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Esame di stato 2014/2015

Approfondimento

Classe 5^LES

L’identità online: tra finzione e realtà

“I social network fanno sì che tu resti a casa nella tua stanzetta a comunicare apparentemente con tutti gli altri, ma in realtà internet non è un qualcosa di esterno da te. Quando spegni internet spegni anche te stesso, o quantomeno una parte di te stesso.” Daniele Luttazzi

L’identità online: tra finzione e realtà

Indice

  1. L’identità e il Sé: dalla vita reale all’esperienza mediata.
  2. L’identità postmoderna e la rete

Identità uguale nome?

  1. La costruzione del Sé on-line: la persona in rete
  2. 2.2
  3. I MUD: laboratori di identità
  4. Identità nomade: vantaggio o svantaggio?
  5. Si può uscire dal gioco?

Motivazione

In un mondo popolato da poco più di sette miliardi di persone, più di tre miliardi di soggetti (pari al 42%), sono utenti attivi di Internet; di questi oltre 2 miliardi sono fruitori dei social network. La media mondiale del tempo giornaliero trascorso navigando in internet da computer è di 4,4 ore, mentre da cellulare è pari a 2,7 ore. Da questi dati risulta evidente come la rete sia ormai parte integrante delle nostre vite, che spesso finiscono per esserne influenzate nei diversi aspetti della quotidianità.

Molteplici sono i pareri riguardanti la diffusione di questo mezzo di comunicazione dagli effetti poliedrici: c’è chi la considera indice di progresso; chi al contrario è scettico e vede in essa una minaccia per i valori veicolati attraverso la comunicazione tradizionale; e chi ne teorizza la capacità di modificare l’atteggiamento delle persone verso gli altri e verso se stesse.

In questo approfondimento ho deciso di focalizzarmi su quest’ultimo aspetto, nel tentativo di far cadere i pregiudizi secondo cui l’uso di internet peggiori il comportamento delle persone portando a fenomeni come l’ormai noto cyberbullismo.

Trovo, infatti, che questo sia solo l’ennesimo tentativo di giustificare le azioni dell’uomo, trasformando la rete in un capro espiatorio. A mio parere, invece, l’influenza che essa esercita sull’assetto della società e le sue potenzialità vanno ben oltre la manifestazione di quel lato oscuro che caratterizza ciascun essere umano, spesso privo di adeguati freni inibitori, in grado di disciplinarne l’espressione.

Nel cosiddetto “online” il soggetto non viene manipolato da una non ben definita forza multimediale, che lo trasformerebbe in alter ego, ma, con il sostegno dell’anonimato, garantito dallo schermo (filtro virtuale tra sé e la società che lo circonda), trova manifestazione una parte sopita del proprio io nascosto.

In un “cyber mondo” dove nessuno può essere identificato, si vive attraverso uno pseudonimo definito “nickname”, che altro non è che il punto focale di un io plasmato, oltre i limiti consentiti dalla quotidianità. Se, infatti, nella realtà tangibile è possibile modificare soltanto parzialmente aspetti della propria identità, online l’“io” diventa una creatura nelle mani dell’individuo, che ha la piena facoltà di manipolarne ogni aspetto, dal nome, alla personalità, al sesso, …

Queste sono le considerazioni che hanno stimolato la mia indagine sull’identità online, alla ricerca di risposte a domande troppo spesso sottovalutate:

“Quanti di coloro che hanno accesso al “cyber mondo” si sono mai resi conto della frammentazione della propria identità dentro e fuori da questo contesto? Perché sempre più persone sentono l’esigenza di postare ogni aspetto della loro vita sul web? Perché si ha un progressivo aumento dei “fake”, ovvero delle false identità create dagli utenti della rete?”.

In questo approfondimento spero di riuscire a trasmettere il mio interesse verso un mezzo comunicativo dagli effetti di una portata così vasta da offrire innumerevoli possibilità di progresso accanto ad altrettante probabilità di rischio di incorrere in esperienze negative.

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Hh Approfondimento

Se si considerano le forme di socialità ed i vari tipi d’interazione sociale che s’instaurano in rete, si può paragonare il ciberspazio ad una vera e propria agorà in cui è possibile incontrarsi, chiacchierare, litigare, fare amicizia, così come nella vita reale. Ciò che tuttavia contraddistingue l’essere presenti ed il vivere in esso, è una sostanziale condizione di incorporeità: nel ciberspazio facciamo tutto ciò che si fa quando ci si incontra, solo che lo facciamo su un monitor, “lasciandoci alle spalle i nostri corpi”. Quest’ultima espressione infatti, esprime al meglio come la propria esistenza e l’essere presenti nel luogo-ciberspazio siano elementi che si legano esclusivamente ad un nome o pseudonimo e ad una pura descrizione di se stessi. L’incorporeità che caratterizza le relazioni in rete rappresenta un oggetto di studio di notevole interesse, in particolare in relazione alla sua influenza sui processi di formazione dell’identità personale e sociale, sulla costruzione del sé e del ruolo che ne deriva. Se nella vita reale, la socialità è più strutturata e le identità, pur essendo molteplici, si presentano integrate e coerenti, al contrario, essendo quella di rete una socialità non strutturata, le persone sembrano diventare pure maschere, le identità si decentrano e divengono flessibili, modificabili.

Nel cosiddetto cyber-spazio infatti l’individuo si trasfigura quasi in cyborg, un ibrido tra organico e inorganico che costituisce un incrocio tra la componente umana e quella cibernetica (innesti artificiali e protesi bioniche). Si crea così una pluralità di alias anonimi al punto che il sé diviene multiforme e l’identità ne risulta sfaldata rispetto alle sue componenti tradizionali.

Si può quindi affermare che la “virtualizzazione dell’identità” non è un processo che rappresenta una falsificazione dell’identità, ma una sperimentazione con la quale creare uno spazio in cui esprimere aspetti della nostra personalità altrimenti penalizzati dalle regole e dai ruoli che quotidianamente dobbiamo interpretare nella realtà sociale concreta.

Quel che ci si chiede è se la maschera ed il camuffamento dell’io possano aiutare od ostacolare lo sviluppo della propria identità ossia se il Sé che ne deriva possa definirsi come un Sé saturo, ricco e dalle enormi potenzialità o, al contrario, si possa parlare di un Sé frammentato ed incapace di autocontrollo.

Per tentare di rispondere a tali interrogativi, è opportuno uno sguardo preliminare al concetto di “identità personale” e di “io”.

1. L’identità e il Sé: dalla vita reale all’esperienza mediata

La riflessione sul tema dell’identità oscilla continuamente come un pendolo, tra oggettività e soggettività, tra individuo e società, dal momento che le diverse concezioni pongono l’accento sul ruolo delle interazioni sociali o, al contrario, sulle caratteristiche interiori dell’individuo relativamente al processo di formazione del Sé.

Dal cartesiano “cogito ergo sum” di stampo chiaramente metafisico, il primo tentativo moderno di dare una definizione del concetto di identità personale risale al XV secolo, con John Locke. Il filosofo britannico volle infatti stabilire un principio che spiegasse la permanenza nel tempo dell’identità di un individuo.

Egli arrivò così a definire l’identità personale attraverso la coscienza di sé e attraverso la memoria che ne garantisce la continuità nel tempo: l’identità è quindi memoria. Trattato sulla natura umana,

Nel XVII secolo fu poi Hume a pronunciarsi, nel suo circa tale tema, ritenendo che l’identità rappresentasse una necessità psicologica e rispondesse all’esigenza umana di dare un centro stabile all’insieme delle esperienze.

Nel 1890 lo psicologo statunitense William James, sottolineò tre aspetti fondamentali dell’identità individuale:

  • Il self materiale, ovvero l’aspetto fisico e tutte quelle caratteristiche che costituiscono il modo con cui ci si presenta e ci si mostra;
  • Il self sociale, ossia il proprio ruolo all’interno della società;
  • Il self spirituale ossia l’essere interiore o soggettivo di un essere umano.

Se dunque Locke e Hume insistevano sul carattere autonomo, privato e individuale del processo di costruzione dell’immagine di noi stessi, James, accanto all’aspetto soggettivo e interiore dell’identità, sottolinea, per la prima volta, il ruolo del contesto sociale e relazionale nella costituzione del self.

Secondo tale ottica dunque, l’io non è più il punto di partenza per il nostro rapporto con gli altri, ma risulta, insieme alla coscienza individuale, unicamente dall’interazione con gli altri.

Con questo nuovo approccio al problema dell’identità, la sociologia e la psicologia sociale diventano le discipline di riferimento per tale studio.

In particolare George Herbert Mead, filosofo, sociologo e psicologo statunitense vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, prosegue e approfondisce il lavoro di James sottolineando ancor più marcatamente il ruolo delle componenti sociali e culturali nella costruzione dell’identità.

Per Mead infatti, il Sé si costituisce in primo luogo attraverso i rapporti concreti che l’individuo ha con gli altri. L’immagine che l’uomo ha di sé è quindi il prodotto della sua esperienza sociale e delle forme di mediazione simbolica dell’esperienza stessa.

Il filosofo evidenzia inoltre la funzione del gioco nel processo di costruzione del Sé: nei primi anni di vita infatti, il bambino, attraverso il gioco spontaneo, tende ad assumere ruoli diversi, imitando quelli degli adulti. Si può quindi affermare che il Sé comprende, secondo Mead, due momenti distinti: la dimensione dell’Io e quella del Me. Il Me è l’insieme organizzato degli atteggiamenti degli altri che un individuo assume; l’Io è la risposta dell’organismo agli atteggiamenti degli altri. Nella sua teoria dei ruoli, egli descrive il soggetto come un contenitore amorfo e passivo, costretto ad adeguarsi al self che la società gli impone.

A differenza di Mead, Goffman affida al soggetto un compito più attivo nella costruzione dell’identità: il self non corrisponde al ruolo interiorizzato, ma viene attribuito proprio laddove l’individuo mostra le sue differenze rispetto ai requisiti imposti dal ruolo. In questo senso l’individuo può sì assumere un ruolo, ma anche manifestare il suo atteggiamento di accettazione o di rifiuto nei confronti del ruolo stesso: egli può, in definitiva, prendere le distanze dal ruolo che assume. L’identità del soggetto è considerata come pura maschera di una messa in scena sociale, le cui regole determinano le diverse parti recitate dal soggetto stesso. Goffman distingue l’attore dal personaggio che egli recita: il personaggio, rispetto all’attore, non ha un ruolo attivo.

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Sintesi

Collegamenti interdisciplinari

  • Sociologia: l'identità online; internet come un Panopticon (Bentham e Foucault) in cui i carcerati sono anche i carcerieri; Weber (perché il nome perde il carattere magico e quindi riprende la razionalizzazione e il disincanto dell'età moderna da lui teorizzati); la devianza nelle patologie che possono sorgere ma che non sono causate direttamente dalla rete;
  • Diritto: si può riscontrare un collegamento con la New Economy
  • Inglese: si può riscontrare un collegamento tra l'essere osservati in internet e la sorveglianza descritta da Orwell in "1984"
  • Italiano: Pirandello si ricollega al mascheramento online

Essendo un approfondimento verte su un unico argomento, riconducibile però a una pluralità di materie differenti, che possono poi servire come spunto ai professori per le domande da porgere al candidato nel corso dell'esame orale.

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