Di
Giuseppe De Cosimo
Classe 5BM
Scuola Vivante-Pitagora
Anno scolastico 2010/2011
1
Ho scelto di trattare questo argomento perché il mondo dell’impresa mi ha sempre interessato e non escludo nel mio futuro un impiego lavorativo in questo campo.
Il ruolo dell’impresa industriale in Italia alla fine dell’800
S 1.1
T
O 1
R
I
A L’Italia conobbe tra il 1896 e il 1914, in forte ritardo, una vera e propria fase di “decollo industriale”. Il processo di industrializzazione che ne derivò, assunse una notevole intensità per la sua localizzazione geografica quasi esclusivamente settentrionale, doveva sanzionare nuovamente la divisione del paese in “due Italie”, quella moderna e quella arretrata e “semicoloniale”. Giolitti, divenuto nel 1901 ministro degli Interni nel gabinetto Zanardelli, si era reso perfettamente conto, guardando anche alle esperienze dei paesi più avanzati, che il movimento operaio non poteva essere affrontato con successo facendo ricorso alla semplice repressione, e che anche la borghesia italiana più avanzata doveva inaugurare la via del confronto politico con socialisti e sindacati.
I
T
A
L
I
A
N In un suo celebre discorso pronunciato nel 1901 egli affermava, tratteggiando quel nuovo ruolo di mediazione sociale dello Stato che andava facendosi strada con caratteristiche specifiche in ogni paese liberale avanzato: Era quanto mai chiaramente delineato un programma di difesa delle istituzioni borghesi fondato su una accentuazione del carattere liberale dello Stato, un programma che per il suo aspetto relativamente innovatore, doveva trovare ostili i settori più reazionari della classe dirigente, e riuscire invece congeniale ai settori più aperti di questa e alle correnti riformiste del movimento dei lavoratori che vi trovavano riconosciuto un proprio spazio, e doveva infine essere avversato sia presso settori moderati che presso settori della sinistra, perché la realizzazione pratica di esso si esprimeva in una continua ricerca di compromesso di stampo chiaramente “trasformistico”.
In un lungo dominio, Giolitti durò, salvo brevi interruzioni, dal 1901 alla primavera del 1914, trovandosi al timone dello Stato sia nella fase di rapido progresso dell’industria durato fino al 1907, sia nella seguente fase di crisi culminata nel 1913. Fu proprio nel quinquennio 1902-1907 che l’industrializzazione assunse in Italia la sua massima accelerazione all’interno della fase di generale sviluppo iniziata nel 1896.
Tra il 1896 e il 1913 l’Italia assunse il carattere di paese industriale, seppure nel 1914 il settore agricolo risultasse ancora prevalente nel quadro generale dell’economia nazionale.
Su una popolazione di circa 32 milioni e mezzo di abitanti, nel 1901 gli addetti all’industria (non solo operai, ma anche personale imprenditoriale, impiegatizio e settore artigianale) ammontavano a circa 4 milioni di persone, di cui circa 2 milioni e mezzo salariati a vario titolo. Nel 1911 tale numero sale a circa 4 milioni e mezzo, su una popolazione di quasi 35 milioni di persone. Come si vede, l’incremento non fu molto rilevante, mentre lo fu l’aumento della produzione, ottenuto con una notevole intensificazione dei ritmi, della razionalizzazione dei sistemi di lavoro e degli investimenti.
Il tipo di crescita dell’industria italiana in questo periodo fu quello proprio della fase monopolistica dominata dal capitale finanziario con l’appoggio dello Stato. Il “connubio” tra industria, finanza e Stato fu particolarmente accentuato dalla debolezza della struttura produttiva nazionale, che, nonostante i progressi, non era in grado di sostenere il confronto con la concorrenza sul mercato internazionale. Sicché il “protezionismo” doganale, le commesse statali, un regime di alti prezzi e il controllo del mercato interno da parte di gruppi monopolistici furono le caratteristiche prevalenti e tali da continuare le linee di tendenza iniziate negli anni Ottanta.
1
I progressi furono assai rilevanti nel campo della siderurgia e della meccanica e in quello “nuovo” dell’industria elettrica. E proprio in questi settori, che agivano come elementi propulsori, l’intervento del capitale bancario fu specialmente largo. La siderurgia, con i suoi centri a Terni, Savona, Piombino e Bagnoli, acquistò rapidamente la fisionomia di un potentissimo trust, assai influente sui circoli governativi, che prosperava sulle commesse anzitutto dello Stato (ferrovie, navi, armamenti). La meccanica, il cui sviluppo fu notevole, nonostante i costi elevati delle materie prime, assai forte nel campo delle macchine pesanti (locomotive, motori per navi eccetera) rimase piuttosto debole nel settore delle macchine utensili, agricole eccetera, anche se con progressi promettenti.
Un notevolissimo slancio ebbe l’industria automobilistica, concentrata soprattutto a Torino. Ben presto, fra le varie industrie del settore, che contava l’Itala, la Scat, la Lancia e l’Alfa Romeo, la Fiat, sorta nel 1899 per iniziativa di Giovanni Agnelli, acquistò una netta preminenza. Nel 1908 ad Ivrea sorse un’altra fabbrica, di macchine da scrivere, destinata a un grande avvenire, fondata da Camillo Olivetti.
L’industria nuova per eccellenza, quella elettrica, che aveva avuto la sua origine con la fondazione della società Edison, ebbe non solo notevole incremento ma suscitò esagerate speranze, alimentate dall’incidenza che sul passivo della bilancia dei pagamenti aveva l’importazione del carbone dall’estero.
Un settore in grande ascesa fu anche quello dell’industria chimica, che aumentò molto la produzione specie di fertilizzanti, di materiale elettrico e di prodotti di gomma (la più importante delle quali fu la Pirelli, fondata a Milano nel 1872).
Nel periodo giolittiano i progressi dell’industria contribuirono ad accentuare i divari territoriali non solo fra il Nord e il Sud, ma all’interno dello stesso Settentrione. Infatti, sia quantitativamente sia qualitativamente, l’industria si concentrò nel cosiddetto “triangolo industriale”, con i suoi centri in Genova, Torino e Milano, favorito da tutta una serie di fattori, quali il maggior sviluppo civile, le migliori comunicazioni interne ed internazionali, la formazione più rapida ed intensiva di capitali, la presenza di maestranze meglio preparate e un ceto imprenditoriale di più solide tradizioni. A sua volta, la politica della spesa pubblica a sostegno dell’industrializzazione agì quale elemento di ulteriore appoggio.
Anche l’agricoltura, presa nel suo insieme, fece progressi, soprattutto nei settori della cerealicoltura e della zootecnia. Ma sia l’incremento quantitativo sia qualitativo fu anch’esso, come quello industriale, il risultato dei progressi avvenuti nel Nord e in parte nel Centro. La sola Pianura Padana giunse a produrre il 40 per cento del frumento italiano e anche l’incremento della zootecnia fu localizzato nel Nord. Il Sud rimase decisamente alla retroguardia, e di fatto escluso dal moto ascendente del paese. Le tariffe protettive in campo agricolo agirono come fattore di stasi del Mezzogiorno. I grandi latifondisti, nelle cui proprietà vigeva una povera coltura estensiva di cereali, ebbero assicurate le loro rendite parassitarie, e premiarono per questo in modo sistematico i governi con il loro “ministerialismo”, vale a dire mettendo i voti dei deputati da essi controllati a disposizione della maggioranza parlamentare.
Anche i settori dei vini, della frutta e dell’olio di oliva, che per il loro carattere pregiato avrebbero potuto con esportazioni adeguate introdurre nel Mezzogiorno notevole capitale, rimasero al di sotto delle loro possibilità, per l’inadeguatezza sia dell’apparato tecnico sia della politica commerciale dello Stato, che ne trascurò sistematicamente i bisogni.
Si spiega così come, specie al Sud, la piaga della disoccupazione e della sottoccupazione fosse cronica e come l’ondata dell’emigrazione, insieme con quella del Veneto (la zona più sottosviluppata del Settentrione) raggiungesse, proprio nel periodo giolittiano, cifre enormi. Dal Mezzogiorno continentale partirono 2.817.170 persone; nel solo 1913 gli emigranti italiani furono 872.598. Eppure proprio questi disperati, fuggiti dalla miseria del loro paese, attraverso le loro rimesse, fonte preziosa di valuta pregiata, diventarono elemento di ricchezza per le finanze dello Stato e, tramite la spesa di questo prevalentemente orientata verso il Nord industriale, dell’Italia più progredita.
1
Tra il 1896-1900 e il 1911-15 il reddito nazionale pro capite aumentò del 28 per cento. Almeno in molte zone dell’Italia settentrionale, la popolazione rurale partecipò ai progressi delle città. Il tasso di mortalità scese dal 26.7 per mille del 1887-91 al 19.2 nel 1910-14; la probabilità di vita alla nascita salì nello stesso periodo da 20 a 31 anni.
Il consumo di grano aumentò da 117 chili a testa annui del 1896-1900 a 164 chili nel 1909-13 e vi fu un fortissimo aumento della percentuale di reddito spesa in beni non essenziali, anche nelle campagne. I depositi delle Casse di Risparmio raddoppiarono tra 1900 e 1913.
Con l’aumento delle scuole e degli insegnanti, l’analfabetismo diminuì e la frequenza nelle scuole aumentò: tra il 1900 e il 1913 le spese per l’istruzione furono triplicate, pur continuando a rappresentare soltanto il 4 per cento delle spese sociali. I salari, che erano rimasti quasi stazionari dal 1880, dopo il 1900 cominciarono a salire, notevolmente nell’industria e lievemente anche nell’agricoltura. Contemporaneamente, furono ridotte le ore di lavoro, dalle 13-14 ore giornaliere del 1870 alle 10 del 1914.
Realizzazioni degne di nota si ebbero nel campo sociale: nel 1901 fu creata una commissione per la protezione degli emigranti; nel 1902 e di nuovo nel 1907 furono imposte ulteriori restrizioni al lavoro dei fanciulli nell’industria e furono introdotte le prime norme per la protezione delle donne. Furono approvate leggi speciali per la protezione degli operai dell’industria. La Cassa di Assicurazione sugli infortuni e di previdenza per la vecchiaia ricevette sovvenzioni statali. La panificazione notturna fu vietata e nell’industria fu imposta una vacanza settimanale di ventiquattro ore consecutive, normalmente di domenica. Furono avviati alcuni modesti progetti di edilizia popolare e fu attuata la riforma carceraria.
Dal punto di vista industriale, l’Italia non aveva raggiunto nemmeno l’Austria - Ungheria, che nel 1912 aveva in funzione un maggior numero di fusi, consumava il doppio del carbone pro capite e produceva il triplo dell’acciaio. L’agricoltura occupava un posto di gran lunga più importante nell’economia italiana che in quella francese eppure il reddito agrario della Francia era più del doppio di quello italiano. Le cifre dell’emigrazione erano l’indice più evidente dello squilibrio economico, mentre la percentuale di analfabetismo, sebbene fortemente diminuita, offriva un drammatico quadro di arretratezza. E tuttavia, con una base materiale tanto fragile, l’Italia era decisa a diventare una grande potenza sorretta da un’industria in costante crescita.
Giovanni Pascoli: il rifiuto della società industriale e la difesa della civiltà contadina
1.2
Giovanni Pascoli: il rifiuto della società industriale e la difesa della civiltà contadina”
Giovanni Pascoli è uno degli scrittori più importanti dell’età giolittiana e nella sua poesia si percepisce la paura del poeta per i cambiamenti di una società che si sta industrializzando e massificando e la nostalgia per la civiltà contadina che sta declinando, a cui peraltro sono legati tutti i bei ricordi della sua infanzia.
1
Davanti alla travolgente evoluzione di fine Ottocento, con cui il capitalismo scardinava dalle profondità il mondo contadino per trasformarlo in società industriale e di massa, il Pascoli non sapeva opporre che una resistenza passiva, quella cioè di rinchiudersi in se stesso, di difendere quel che gli restava della famiglia e di identificarsi con la figura del piccolo proprietario terriero, quale ultimo difensore di una cultura e di un mondo in via di estinzione. Da qui la teoria estetica del “fanciullino”, da qui una produzione poetica ispirata in prevalenza dal mondo agrario, quello della piccola proprietà contadina della Garfagnana, in cui il Pascoli visse per diverso tempo.
Tutto ciò, a livello ideologico è visibile, oltre che nelle pagine del “fanciullino”, anche in alcune poesie come Lavandare e soprattutto “La Siepe”. Cerchiamo di analizzarli.
Il fanciullino è il più importante ed esplicito discorso programmatico di Pascoli, e contiene la sua personale poetica. Il poeta coincide con il fanciullino ovvero con quella parte infantile dell’uomo che negli adulti tende a essere normalmente soffocata e che invece nei poeti trova libera espressione.
Il fanciullino vede ciò che in generale passa inosservato, attraverso vie intuitive e percezioni non razionali: egli individua accordi segreti tra le cose stabilendo tra di esse legami inediti e inconsueti. Il poeta come un fanciullo guarda il mondo con stupore alla luce del quale ogni cosa è scoperta. Il fanciullo si sottrae alla logica ordinaria, alla prospettiva comune, grazie alla prospettiva fantastica e simbolica.
Il simbolismo pascoliano vuole indicare la strada della rivelazione di una verità segreta e misteriosa la cui chiave d’accesso nascosta appartiene solo al poeta. Di conseguenza le piccole cose finiscono per avere una funzione rivelatrice, assumendo un valore generale.
I Primi poemetti sono una raccolta poetica di Giovanni Pascoli. Originariamente pubblicata col titolo di “Poemetti”, venne ribattezzata nella terza edizione del 1904, per essere distinta dai “Nuovi poemetti”.
La raccolta è dedicata a Maria Pascoli, sorella del poeta, ed è espressamente presentata come un «invito alla campagna».
I Primi poemetti constano di quattro capitoli.
La “Sementa” descrive la vita di una raccolta famigliola di campagna. È il periodo della semina e i grilli rimpiangono l’estate. Ai primi albori i contadini si accingono ai loro lavori sotto gli sguardi delle stelle. È probabile che le due sorelle, protagoniste della “Sementa”, siano i riflessi letterari di Maria e Ida Pascoli.
“Il bordone e l’aquilone” contiene forse le più note poesie della raccolta (tra cui “Il soldato di San Piero in campo”, “Digitale purpurea”, “Suor Virginia”, “L’aquilone”), pervase da uno stesso senso di abbandono e malinconia connessi col ricordo.
Ne “L’accestire”, protagonista ancora una volta è la famiglia di contadini lucchesi. Vengono descritti ancora momenti caratteristici di vita rustica. È il capitolo della raccolta in cui l’attaccamento del poeta al «nido» e alla campagna si fa più evidente. Dei nove componimenti presenti, “La siepe” è probabilmente la più conosciuta.
Ne “I due fanciulli e i due orfani” la poetica di Pascoli raggiunge il suo apice, quantunque alcune delle poesie contenutevi siano state oggetto di critiche da parte di Benedetto Croce e di Emilio Cecchi. Pregno di reminiscenze leopardiane, il quarto capitolo è suddiviso in tredici componimenti nei quali il poeta si interroga sul senso della vita e sul fine ultimo dell’umanità. L’universo pascoliano, immerso in un clima visionario, si carica di immagini che assurgono a simboli. Tra le poesie migliori annoveriamo “Il libro” e “Nella nebbia”.
La raccolta si chiude con un ampio poemetto, diviso in due canti, costituito da 450 versi e intitolato Italy
1
“La siepe”
I
Siepe del mio campetto, utile e pia,
che al campo sei come l’anello al dito,
che dice mia la donna che fu mia
(ch’io pur ti sono florido marito,
o bruna terra ubbidïente, che ami
chi ti piagò col vomero brunito...);
siepe che il passo chiudi co’ tuoi rami
irsuti al ladro dormi ’l-dì; ma dài
ricetto ai nidi e pascolo a gli sciami;
siepe che rinforzai, che ripiantai,
quando crebbe famiglia, a mano a mano,
più lieto sempre e non più ricco mai;
d’albaspina, marruche e melograno,
tra cui la madreselva odorerà
io per te vivo libero e sovrano,
verde muraglia della mia città.
II
Oh! tu sei buona! Ha sete il passeggero;
e tu cedi i tuoi chicchi alla sua sete,
ma salvi il frutto pendulo del pero.
Nulla fornisci alle anfore segrete
della massaia: ma per te, felice
ella i ciliegi popolosi miete.
Nulla tu rendi; ma la vite dice;
quando la poto all’orlo della strada,
che si sente il cucùlo alla pendice,
dice: - Il padre tu sei che, se t’aggrada,
sì mi correggi e guidi per il pioppo;
ma la siepe è la madre che mi bada. -
- Per lei vino ho nel tino, olio nel coppo -
rispondo. I galli plaudono dall’aia;
e lieto il cane, che non è di troppo,
ch’è la tua voce, o muta siepe, abbaia.
III
E tu pur, siepe, immobile al confine,
tu parli; breve parli tu, ché, fuori,
dici un divieto acuto come spine;
dentro, un assenso bello come fiori;
siepe forte ad altrui, siepe a me pia,
come la fede che donai con gli ori,
che dice mia la donna che fu mia.
Si configura l’idea che il poeta ha dell’uomo e dei rapporti sociali: il contadino, che parla e con cui il Pascoli si identifica, rivolgendosi alla siepe che circonda e difende dagli estranei il suo campetto, è il rappresentante tipico di una società patriarcale in cui il
1
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
- Storia: Giovanni Giolitti
- Italiano: Giovanni Pascoli
- Economia aziendale: I costi industriali
- Diritto: Il ministro dello sviluppo economico; il Governo
- Scienze delle finanze: L'impresa pubblica
- Inglese: Word; spreadsheet; database
- Matematica: L'applicazione dell'analisi all'economia
- Informatica: Il sistema informativo aziendale