Estratto del documento

Identità

Cosa ci rende unici non è né la condizione di nascita [...] né lo stato sociale [...] né quello che comunemente si ritiene sia il sapere. L’identità è data dal coraggio di essere quello che si è e dal rispetto profondo per la propria vita e dal giusto valore che le diamo. E allo stesso tempo l’identità è l’unica vera fonte di potere degli esseri umani. Solo se si ha un’identità si può cambiare il mondo, apprezzare la vita, capire cos’è.

Sabina Guzzanti

Prefazione

Si definisce persona un essere razionale dotato di coscienza di sé e in possesso di una propria identità.

Già di... identità... quel complesso di caratteri che distinguono una persona o una cosa da tutte le altre: è proprio essa che dà all’uomo la consapevolezza di sé come individuo.

Ma se questa venisse a mancare? Cosa accadrebbe?

Basta esaminare gli avvenimenti intercorsi tra il secolo scorso e quello attuale per trovare delle risposte. Tanti sono infatti i casi di perdita d’identità che si possono riscontrare in tale periodo, dovuti a molteplici e svariate cause, interne e/o esterne all’individuo.

Infatti a causa della massificazione della società moderna, processo iniziato nel Novecento e prolungatosi fino ai giorni nostri, la maggior parte delle persone ormai non vuole diversificarsi dalla massa bensì dissolversi e confondersi in essa, così da non sentirsi più esclusa dalla società, pur andando a perdere così sé stessa. Nell’odierna società in aggiunta sono nate, a causa dell’avanzamento tecnologico, le cosiddette “identità virtuali”, volte a portare l’alienazione dell’identità reale.

Ed è sempre a causa delle moderne tecnologie che gli attori stanno perdendo la loro importanza e il loro ruolo centrale, poiché molti di loro ultimamente hanno semplicemente “prestato” il proprio corpo per poter dar vita a creature digitali, che con l’avanzare degli anni probabilmente li sostituiranno completamente.

Anche andando indietro nel tempo, possiamo notare casi palesi di perdite d’identità; dovute a cause esterne e forzate, come nel caso degli ebrei durante la Shoah, nella quale i tedeschi, guidati dalle politiche di sterminio hitleriane, hanno fatto sì che, lasciati senza diritti né libertà né averi, fossero completamente privati della loro identità.

Mentre per cause interiori, come nel caso del pittore norvegese Munch, la cui vita è stata continuamente segnata dall’angoscia e dallo smarrimento, che lo portò, attraverso crisi psicologiche, ad una vera e propria perdita del proprio “io”.

L’uomo ha sempre riflettuto su sé stesso e sempre lo farà, chiedendosi chi è, qual è il suo ruolo nella società e riflettendo sulla realtà che lo circonda per conoscerla, sperando di non perdersi, benché a volte facendolo inavvertitamente.

Ed è proprio questo l’argomento che ho deciso di affrontare nella mia tesina, ritenendolo allo stesso tempo di fondamentale importanza ed originale... e sperando che vi “perdiate” in esso.

Mario Isca

Indice

  • Psicologia
  • Storia dell’arte
  • Italiano
  • Storia
  • Grafico
  • Inglese
  • Fotografia

E così, conferendo al nulla un potere semantico che si irradia a distanza fino a significare qualsiasi cosa, la moda risolve a buon prezzo problemi di identità che pongono fine all’angosciante interrogativo: «Chi sono?».

Umberto Galimberti

Psicologia

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Ps

L’identità

La perdita dell’identità

L’identità

In sociologia, nelle scienze etnoantropologiche e nelle altre scienze sociali il concetto di identità riguarda, per un verso, il modo in cui l’individuo considera e costruisce se stesso come membro di determinati gruppi sociali: nazione, classe sociale, livello culturale, etnia, genere, professione, e così via; e, per l’altro, il modo in cui le norme di quei gruppi consentono a ciascun individuo di pensarsi, muoversi, collocarsi e relazionarsi rispetto a sé stesso, agli altri, al gruppo a cui afferisce ed ai gruppi esterni intesi, percepiti e classificati come alterità.

Sociologia, nelle scienze etnoantropologiche e nelle altre scienze sociali il concetto di identità riguarda, per un verso, il modo in cui l’individuo considera e costruisce se stesso come membro di determinati gruppi sociali: nazione, classe sociale, livello culturale, etnia, genere, professione, e così via; e, per l’altro, il modo in cui le norme di quei gruppi consentono a ciascun individuo di pensarsi, muoversi, collocarsi e relazionarsi rispetto a sé stesso, agli altri, al gruppo a cui afferisce ed ai gruppi esterni intesi, percepiti e classificati come alterità.

La formazione dell’identità

Il processo di formazione dell’identità si può distinguere in due componenti: una di identificazione e una di individuazione. Con la prima il soggetto si rifà alle figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri; produce il senso di appartenenza a un’entità collettiva definita come “noi” (famiglia, patria, gruppo di pari, comunità locale, nazione fino ad arrivare al limite all’intera umanità). Con la componente di individuazione il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dagli altri gruppi a cui non appartiene (e, in questo senso, ogni identificazione/inclusione implica un’individuazione/esclusione), sia dagli altri membri del gruppo rispetto ai quali il soggetto si distingue per le proprie caratteristiche fisiche e morali e per una propria storia individuale (biografia) che è sua e di nessun altro.

La formazione dell’identità ideologici. Infatti, ad una prima classificazione positiva del tipo “come siamo (come io sono)” si contrappone una più potente classificazione negativa del tipo “come io non sono (come noi non siamo)”. Ambedue le classificazioni presentano delle limitazioni. Lì dove la classificazione positiva produce uno sforzo di definizione intellettuale (con il rischio di calcificare l’identità museificandola), la classificazione negativa occulta in sé il pericolo di attribuire all’esterno le qualità o caratteristiche negative non gradite (come nella primitiva difesa dell’io denominata ‘proiezione’), creando alterità ad hoc in cui vedere riflessi quei tratti che la propria identità ideale ha reso tabù o riconosce come amoralità, illogicità.

Identità come corpo

Il corpo è il mediatore tra noi e il mondo, una conoscenza incorporata, un “Habitus”. Le differenze anatomiche tra maschio e femmina sono la prima base classificatoria e per la differenziazione culturale e sociale. La separazione, esclusione, distinzione tra sessi è applicata attraverso simboli, pratiche e attribuzioni di ruoli reali ed immaginarie.

Identità in positivo ed in negativo

Molte persone sono orgogliose del gruppo in cui si identificano, che fornisce loro un senso di appartenenza ad una comunità, e per converso tendono a nutrire un rifiuto per i gruppi che considerano esterni o altri, in misura variabile in base al grado di vicinanza o lontananza dell’altro dal proprio. Sono quindi presenti due aspetti dell’identità.

Un primo aspetto dell’identità si può avere in positivo come senso di appartenenza, per esempio gli scienziati sociali e storici parlano di identità nazionale per gli abitanti di un particolare paese. Una differente modalità è quella con cui le femministe parlano di identità di genere, sottintendendo così una doppia tipologia di classificazione, in cui sono presenti risvolti ideologici.

Infatti, ad una prima classificazione positiva del tipo “come siamo (come io sono)” si contrappone una più potente classificazione negativa del tipo “come io non sono (come noi non siamo)”. Ambedue le classificazioni presentano delle limitazioni.

Lì dove la classificazione positiva produce uno sforzo di definizione intellettuale (con il rischio di calcificare l’identità museificandola), la classificazione negativa occulta in sé il pericolo di attribuire all’esterno le qualità o caratteristiche negative non gradite (come nella primitiva difesa dell’io denominata ‘proiezione’), creando alterità ad hoc in cui vedere riflessi quei tratti che la propria identità ideale ha reso tabù o riconosce come amoralità, illogicità.

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Psicologia

L’identità

La perdita dell’identità

Internet

L’identità

Identità virtuale

Sherry Turkle, docente del MIT, è ribattezzata “il cybermondo” in quanto è stata una delle prime a studiare le reazioni dei cybernauti, definisce identità virtuale “il sé frammentato che emerge dal rapporto vissuto all’interno della rete”.

Il virtuale, cioè, sarebbe il luogo dove noi sperimentiamo la pluralità degli aspetti del nostro io frammentato. La psicologa vede la realtà virtuale come potenzialità di nuove esperienze e relazioni che ci consentono di entrare in rapporto con personalità diverse e con diversi aspetti della nostra personalità. Una personalità che quindi diventa multipla, ibrida, creativa.

In sociologia, nelle scienze etnoantropologiche e nelle altre scienze sociali il concetto di identità riguarda, per un verso, il modo in cui l’individuo considera e costruisce se stesso come membro di determinati gruppi sociali: nazione, classe sociale, livello culturale, etnia, genere, professione, e così via; e, per l’altro, il modo in cui le norme di quei gruppi consentono a ciascun individuo di pensarsi, muoversi, collocarsi e relazionarsi rispetto a sé stesso, agli altri, al gruppo a cui afferisce ed ai gruppi esterni intesi, percepiti e classificati come alterità.

Un’interessante prospettiva è anche quella di chi osserva che la realtà virtuale ci permette di costruire mondi personalizzati in cui vivere e agire. Turkle, sebbene confermi che il virtuale sia certamente utile per ampliare le nostre esperienze e sensazioni, sottolinea come spesso esso possa essere pericoloso e portare a patologie attraverso la perdita del senso di realtà e dell’azione. L’importante, afferma, è preservare la nostra facoltà di discernimento fra reale e immaginario, concreto e astratto.

Dobbiamo tenere presente, tuttavia, che la conoscenza non è indipendente, ma relativa all’attività psichica del soggetto.

Identità in rete

Autori quali Elizabeth Reid, Amy Bruckman e Sherry Turkle hanno approfondito gli effetti delle nuove tecnologie sull’identità personale nella società dell’informazione, dando una lettura profondamente correlata alle teorie postmoderniste più radicali: il soggetto, comunicando in rete in assenza del proprio corpo, potrebbe sperimentare liberamente con la propria identità, che diventa così fluida e multipla. Tale forma di sperimentazione avrebbe degli effetti fondamentali anche “off-line”, dal momento che il soggetto, interagendo con gli altri attraverso identità alternative, avrebbe a disposizione per costruire se stesso risorse simboliche che altrimenti gli sarebbero precluse.

Questo approccio è stato però criticato per la sua incapacità di rendere conto dell’importanza delle relazioni sociali.

Da una parte, infatti, riconosce come gli effetti decostruttivi dell’interazione in rete sarebbero tanto più intensi quanto più le identità costruite online assumono importanza agli occhi dei soggetti, e le identità assumono tanta più importanza quanto più sono inserite in relazioni stabili e durature nel tempo.

Dall’altra però, l’approccio non riesce a spiegare come sia possibile costruire relazioni stabili e durature nel tempo, mentre gli utenti continuano a moltiplicare o a trasformare la propria identità (ad esempio, cambiando genere).

Curiosità

Una rete sociale (in inglese social network) consiste di un qualsiasi gruppo di persone connesse tra loro da diversi legami sociali, che vanno dalla conoscenza casuale, ai rapporti di lavoro, ai vincoli familiari. Le reti sociali sono spesso usate come base di studi interculturali in sociologia e in antropologia. Joi Ito suggerisce che il concetto di rete sociale sia cruciale per quella che egli chiama “democrazia emergente” — il collegamento vitale tra la rete creativa di al più una dozzina di persone, le reti di potere create da religione, lingua, tribù e legami di parentela, e le tradizioni etiche ad esse associate. Queste sono da lui viste come l’unico percorso verso una cosiddetta seconda superpotenza.

Noto social network, dove si ha la possibilità di creare molteplici identità virtuali

La realtà virtuale

Già Freud aveva proposto il concetto di “realtà psichica”: la psicoanalisi non ricerca la realtà oggettiva, ma il suo vissuto emozionale. Non è tanto importante stabilire cosa sia successo davvero, ma confrontarsi con le emozioni e il vissuto del paziente di fronte ad un evento. Ci troviamo dunque già di fronte ad un concetto di realtà fantasmatica, sublimata, virtuale.

Tale concetto è stato ampliato dall’avvento delle nuove tecnologie, tanto che forse non ha più molto senso domandarsi se esista una realtà (in sé) al di fuori della conoscenza che abbiamo di essa. Noi, infatti, conosciamo la realtà solo attraverso i modelli di essa che la nostra mente si riesce a costruire. Al di fuori di questo quindi forse non esiste la realtà; o se esiste non possiamo raggiungerla e quindi non ci interessa. La realtà virtuale allora è una realtà come un’altra, solo diversa e nuova; essa, ci offre nuove possibilità ed esperienze, nuovi modi per esprimere la pluralità degli aspetti del nostro io frammentato, aspetti che quindi, aggiungerei io, forse non sono meno “reali” di quelli manifestati nella vita quotidiana.

Reale e virtuale non sono dunque in contrapposizione, non sono il bene e il male, il positivo e il pericoloso.

Psicologia 14

La perdita dell’identità

L’identità su internet

Articolo a cura di

Blogmagazine

Era da poco trascorsa la prima metà degli anni novanta. La gente cominciava ad affacciarsi su internet, barcamenandosi tra una linea dial-up e l’altra, accompagnate dal cacofonico suono del modem che brontolava il numero telefonico a ogni login, annotando magari su un quaderno il tempo trascorso online, per evitare sorprese in bolletta.

Era un mondo tutto nuovo, da scoprire, ancora non consapevole di se stesso. I primi mezzi di comunicazione di massa online, superata una prima fase composta da email e newsgroup, erano principalmente due: i canali IRC e i primissimi Instant Messenger.

Ci sentivamo tutti un po’ hacker, novelli Neo (e pensare che Matrix sarebbe uscito solo qualche anno dopo!), tizi a metà strada tra i Lone Gunman di X-Files e Matthew Broderick in War Games, in realtà tutti un po’ spaventati da questa nuova forma di comunicazione senza controllo.

In questa prima fase, che usassimo ICQ o MSN (liste di contatti ristrettissime ovviamente... ricordo che l’indirizzo MSN si dava solo a persone fidatissime!) o mIRC, l’imperativo era uno soltanto: nascondere la propria identità.

Ed ecco che nascevano i nickname, i soprannomi, gli alias che ci avrebbero identificati online. Di giorno potevamo essere un Paolo Rossi qualunque, di notte, passata l’ora dello “scatto alla risposta”, assumevamo la nostra identità segreta online.

Alcuni di noi erano dei veri e propri miti sui chan di discussione su IRC (ricordo diatribe infinite per avere la moderazione di un dato chan, status per pochi vip), si trattava di un’era totalmente romantica.

Ci si poteva fingere chiunque. Poco importava che dall’altro lato della chat ci fosse un camionista di cinquant’anni... Lola25 per noi era la bellissima ragazza che si era descritta come tale.

Ci credevamo perché volevamo così, perché eravamo protagonisti di un enorme gioco di ruolo di massa, senza regole scritte, ma rispettate da tutti. Era un po’ come essere dei supereroi, o forse è meglio dire antieroi.

Si smettevano i nostri panni di studenti, lavoratori, quant’altro e si indossava la nostra maschera sotto forma di nick. Ogni nick poi aveva la sua storia, e si trovava spesso sui Forum di discussione un thread dedicato esclusivamente al significato e alla storia di ogni nickname.

L’unicità era fondamentale, e andava di pari passo con il totale anonimato. L’avvento di C6 portò l’instant messaging e la comunicazione sociale su internet alle masse.

Chattare non era più una roba da soli nerd, ma cominciava a diventare il modo per conoscere gente, per comunicare, per flirtare. Internet cominciò ad essere l’estensione naturale della Smemoranda dell’adolescente di turno.

Inutile dire che la prima generazione, più nerd, non vedeva molto di buon occhio questa innovazione. Tutto questo spostò lentamente il concetto di comunicazione attraverso internet verso qualcosa che fosse più massificato, qualcosa che fosse utilizzabile da tutti.

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Sintesi
  • Psicologia: internet e l'identità virtuale
  • Storia dell'arte: Edvard Munch
  • Italiano: Primo Levi
  • Storia: la politica razziale nella Germania nazista
  • Grafica: computer grafica 3D
  • Inglese: The Pixar Animation Studios
  • Fotografia: il fotomontaggio (opere di John Heartfield)
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