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Liceo Scientifico Vincenzo Fardella – Trapani

Esame di Stato a.s. 2014/2015

Nullum magnum ingenium

sine mixtura dementiae fuit

L.A. Seneca, De tranquillitate animi

Genialità e Follia

Analisi delle opere e delle personalità borderline di scrittori, poeti, pittori, personaggi storici,

scienziati del panorama culturale internazionale.

Tesina multidisciplinare di Andrea Tentoni – 5G

Indice

Premessa

Panorama italiano: Alda Merini

Follia e Letteratura: Luigi Pirandello e il tema della follia

Il furor in Seneca: la passione di Fedra

La follia nella storia: la patologia del dittatore: Robespierre, Stalin, Hitler

L’arte nella malattia: lo sguardo di Vincent Van Gogh; l’urlo di Edvard Munch

Il genio folle della matematica: John Nash, la teoria dei giochi e il concetto di

equilibrio

Il genio della relatività: Albert Einstein

A life between madness and genius: Virginia Woolf

L’equilibrio mentale, Es e Super-io: Sigmund Freud e la psicanalisi

Premessa

Non esiste grande genio senza una dose di follia

(Aristotele)

Occorre avere un po’ di caos in sé per partorire una stella danzante

(Friedrich Nietzsche)

Se la facoltà naturale del giudizio o della discriminazione del vero dal falso, intesa come ragione, si

può identificare con la luce della mente, il suo opposto, cioè la perdita della ragione deve

corrispondere al buio. Nella mente di ogni individuo luce e buio coesistono e come la luce è più

splendente per contrasto con il buio così momenti supremi della ragione che sono quelli del genio

risplendono a confronto con quelli della massima sragione, cioè la follia.

La metafora della luce e del buio presenti nella mente si può perfezionare assumendo che le quantità

di luce e buio, cioè ragione e follia sono in certo senso proporzionali in ciascuno di noi: chi

possiede più ragione possiede anche più follia e questo potrebbe giustificare la compresenza di

genio e follia documentata in molti artisti e scienziati attraverso le età.

Accurati studi psicologici del XX secolo hanno dimostrato che fino al 28% dei grandi scienziati ha

avuto qualche disturbo psichico, dalla schizofrenia, alla depressione, alla paranoia.

Newton, Goethe e Van Gogh erano tre tipici saturnini, cioè uomini che operavano al confine tra

genio e follia, mostrando che quest’ultima potrebbe essere una condizione di possibilità per

l’estrinsecazione del genio.

Vedere ciò che è nascosto agli individui comuni può essere un premio (o una punizione) riservato a

chi è uscito dalla normalità per addentrarsi, più o meno profondamente, nei sentieri della follia.

L’esempio più importante di genio folle è però il poeta latino T. Lucrezio Caro, nato nel 98 a.C., che

compose la sua grande opera di celebrazione dell’atomismo materialista De rerum natura durante i

suoi lucidissimi intervalla insaniae. La sua follia era stata scatenata pare da una passione amorosa o

da un filtro, e T. Tasso, che di pazzia s’intendeva per esperienza personale, lo definì

“maninconioso”: probabilmente un classico caso di depressione bipolare, ma quanto fu sublime la

sua capacità di penetrare gli arcani di un mondo figlio del caso, abitato da uomini che hanno

prodotto la religione spinti dal proprio inutile terrore della morte!

La stretta connessione tra pensiero “normale” e anormalità è evidente in opere moderne come

l’Ulisse joyciano in cui è presente l’ossessione compulsiva a ripetere, reiterare, accumulare parole e

pagine, nomi di persone e luoghi, vie, eventi minimi in una spirale apparentemente senza fine di

gioco linguistico senza senso. E’evidentemente difficile definire che cosa sia la follia” e la

“normalità” come non-follia. Che la seconda sia la negazione della prima non è sufficiente perchè

non dice nulla sull’essenza profonda di questi due modi di essere nel mondo.

L’interessante binomio genialità/follia rappresenta i due aspetti dell’essere umano che sembrano

rafforzarsi a vicenda e che permettono all’individuo di raggiungere una condizione non comune a

molti; la creazione artistica abbraccia la follia, non chiudendo l’abisso del caos come fa la

razionalità, lasciando così emergere le parole liberamente. Sarà poi la ragione a tentare di

riordinarle. È proprio per questo motivo che spesso le opere, che si tratti di poesia, di quadri, o di

scritti prosaici, risultano difficili da comprendere. Gli artisti sono in grado di percepire ciò che

l’uomo si preclude usando ragione e razionalità, ciò che sta al di là di ogni schema preposto,

cercando di racchiudere queste sensazioni e di esprimerle con gli strumenti a loro disponibili: la

parola nel caso dei poeti, la musica per i compositori e cosi via.

Il binomio Genialità e Follia viene preso in considerazione fin dall’antichità, quando Platone per

primo nota la maniacalità del temperamento artistico ed arriva a distinguere lo squilibrio psichico

vero e proprio dall’entusiasmo creativo, il divin furore, che ispirava poeti e veggenti.

Nel corso dell’Ottocento le diagnosi cliniche rafforzano le idee platoniche sul collegamento tra

Genio e Follia e teorie di psicologi come Moreau (1804 – 1884), Lombroso (1836 – 1909), Moeius

( 1853 – 1907) ebbero una notevole influenza sugli psichiatri del nostro secolo.

Panorama italiano: Alda Merini

“La casa della poesia non avrà mai porte.”

Sono nata il ventuno a primavera

Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe,

sui grossi frumenti gentili

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera.

Alda Merini

Nella scena letteraria italiana spiccano due nomi: Dino Campana, il poeta maledetto del Bel Paese,

e Alda Merini, considerata una tra le più grandi figure femminili della letteratura del Novecento.

Nata a Milano il 21 marzo 1931, si avvicina alla poesia all’età di sedici anni, quando viene per la

prima volta internata per un mese nella clinica “Villa Turro”. Questa esperienza si rivela essere

fonte di ispirazione e porta alla produzione di una grande quantità di testi. Inoltre usa i propri testi

poetici per rivolgere ringraziamenti ai medici che la aiutarono, dedicando loro diverse raccolte,

come La gazza ladra, dedicata a Michele Pierri, ex medico che si prende cura di lei dopo

l’esternazione dal manicomio Paolo Pini, nel quale passa un lungo periodo e dal quale esce

definitivamente solo nel 1972. Questi anni travagliati sono ancora una volta fonte di ispirazione e

portano alla produzione di quello che sarà il capolavoro della Merini, La terra santa, vincitrice del

Premio Librex Montale nel 1993.

Tra i destinatari delle proprie poesie troviamo anche Salvatore Quasimodo, per il quale scrive Due

poesie per Q., edite ne Il volume del canto.

L’esperienza dell’internamento, tema ricorrente, viene espressa anche in un testo in prosa, L'altra

verità, diario di una diversa.

Questi anni di apparente tranquillità vengono però deturpati dal riaffacciarsi del demone della follia

e la Merini sperimenta nuovamente le torture dell'ospedale psichiatrico a Taranto, nel quale rimane

fino al 1986.

Dal 1989 agli anni seguenti diverse pubblicazioni consolidano il ritorno sulla scena letteraria della

scrittrice che ritorna alla “ribalta poetica” grazie a numerosi collaborazioni con differenti editori,

illustratori e fotografi del panorama italiano. Inoltre vengono musicate nel 2004 diverse poesie

cantate da Milva, ma proprio nello stesso anno le sue condizioni di salute peggiorano e il 1

novembre 2009 a causa di una affezione tumorale muore all’ospedale San Paolo di Milano.

La poesia è dunque fortemente impregnata della biografia che molte volte risulta amara, è un modo

per far uscire tutte quelle immagini che affollano mente ed anima. Non tutti però riescono a cogliere

quello che il poeta scrive, ma questo non deve stupirci e non è un caso che si limita alla scrittrice

milanese. Fin dall’antichità lo scrittore ha goduto di una condizione privilegiata, in contatto con la

natura, con parti del proprio Io che solitamente si nascondono nell’inconscio.

Se non avesse vissuto tutti questi tormenti che rendono la propria vita cosi difficile e sregolata, chi

sarebbe oggi Alda Merini?

Molte poesie non avrebbero mai visto la luce se non fosse stato per i ripetuti internamenti, per la

condizione in cui la scrittrice si trovava.

Testimoni di questa esperienza sono i versi de “Il dottore agguerrito nella notte”:

Il dottore agguerrito nella notte

viene con passi felpati alla tua sorte,

e sogghignando guarda i volti tristi

degli ammalati, quindi ti ammannisce

una pesante dose sedativa

per colmare il tuo sonno e dentro il braccio

attacca una flebo che sommuova

il tuo sangue irruente di poeta.

Poi se ne va sicuro, devastato

dalla sua incredibile follia

il dottore di guardia, e tu le sbarre

guardi nel sonno come allucinato

e ti canti le nenie del martirio.

La condizione di vita negli ospedali psichiatrici trova espressione in questa, come in tante altre

opere di Alda Merini, scritte in seguito alle esperienze vissute e che danno corpo a raccolte tra le

quali spicca La terra santa, ritenuta il capolavoro della scrittrice milanese.

In particolare, Il dottore agguerrito nella notte tratta il rapporto, o meglio la sua assenza, tra

paziente e medico, rapporto in cui quest’ultimo è visto come antagonista del malato. Il dottore è la

figura che si contrappone perfettamente, almeno all’apparenza, al paziente ed alla sua condizione

instabile, mostrando sicurezza e decisione, atteggiamenti beffardi e sprezzanti, quasi diabolici pur

stando in mezzo ad una massa di persone sofferenti.

Si tratta dunque di un rapporto strettamente professionale, freddo, che non ha nulla a che fare con i

rapporti umani e che addirittura preclude ogni possibilità di istaurarne alcuno a causa della

freddezza con la quale il medico svolge le sue mansioni.

Il paziente è dunque visto solamente come soggetto da analizzare, curare, quasi come un peso per il

dottore costretto ad effettuare la ronda giornaliera. La figura del medico appare insensibile ed

indifferente.

Nella seconda parte della poesia avviene però un rovesciamento dei ruoli, una fusione tra la follia

del paziente e quella del dottore: dopo la notte passata tra i letti dei malati fa ritorno a casa

portandosi però dentro una briciola della follia dei propri pazienti.

In questo modo il lettore entra in sintonia con l’autrice, faticando a riconoscere lo stato di malattia o

di salute, la realtà dalla parvenza di realtà: il paziente con la flebo attaccata ed “il sangue irruento di

poeta” che scorre nelle vene non è meno sano del dottore che “se ne va devastato dalla sua follia”.

La contraddizione dei due mondi è riportata alla luce dal finale della poesia: “e tu le sbarre guardi

nel sonno come allucinato e ti canti le nenie del martirio”, parole che spezzano l’atmosfera di

momentanea confusione creata dai versi precedenti. Il manicomio diventa dunque un carcere

(“sbarre”) dal quale non si può evadere se non attraverso un canto lamentoso e sommesso.

*******

A partire dalla metà del Novecento Alda Merini è diventata una delle voci più “alte” della poesia.

Ha vissuto il dolore del manicomio e dei quarantasei elettroshock che le sono stati inflitti; se li

ricordava bene perché, nonostante tutto, la sua memoria non si era mai spenta. Un vero miracolo.

Alda Merini ha vissuto di poesia e di fede e ha sempre lasciato che la comprensione della vita

spettasse a chi è più in alto di noi. “È la vita che ci dà un senso, sempre che noi la lasciamo

parlare”. La voce della vita arriva prima di quella dei poeti che invece di interrogarsi sul perché del

male e del dolore li accettano, trasformandoli in versi. “Io il male l’ho accettato ed è diventato un

vestito incandescente. È diventato poesia. È diventato fuoco d’amore per gli altri”.

Trattandosi di un dono di cui era semplice portatrice, Alda Merini ammetteva di non poter capire

fino in fondo il senso della propria poesia e con la stessa naturalezza si abbandonava alla sfera

onirica. I sogni le suggerivano sempre grandi verità e le portavano il divertimento e il gioco

scomparsi molto in fretta dalla sua vita reale. “Sento a volte delle mani che rovistano nella carne,

che cercano l’anima. I grandi poeti parlano come venissero dall’aldilà e per parlare da uno stato

di morte bisogna prima morire. Da un’esperienza di morte come quella del manicomio bisogna

uscire per parlarne poi da vivi”.

Anche nell’atto creativo della scrittura era come se Alda dormisse, riuscendo così a entrare nel

profondo della sua anima. Pochi hanno capito che la sua poesia era nata a prescindere da tutto e da

tutti “È una forza che nasce in me, come una gravidanza che deve essere portata a termine. Molti

mi considerano la poetessa della pazzia. Ma chi si è accorto che sono la poetessa della vita? Ho

parlato del manicomio perché era il luogo in cui vivevo in quel periodo”.

Il dottor Enzo Gabrici, lo psichiatra che l’aveva seguita durante gli anni del manicomio, ritiene che

l’atto creativo della scrittura sia stato per Alda il “balsamo” del suo dolore. La sua inclinazione

artistica, a lungo soffocata dai problemi della vita quotidiana, aveva trovato modo di manifestarsi

permettendole di ritrovare un proprio equilibrio e un posto di tutto rispetto nella società. “Se io non

ho una base, non ho un sogno da custodire ed allevare dentro il mio cuore, non posso più scrivere e

di conseguenza non potrei nemmeno vivere”. La tanto meritata celebrità è stata comunque un’arma

a doppio taglio.“ Il poeta va incontro a invidie, paure, ricatti, delusioni. La vita ti fa pagare il

successo; gli ignoranti, i persecutori e persuasori del talento te lo fanno pagare ”.

Quando fu ricoverata per la prima volta in manicomio era molto giovane. “Avevo due figlie e

qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, sempre in attesa che

qualcosa di bello si configurasse al mio orizzonte; del resto ero poeta. Ero una sposa e una madre

felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di

queste cose con mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si

aggravò”.

Alda fu internata a propria insaputa. Non sapeva nemmeno dell’esistenza degli ospedali psichiatrici

perché non ne aveva mai visto uno. “Quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul

momento stesso in quanto mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto fatica

ad uscire. Improvvisamente, come nelle favole, tutti i parenti scomparvero”.

Io ero un uccello

dal bianco ventre gentile,

qualcuno mi ha tagliato la gola

per riderci sopra

non so.

Io ero un albatro grande

e volteggiavo sui mari.

Qualcuno ha fermato il mio viaggio,

senza nessuna carità di suono.

Ma anche distesa per terra

io canto ora per te

le mie canzoni d’amore.

Parlando del suo primo internamento al manicomio Paolo Pini di Milano, Alda ci fa conoscere le

condizioni dei malati prima della legge Basaglia, le umiliazioni, le violenze, i maltrattamenti loro

inferti da medici e infermieri, forti solo perché sicuri della loro “presunta normalità”. Ci parla della

sua famiglia, dei suoi quattro figli, visti al di qua della malattia, in un crescendo di incomprensione

e indifferenza.

“Nelle malattie mentali la parte primitiva del nostro essere, la parte strisciante, preistorica, viene a

galla e così ci troviamo a essere rettili, mammiferi, pesci, ma non più esseri umani. Così la mia

bellezza si era inghirlandata di follia, ed ora ero Ofelia, perennemente innamorata del vuoto e del

silenzio, Ofelia bella che amava e rifiutava Amleto”. Dopo il primo periodo di reclusione Alda

cominciò ad accettare l’ambiente del manicomio. Di fatto la società per lei era morta; dopo averla

rifiutata e insediata tra quei rifiuti sociali non poteva e non doveva più esistere. L’amore e la

famiglia erano concetti che considerava superati. Ci racconta invece dell’amore ai tempi

dell’abolizione dei padiglioni che separavano donne e uomini, descrivendo il dolce Pierre, così

pieno di attenzioni e tenerezze nei suoi confronti.

Del manicomio la poetessa rimpiangerà tutto, specialmente la non socialità. Fuori aveva cercato

disperatamente di crearsene una, ma fu una grande delusione. Aveva scritto, mandato lettere, cercato

disperatamente di avere dei contatti, scoprendo che probabilmente nessuno l’avrebbe cercata di

propria iniziativa.

“Mio marito non veniva mai a trovarmi. Ogni giorno mi appostavo davanti all’ingresso e mi

accoccolavo per terra, proprio come una geisha, e aspettavo per ore che lui si facesse vivo. Poi,

vinta dalla stanchezza, e con le lacrime agli occhi, tornavo nel mio reparto”.

Ti aspetto e ogni giorno

mi spengo poco per volta

e ho dimenticato il tuo volto.

Mi chiedono se la mia disperazione

sia pari alla tua assenza

no, è qualcosa di più:

è un gesto di morte fissa

che non ti so regalare.

Figlia del proprio vissuto, intenso, doloroso, pieno di solitudine, Alda ha creduto fermamente che la

malattia mentale non esistesse. Esistono gli esaurimenti nervosi, esistono le pene familiari, le

responsabilità dei figli, la fatica di crescerli ed esiste anche la fatica di amare. Il manicomio che ha

vissuto fuori, tornando nella società

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Sintesi

Italiano: follia e letteratura: Alda Merini - Luigi Pirandello e il tema della follia

Letteratura latina: il furor in Seneca - la passione di Fedra

Storia: la follia nella storia - la patologia del dittatore: Robespierre, Stalin, Hitler

Arte: l'arte nella malattia: lo sguardo di Vincent van Gogh; l'urlo di Edvard Munch

Matematica: il genio folle della matematica: John Nash, la teoria dei giochi e il concetto di equilibrio

Fisica: il genio della relatività: Albert Einstein

Inglese: A life between madness and genius: Virginia Woolf

Filosofia: l'equilibrio mentale, Es e Super-io: Sigmund Freud e la psicanalisi

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