Presentazione
Quando si parla di “folle” spesso ci viene in mente la figura del degente in ospedale psichiatrico, o una persona affetta da schizofrenia, con tanto di allucinazioni, ci affiorano immagini, forse viste in televisione, di persone malate chiuse in “case di cura” che vengono imbottite di psicofarmaci, legate ai letti o chiuse dentro le “camere d’isolamento”.
La follia: significato del termine
Nonostante l’uso comune che tende a confonderli, follia, pazzia e malattia mentale non sono dei sinonimi. Follia viene dal latino ‘folle’ che significa recipiente vuoto e rimanda all’idea di una testa piena d’aria. La parola ‘pazzia’ ha un’origine incerta, ma probabilmente deriva dal greco ‘pathos’, che significa sofferenza e dal latino ‘patiens’ (paziente, malato), concentrando dunque il significato sull’esperienza dolorosa anziché sulle bizzarrie e le stravaganze del folle.
Il termine ‘follia’ è oggi assolutamente in disuso nel linguaggio scientifico, che preferisce usare i termini ‘malattia mentale’, alludendo a qualcosa di disfunzionale, rappresentabile secondo un particolare modello scientifico, che è quello della medicina clinica. La psichiatria, quindi, si occupò di curare quelle persone affette da malattie mentali, nascevano così le case di cura, definiti anche “manicomi”, al fine di garantire delle cure per riuscire a portare il malato in uno stato di normalità. Questi malati però venivano curati mediante delle tecniche abbastanza anomale, come l’elettroshock, ma gli venivano anche somministrate dosi elevate di psicofarmaci e medicinali di nuova invenzione che invece di aiutare il paziente, lo rendevano peggio di prima. Cominciò dunque a farsi strada il movimento dell’“antipsichiatria”: alla base di questo modello della malattia mentale vi era il concetto di “violenza”, che il malato subiva in questi centri di riabilitazione.
In Italia lo psichiatra Franco Basaglia (1924-1980), affermò che
“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”. (Franco Basaglia)
Quindi, ben presto si comprese che questi manicomi non erano per niente d’aiuto per curare i malati, a causa dell’uso di metodologie sbagliate, allora, grazie alla legge Basaglia, in Italia i manicomi vennero aboliti.
Ma nel mio percorso ho voluto scavare più a fondo sul significato della parola follia. Non solo in termini psicologici o psicoanalitici, ma anche nel lato sociale e morale.
Se la follia potesse essere definita come la sovrapposizione della nostra parte istintuale su quella razionale, il comportamento di un folle non potrebbe essere soltanto quello che noi tutti possediamo nel nostro inconscio?
Allora l’artista, che riesce a tirar fuori le proprie emozioni e le proprie sensazioni in modo anche confusionale e disorganizzato, non potrebbe essere definito folle?
Oppure quando una persona si definisce “follemente innamorata” ai nostri occhi, non appare guidata da un comportamento illogico, bensì fantastico?
Allora se la follia ci aiuta ad affrontare il nostro io, e ci aiuta a tirar fuori la parte più creativa di noi stessi, perché non accoglierla come parte fondamentale della nostra personalità?
Nella prospettiva moderna il folle non è affatto visto come colui che manifesta la propria personalità, ma come un individuo da isolare, e viene posto ai margini della società.
A mio parere questa visione della follia è totalmente sbagliata, basta prendere in considerazione artisti e intellettuali dello scorso secolo, come ad esempio Virginia Woolf, di cui è stata accertata la malattia mentale, per capire che il folle può esprimere una realtà che agli occhi di persone “normali” può apparire “distorta” soltanto perché non è una visione comune.
Luigi Pirandello analizzò il tema della follia sotto molti aspetti, e non a caso sua moglie soffriva di “malattia mentale”, riuscì a capire e ad analizzare il ruolo del folle come l’unico capace di capire la funzione delle maschere.
Ma perché non considerare una “follia umana” anche la vicenda dell’antisemitismo di Hitler? Come ha potuto una sola persona far mobilitare l’intera massa e far uccidere milioni di persone con la sola colpa di appartenere alla cultura ebrea e rom?
Filosofia
Lo studioso illustre della follia
Lo psicanalista: Sigmund Freud (1856-1939)
La follia viene studiata dalla scienza chiamata psicoanalisi, ovvero di quel complesso movimento culturale e scientifico che ha influenzato ogni settore del ’900, fondata dal famoso psicanalista tedesco Sigmund Freud. Egli andò a trasformare radicalmente l’immagine dell’io, rivelando l’esistenza di una zona impenetrabile e misteriosa della ragione, ovvero l’inconscio. Bisogna dire che all’epoca le malattie nervose erano scarsamente considerate e non avevano un riconoscimento specifico, tant’è vero che la psichiatria cercava di spiegare la sofferenza mentale come conseguenza di lesioni di qualche parte del cervello, mentre Freud affermò che ad ogni disturbo corrispondeva una patologia organica che ne esercitava la causa. Quindi, la psicoanalisi nasce in risposta a precisi bisogni di cure di pazienti che presentavano dei sintomi nevrotici.
Freud, laureato in medicina e specializzato in malattie nervose, si trova quindi a studiare le malattie psichiche e, percorrendo questa via, giungerà a delineare la sua teoria psicoanalitica che ben presto conquisterà il mondo, diffondendosi non solo in Europa ma anche in America. Alla base della psicoanalisi vi è lo studio dei processi che avvengono nella mente umana dal punto di vista dinamico.
Il metodo dell’ipnosi
A Parigi, guidato dall’illustre Martin Charcot, il nostro analista ebbe modo di approfondire i casi sull’isteria e di apprendere anche il metodo dell’ipnosi. Ma Freud aveva già avuto modo di apprendere il metodo dell’ipnosi, grazie all’amicizia con il medico Joseph Breuer, che curava l’isteria mediante tale tecnica. Breuer gli aveva sottoposto uno strano caso di isteria, quello di Anna O., una giovane donna affascinante e intelligente, la quale presentava gravi sintomi, tra cui paralisi motoria, tosse nervosa, anoressia e idrofobia, ovvero paura del bere.
Breuer aveva scoperto, sottoponendo la ragazza all’ipnosi, che quando era bambina aveva visto bere in un bicchiere il cane della sua governante, verso la quale nutriva sentimenti di odio, provando grande ripugnanza. Questo episodio era stato rimosso, ma Anna aveva sviluppato sintomi di idrofobia grave che soltanto attraverso l’ipnosi era riuscita a comprendere e da cui era guarita.
L’ipnosi, dunque, permette di far affiorare circostanze recondite della vita quotidiana, che solo per il fatto di essere raccontate al medico si scaricavano, grazie ad una forma di catarsi, permettendo un miglioramento della paziente. L’ipnosi non veniva usata solo per inibire i sintomi, ma anche come metodo per scoprire la motivazione e il significato dei sintomi isterici.
Ma ben presto si comprese che questa terapia si rivelò deludente, poiché dal momento in cui il paziente veniva lasciato solo, i suoi disturbi ricomparivano, quindi Freud ne deduce che non è l’ipnosi in sé a portare dei miglioramenti, ma la vera cura del malato era il dialogo e la relazione tra il paziente e il medico. Inoltre egli sostiene che il medico deve suggestionare il paziente e alla base di questa suggestione c’è una relazione che assume i tratti del rapporto erotico, fatto di amore e odio.
Il paziente riversa sul medico sentimenti di amore, spesso anche di odio, e a prima vista ciò appare incomprensibile. La sessualità gioca un ruolo essenziale nella cura dell’isteria e delle altre ossessioni, perché essa è l’origine della malattia: ecco la grande scoperta di Freud!
Sempre parlando di isteria, il trauma isterico, per Freud deriva dal fatto che il soggetto rifiuta un’idea, un avvenimento intollerabile che la sua coscienza non può accettare. Come nel caso di Anna O., l’intollerabilità della scena osservata — il cane che beve in un bicchiere — produce una rimozione, definita in seguito scena primaria, che dovrà invece riaffiorare con la sua terapia.
E a questo punto che Freud considera inadatto il metodo di Breuer ed elabora quello delle libere espressioni: il paziente è disteso con gli occhi chiusi e viene invitato a concentrarsi sul sintomo della sua malattia, quindi egli dovrà cercare di ricostruirne l’origine mentre il medico gli rivolge delle domande. Ora Freud può procedere a passo spedito verso l’identificazione dell’inconscio e della sua struttura.
I sogni per Freud
Prima di andare a descrivere la struttura della psiche umana, bisogna soffermarsi sulla sua concezione di sogno. Per Freud il sogno è l’unica via di accesso al nostro inconscio, è l’appagamento di un desiderio ed è il frutto di un’intensa attività psichica, definita “lavoro onirico” che potremmo paragonare al processo di un’opera d’arte, cioè un artista è l’uomo quando sogna, e come le opere d’arte, i sogni hanno bisogno di essere interpretati.
Egli scoprì due livelli nel sogno, quello manifesto e quello latente. Quello manifesto è dato dalle scene del film mentale, di cui ci ricordiamo al nostro risveglio, ma il sogno manifesto non coincide con quello latente, ovvero nascosto, di cui non ci ricordiamo e dobbiamo invece concentrarci su quest’ultimo per scoprire qual era il nostro desiderio inappagato, motivo per cui il sogno deve essere interpretato.
Inoltre il sogno manifesto è il risultato di avvenimenti recenti, mentre il sogno latente è il frutto di episodi passati, come per esempio l’infanzia, quindi interpretare i sogni non è cosa facile, soprattutto per accedere ai materiali rimossi bisogna superare una serie di barriere che il meccanismo psichico ci mette in atto. Per questo l’unico modo per interpretarlo è ricorrere all’analista.
Il sogno è il segno di desideri non realizzati. Freud ritiene che si tratti di desideri rimossi dalla nostra coscienza, perché percepiti come inaccettabili e immorali che attengono alla sfera della sessualità. Questo dipende dal fatto che il soggetto prova vergogna dei propri desideri più scabrosi e allora li sottopone a censura, ma grazie al lavoro onirico, tali desideri possono venire alla luce trasfigurati in una forma accettabile.
Lapsus e atti mancati
Un’altra via di accesso all’inconscio è rappresentata da piccoli atti quotidiani che la gente considera insignificanti: si tratta di lapsus (dimenticanze, falsi ricordi) e di atti mancati, ovvero di tutte quelle disfunzioni di comportamento come ad esempio rotture accidentali di oggetti, piccoli infortuni ecc. Freud li considera come segnali importanti che rinviano alla rimozione di eventi spiacevoli o inaccettabili.
Le motivazioni dei lapsus sono cause inconsce mentre negli atti mancati si tratta di improprietà delle azioni o del linguaggio che si compiono nell’intervento di una tendenza inconsapevole, la quale turba il comportamento normale.
La complessità della psiche
Freud afferma che la psiche è un’unità complessa composta da tante zone, di cui la coscienza rappresenta solo una piccola parte dell’uomo e sotto di essa troviamo un’altra zona chiamata inconscio, ovvero quel grande sotterraneo in cui seppelliamo tutte le cose che dovevamo dimenticare perché sconvenienti e immorali.
Dall’inconscio si deve distinguere il preconscio. La differenza tra i due sta nel fatto che nel primo ci sono gli elementi rimossi in modo permanente, mentre nel secondo ci sono gli elementi dimenticati momentaneamente.
Le tre istanze della psiche
A questo punto, bisogna chiedersi da dove derivano questi desideri che vengono considerati inaccettabili al punto da essere eliminati. Freud, quindi, distingue tre istanze nella psiche umana che sono: es, io e super io.
- L’es rappresenta le nostre pulsioni e i nostri istinti, definito come un calderone di impulsi bollenti. L’es non conosce né il bene né il male, ma ubbidisce soltanto al principio del piacere, e ignora i principi della logica e della ragione, perché appunto reagisce di istinto, quindi l’es si identifica con l’inconscio.
- Il super io è la coscienza morale, vale a dire l’insieme dei divieti che fin da bambini ci sono stati impartiti dai nostri genitori e dal mondo circostante e che noi abbiamo “introiettato”, assumendoli come modello ideale di comportamento.
- L’io infine è il luogo della mediazione e della sintesi tra due parti che si contrappongono, cioè es e super io. L’io controlla le pulsioni, le appaga ma non supera le barriere e la censura. Anzi Freud dice che l’io deve fare i conti con tre severi padroni, poiché all’es e al super io si deve aggiungere un terzo tiranno, ovvero il mondo esterno.
La nevrosi
La nevrosi nasce dalla struttura conflittuale della psiche. Anche nell’individuo normale l’io subisce l’attacco dell’es, del super io e della realtà, quindi afferma che il confine tra normalità e patologia è sottilissimo.
Quindi possiamo dire che l’individuo si dice normale quando riesce a dare piccole soddisfazioni alle pulsioni dell’es, senza però contravvenire alle norme del super io. Quando invece non c’è più la mediazione tra l’es e il super io si assiste ai sintomi nevrotici.
Quindi la psiche dell’uomo è in continua tensione e mai in uno stato di tranquillità e il sintomo nevrotico è portatore di un messaggio che occorre interpretare e capire e a questo punto che ci viene in aiuto la terapia psicoanalitica.
Sul lettino dell’analista
Durante la seduta psicoanalitica, il paziente si mette a proprio agio, sdraiato e rilassato e viene invitato dall’analista a raccontare senza censura i propri sogni e i propri ricordi, anche quelli meno significativi.
L’obiettivo della terapia è quello di vincere la rimozione e di far rivivere al paziente la situazione della battaglia avvenuta tra l’es e il super io. Freud riconosce in un grande numero di casi di isteria e nevrosi come la terapia porta a ottimi risultati trasformando l’inconscio in conscio e portando alla guarigione del paziente.
Egli ritiene che nella relazione paziente-medico si stabilisce una positiva interazione affettiva, che egli chiama transfert o traslazione. Il paziente nevrotico, sempre carente a livello affettivo, dopo le prime sedute acquista fiducia nel proprio medico e sviluppa sentimenti di amore nei suoi confronti.
Quindi tale innamoramento risulta essere favorevole al buon esito dell’analisi. Infatti il paziente “innamorato” cerca in ogni modo di compiacere il proprio medico o almeno di non deluderlo, perciò collabora con lui e gli racconta tutto quello che sa.
Quindi il transfert cerca le condizioni che consentono al paziente di superare la vergogna e ogni ostacolo per raccontare la propria vita. Ma il medico deve stare molto attento a non farsi coinvolgere da questa situazione, motivo per cui Freud vieta tassativamente ai propri medici di avere relazioni sentimentali con i pazienti in cura.
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Introduzione follia tesina
Quando si parla di “folle” spesso ci viene in mente la figura del degente in ospedale psichiatrico, o una persona affetta da schizofrenia, con tanto di allucinazioni, ci affiorano immagini, forse viste in televisione, di persone malate chiuse in “case di cura” che vengono imbottite di psicofarmaci, legate ai letti o chiuse dentro le “camere d’isolamento”.
In questa tesina ho voluto affrontare il tema della follia, collegandolo con le varie discipline di studio: in Italiano ho descritto l’Enrico IV di Luigi Pirandello, in Latino Fedra di Seneca, in Filosofia Sigmund Freud, in Storia Hitler e l'avvento del nazismo, in Inglese Virginia Woolf. La tesina continua con i seguenti argomenti: in Educazione fisica le droghe, in Fisica la corrente elettrica continua e nei metalli e infine in Scienze della Terra i vulcani.
Collegamenti
Follia tesina
- Italiano - Enrico IV di Luigi Pirandello.
- Latino - Fedra di Seneca.
- Filosofia - Sigmund Freud.
- Storia - Hitler e l'avvento del nazismo.
- Inglese - Virginia Woolf.
- Educazione fisica - Le droghe.
- Fisica - La corrente elettrica continua e nei metalli.
- Scienze della Terra - I vulcani.