scienza, ritenuta dai positivisti come un infallibile mezzo di conoscenza della realtà, che non era stata in grado di dare risposte riguardo le cause profonde dell'esistenza mettendo appunto in luce i limiti della conoscenza scientifica e della rappresentazione razionale e oggettiva della realtà.

Questa situazione provoca nell'uomo una crisi dei valori e la perdita delle fiducie borghesi in seguito appunto al declino di quella filosofia che aveva fornito le giustificazioni ideologiche a queste fiducie.

Ci troviamo di fronte ad una vera e propria crisi sempre più accentuata dell'individuo che si sente spogliato di ogni illusione e smarrito nei confronti di una realtà non più pienamente conoscibile, una crisi dell'io che diventa un fenomeno epocale, una rappresentazione della situazione sociale che trova la sua massima interpretazione, per quanto riguarda l'ambito artistico, in Edvard Munch, precursore della pittura espressionista, che con la sua opera più famosa intitolata Il Grido, ha dato voce e colore più di ogni altro a questo rantolo muto che percorre il Novecento, incarnando spietatamente la condizione esistenziale di questo periodo.

La pittura di Munch

Munch è un autore di grande forza espressiva che trova nella drammatica evidenza di cromatismo intenso e sgargiante il miglior veicolo per affermare la sua visione pessimistica della società e del mondo contemporaneo.

L'immagine realistica-simbolica di Munch nasce dai viaggi a Parigi e quindi dalla sua tendenza a superare la pura visività tipica dell'impressionismo.

Egli, infatti, cercò di descrivere le proprie emozioni in modo da generalizzarle adattandole alla vita interiore di ogni uomo.

Nella sua pittura trovano particolare espressione i temi dell'angoscia e della disperazione in quanto sentimenti che manifestano la conflittualità interna dell'io.

Per mettere a fuoco il senso di quest'opera del 1893, nessuna descrizione è più efficace che quella data dall'artista stesso:

"Una sera passeggiavo per un sentiero e da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo, il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando."

La scena è fortemente autobiografica: la figura centrale è di un uomo privo di identità, scheletrico, con il volto che sembra un teschio concentrato nelle occhiaie vuote e nella bocca straziata che lancia un grido disperato e primordiale che si propaga intorno e si allarga e si allarga in lontananza mediante delle onde costituite da linee curve di colore blu, marrone, giallo, rosso che sembrano diffondersi come amplificazioni sonore fino all'orizzonte e al cielo occupando tutto lo spazio, mentre il ponte su cui si allontanano due persone indifferenti e quasi fuoriuscenti dalla tela, sembra prolungarsi all'infinito grazie alla prospettiva tesa e obliqua che dà una lunghezza allucinante al ponte.

La tragedia e l'angoscia dell'uomo di fronte al dolore della vita sono espresse principalmente dai forti urti cromatici, dai colori cupi ed espressivi nel loro contrasto e dalla violenta contrapposizione tra il chiaroscuro: infatti vengono usati colori caldi e luminosi con colori freddi e cupi.

Il disagio esistenziale nella letteratura

Il tema del disagio esistenziale dell'uomo del Novecento è tradotto in ambito letterario da una radicale innovazione nel modo di scrivere, sia per quanto riguarda la struttura narrativa sia dal punto di vista tematico, con la trattazione di nuovi temi legati ad una dimensione più interiore del singolo individuo.

Un esempio di questo modo di scrivere si può individuare nella raccolta "Ossi di Seppia" di Eugenio Montale, in cui il motivo di fondo della poesia di Montale è una visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, in cui, crollati gli ideali romantici e positivistici, tutto appare senza senso, oscuro e misterioso.

Vivere, per lui, è come andare lungo una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia (Meriggiare pallido e assorto) e che impedisce di vedere cosa c'è al di là, ossia lo scopo e il significato della vita. Né d'altra parte c'è alcuna fede religiosa o politica che possa consolare e liberare l'uomo dall'angoscia esistenziale.

Nemmeno la poesia, che per Ungaretti e in genere per i poeti del Decadentismo è il solo strumento per conoscere la realtà, può offrire all'uomo alcun aiuto. Perciò, egli scrive, "non domandarci la formula che mondi possa aprirti", ossia la parola magica e chiarificatrice, che possa darti delle certezze, come pensano di dirla "i poeti laureati". Qualsiasi amplificazione della vita umana è rifiutata. L'unica cosa certa che egli possa dire, è "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", ossia gli aspetti negativi della nostra vita.

Di fronte al "male di vivere" non c'è altro bene che "la divina Indifferenza", ossia il distacco dignitoso dalla realtà, essere come una statua o la nuvola o il falco alto levato (Spesso il male di vivere). Questa indifferenza non è sempre concessa al poeta, in cui sussiste la possibilità di sfuggire alla prigione della condizione umana, il quale è spesso preso dalla nostalgia di un mondo diverso, dall'ansia di scoprire "una maglia rotta nella rete / che ci stringe", "lo sbaglio di natura", "che ci metta nel mezzo di una verità". Il miracolo, l'illuminazione, che nella seconda sezione viene ad essere l'invasione della solitudine e del nulla. La negatività di Montale oscilla tra la constatazione del "male vivere" e la speranza vana, ma sempre risorgente, del suo superamento. Basta guardarsi intorno, suggerisce Montale, per scoprire in ogni momento e in ogni oggetto che osserviamo il male di vivere, come nei paesaggi aspri della Liguria, nei muri scalcinati, nei greti dei torrenti, nel rivo strozzato che gorgoglia, nella foglia riarsa che s'accartoccia, nel cavallo stramazzato di Spesso il male di vivere.

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Sintesi
  • Italiano: Eugenio Montale (Ossi di Seppia)
  • Filosofia: Søren Kierkegaard (Aut - Aut)
  • Inglese: Thomas S. Eliot (The Waste Land)
  • Storia dell'arte: Edvard Munch (Il grido)
  • Storia: Crisi '29
  • Latino: Gaio Petronio Nigro (Satyricon)
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