L’immigrazione in Italia
L'immigrazione in Italia è un fenomeno relativamente recente, che ha cominciato a raggiungere dimensioni significative all'incirca nei primi anni Settanta, per poi diventare un fenomeno caratterizzante della demografia italiana nei primi anni del XXI secolo.
Nel 2010 l'Italia era il quarto Paese europeo per numero di stranieri residenti, dopo Germania, Spagna e Regno Unito, con il 7% della popolazione costituita da stranieri.
Analizzando le zone di provenienza, negli ultimi anni c'è stato un deciso incremento dei flussi provenienti dall'Europa orientale e dall'Asia meridionale, che hanno superato quelli dal Nord Africa, molto forti fino agli anni Novanta.
Ciò è dipeso dalla “politica delle porte aperte” praticata dall'Italia in contrapposizione alle restrizioni degli altri Stati e dall'ingresso della Romania nell'Unione Europea.
In particolare, al 1º gennaio 2011 i romeni, facilitati dall'affinità linguistica, rappresentano la prima comunità straniera, con quasi un milione di residenti, pari a oltre un quinto degli stranieri presenti in Italia.
Accanto ad essi le principali comunità straniere presenti in Italia sono quella albanese, marocchina, cinese ed ucraina.
Nota: le comunità sovraelencate costituiscono circa il 50% degli stranieri residenti in Italia nel 2013.
Ma in tutto nel nostro Paese sono presenti ben 15 cittadinanze straniere! Si tratta di un fenomeno talmente variegato da essere anomalo rispetto all'attuale panorama dell'immigrazione nell'Unione Europea.
L’Istat sottolinea gli aspetti positivi di questa caratteristica: «A priori, una così elevata frammentazione per nazionalità favorisce assai meno l’eventuale formazione e l’affermarsi di forti minoranze compatte culturalmente e prevalenti rispetto alle altre; dunque appare un fattore intrinseco che riduce preventivamente il rischio della formazione di ghetti culturali, religiosi e metropolitani, fortemente connotati etnicamente.
Allo stesso tempo, invece, può favorire, in misura maggiore che altrove, il nascere di un “comune denominatore” nella componente di origine straniera della società italiana, nella quale il fattore unificante – l’aspirazione alla effettiva cittadinanza – sia prevalente rispetto a quello divaricante.
Il rischio di “ghettizzazione” o autoesclusione, dunque, appare a priori minore di quanto invece non sia stato e non sia per i turchi in Germania, i maghrebini in Francia o i sudamericani in Spagna».
Nota: nazionalità presenti in Italia al 1° gennaio 2011.
Nonostante l’importanza del fenomeno, alcuni cercano di sottovalutarlo pensando che l’Italia sia solo una “terra di passaggio” per gli immigrati, specialmente per coloro in cerca di un lavoro.
In realtà, i dati ci dicono il contrario, visto che la maggioranza dei permessi di soggiorno sono a carattere stabile: circa 9 immigrati su 10 sono presenti per lavoro e per famiglia, cui si aggiungono altri motivi anch’essi connessi con una certa stabilità del soggiorno, come lo studio.
A proposito di lavoro, spesso si sente dire che gli immigrati “rubano il lavoro agli italiani”.
In realtà gli studi statistici attestano che gli immigrati hanno occupato i posti di lavoro a bassa qualificazione, che gli italiani hanno progressivamente abbandonato.
Il lavoro femminile, in più, ha rappresentato un vero puntello per il welfare state all’italiana: la badante con l’anziano disabile a casa, e la donna italiana a lavorare in ufficio.
Va infine ricordato che un decimo dei migranti assicurati all’INPS ha avviato un’attività autonoma: in particolare, gli artigiani sono il 52%, i commercianti il 46,3% e i lavoratori agricoli autonomi l’1,6%.
Tra i commercianti, oltre un terzo è di origine africana, soprattutto marocchina; un altro terzo è asiatico, in prevalenza cinese; mentre tra gli artigiani prevalgono i romeni e gli albanesi.
La presenza delle donne è ancora ridotta e concentrata soprattutto nel campo commerciale, ma la tendenza è all’aumento.
Più in dettaglio, molteplici sono le conseguenze economiche delle migrazioni, sia per i Paesi d’arrivo che per i Paesi di partenza.
Conseguenze nei Paesi di partenza
L'emigrazione ha sempre costituito una valvola di sfogo per la forza lavoro in esubero rispetto alle possibilità occupazionali, soprattutto nei Paesi caratterizzati da una rapida crescita demografica naturale.
La partenza dei lavoratori sottoccupati e non qualificati allevia il mercato del lavoro e la spesa sociale, e il reddito delle famiglie rimaste nel Paese d’origine aumenta in seguito all'invio di parte dei guadagni degli emigranti.
La somma complessiva di tali rimesse incide positivamente sulla bilancia dei pagamenti dello Stato, costituendo una entrata di capitale di notevoli dimensioni.
Si pensi che, ad esempio, nel piccolo El Salvador le rimesse degli emigrati costituiscono il 5% delle entrate dello Stato.
Nei Paesi in cui le rimesse vengono utilizzate per attuare investimenti, l’emigrazione può costituire un aiuto allo sviluppo e quindi alla crescita economica.
Se invece vengono utilizzate solo per consumi personali, possono a lungo termine favorire l’inflazione.
Se ad emigrare sono persone la cui crescita e grado di qualificazione è costata allo Stato in termini educativi, sociali e sanitari, si verifica paradossalmente che il frutto di questi investimenti è goduto dai Paesi di arrivo.
Ciò è stato particolarmente evidente nel caso dell'ex RDT, dove l'esodo di tecnici e laureati verso il più allettante mercato del lavoro occidentale ha creato nell'arco di pochi mesi vuoti consistenti nel settore industriale e in quello dei servizi assistenziali, specialmente negli ospedali.
Conseguenze nei Paesi d’arrivo
L'arrivo di lavoratori stranieri può a breve termine abbassare il costo del lavoro e avere quindi un effetto positivo sulla produttività generale e permettere alle imprese marginali di sussistere.
Infatti il costo della manodopera costituita dagli immigrati è tendenzialmente più basso di quello della manodopera locale, il loro lavoro viene pagato poco più della metà rispetto a quello di un lavoratore italiano medio, sia perché questi lavoratori accettano salari inferiori, sia perché, nel caso di assunzione illegale, consentono al datore di lavoro di evadere le contribuzioni fiscali e previdenziali.
Gli immigrati, spinti dalla necessità, accettano condizioni di lavoro più dure, orari più lunghi, turni notturni e festivi, mansioni nocive e pericolose, lavori temporanei.
A ciò si aggiunge che sono difficilmente sindacalizzabili e il loro licenziamento può avvenire più facilmente, specialmente se si tratta di lavoro nero.
Il basso costo della manodopera straniera disincentiva molte imprese dall'effettuare investimenti in tecnologie atte a razionalizzare il ciclo produttivo.
La costante disponibilità di immigrati che svolgano mansioni nocive alla salute o rischiose permette a certi imprenditori di mantenere antiquati e spesso illegali sistemi di sicurezza contro le malattie professionali.
Ma, se il rallentamento dell'innovazione tecnologica può essere considerato nel breve periodo un risparmio di costi, esso può trasformarsi in un ritardo che nel lungo periodo toglie competitività alle produzioni in cui è richiesto alto livello di precisione, affidabilità e standardizzazione.
Inoltre, secondo uno studio condotto dalla Fondazione Leone Moressa, impegnata nella ricerca scientifica rivolta ai fenomeni migratori, gli immigrati producono il 6% del PIL e pagano le tasse.
Un potenziale economico tutt’altro che trascurabile, in tempi di recessione come quelli che stiamo vivendo.
Per contro la presenza di immigrati in condizione di disoccupazione o di lavoro nero comporta dei costi per l'erogazione di servizi socioassistenziali: abitazione, educazione scolastica, assistenza sanitaria, senza che vi sia un corrispettivo in termini di contributi versati.
Inoltre, secondo il contesto di inserimento, la difficoltà nel trovare lavoro facilita in zone disagiate e periferiche forme di forte emarginazione.
A questo riguardo, nella popolazione immigrata è fondamentale un'attenzione altissima alla sofferenza psichica, che può riflettere forti disagi materiali, senza mai dimenticare che anche lo sradicamento e la solitudine possono far ammalare altrettanto il corpo in quell'unità indivisibile che è la persona.
Infatti, l'atto migratorio è altamente ansiogeno, dirompente, pericoloso per l'integrità del “sé stesso”.
Il soggetto si lascia dietro affetti, conoscenze, oggetti, luoghi, con i quali è intessuta la personalità individuale, e questo assomiglia alla morte.
Si trova davanti un contesto nuovo e sconosciuto, nei confronti del quale è inerme come un bambino, e questo assomiglia alla nascita.
In questo momento traumatico, l’identità individuale vacilla, stenta a definire i propri limiti e attributi.
Secondo Caritas, su un campione di 390 migranti visitati nel servizio di medicina generale del poliambulatorio Caritas di Roma per persone in condizione di fragilità sociale, immigrati non inseriti e richiedenti asilo, i più recenti dati dell’Area sanitaria riportano che il 74% riporta gravi difficoltà di vita in Italia e più del 10% soffre di un disturbo post traumatico da stress, PTSD.
Il disturbo post traumatico da stress, spiega il Dottor Massimiliano Aragona, psichiatra del progetto Caritas Ferite Invisibili, «porta l’individuo a vivere in uno stato emotivo di forte allarme, con pensieri intrusivi e ricorrenti delle esperienze traumatiche vissute, difficoltà a concentrarsi, insonnia, incubi, tendenza a isolarsi per paura di subire nuove violenze, dolori e altri sintomi somatici su base psicologica.
Si comprende come queste persone siano persone vulnerabili da proteggere e curare, altrimenti possono avere serissime difficoltà a integrarsi nel tessuto della nostra società».
- Francese - Baudelaire
- Inglese - Joyce
- Spagnolo - Vera Vigevani
- Italiano - Ungaretti, Margaret Mazzantini, Ron Kubati