Estratto del documento

Liceo Scientifico

“Galileo Galilei” di Spadafora

Esame di Maturità

La follia

di

Giuseppe De Leo

Anno Scolastico 2012 – 2013

Presentazione

Quando si parla di “folle” spesso ci viene in mente la figura del degente in ospedale psichiatrico, ci viene in mente una persona affetta da schizofrenia, con tanto di allucinazioni, ci vengono in mente immagini, forse viste in televisione, di persone malate chiuse in “case di cura” che vengono imbottite di psicofarmaci, legate ai letti o chiuse dentro le “camere d’isolamento”.

Ma nel mio percorso ho voluto scavare più a fondo sul significato della parola follia. Non solo in termini psicologici o psicoanalitici, anche nel lato sociale e morale.

Se la follia potrebbe essere definita come la sovrapposizione della nostra parte istintuale su quella razionale, il comportamento di un folle non potrebbe essere soltanto quello che noi tutti possediamo nel nostro inconscio?

Allora l’artista, che riesce a tirar fuori le proprie emozioni e le proprie sensazioni in modo anche confusionale e disorganizzato, non potrebbe essere definito folle?

Oppure quando una persona si definisce “follemente innamorata” ai nostri occhi non appare guidata da un comportamento illogico, bensì fantastico.

Allora se la follia ci aiuta ad affrontare il nostro io, e ci aiuta a tirar fuori la parte più creativa di noi stessi, perché non accoglierla come parte fondamentale della nostra personalità?

Nella prospettiva moderna il folle non è affatto visto come colui che manifesta la propria personalità, ma come un individuo da isolare, e viene posto ai margini della società.

A mio parere questa visione della follia è totalmente sbagliata, basta prendere in considerazione artisti e intellettuali dello scorso secolo, come Van Gogh, Nietzsche, o Virginia Woolf, di cui è stata accertata la malattia mentale, per capire che il folle può esprimere una realtà che agli occhi di persone “normali” può apparire “distorta” soltanto perché non è una visione comune.

Luigi Pirandello analizzò il tema della follia sotto molti aspetti, e non a caso sua moglie soffriva di “malattia mentale”, riuscì a capire ad analizzare il ruolo del folle come l’unico capace di capire la funzione delle maschere.

Nietzsche, in “La gaia scienza” fa comparire il folle come un profeta di una realtà che non tutti gli uomini riescono ad accettare. Ma lo stesso Nietzsche soffriva di “follia”.

Van Gogh in seguito a un attacco di follia si tagliò il lobo dell’orecchio destro.

Virginia Woolf soffrì di depressione e attacchi di ansia fino ad arrivare al suicidio. Ma scrisse testi molto significativi per la letteratura inglese.

Ma perché non considerare una “follia umana” anche la vicenda dell’antisemitismo di Hitler? Come ha potuto una sola persona far mobilitare l’intera massa e far uccidere milioni di persone con la sola colpa di appartenere alla cultura ebrea e rom?

In tutte queste figure scorge una sorta di genialità, quella, che in una persona giudicata dalla società normale, non potrebbe venir fuori. Con ciò voglio dire che alcune particolari visioni del mondo possono venir fuori solo da chi vede il mondo in modo diverso, e nello stesso tempo, è visto in modo diverso dal mondo.

Nel mio percorso analizzerò tutti questi aspetti di “follia” e di sorta di “genialità”. Al fine di riflettere sulla stigmatizzazione sociale che consegue sulla figura del malato mentale.

“Trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, intorno a voi, lo logica di tutte le vostre costruzioni”

(L. Pirandello, Enrico IV)

La follia in Pirandello: dimensione alternativa alla realtà

La follia di Enrico IV è legata alla volontà di sfuggire alla vita, ed in questo senso la follia in Pirandello svolge un ruolo analogo a quello che la morte svolge in altri autori, chiudendosi in una forma storica già definita e vissuta. Il folle che si crede l’imperatore Enrico IV simboleggia l’impossibile liberazione da una società borghese chiusa e definita dai ruoli e dalle maschere che ognuno ha e nelle quali ognuno chiude la sua vita; la sua pazzia è un’apertura di orizzonti al sogno, al gioco, alla risata, alla differenza, che contrasta con la miseria spirituale degli altri personaggi che non hanno capito il gioco delle parti. Anche se in realtà Enrico sa di non essere più pazzo da ben otto anni, finge di esserlo ancora per la disperazione di essersi ritrovato al risveglio ormai vecchio e escluso dalla vita e in una società che, allo stesso tempo, non gradisce e non capisce. Il rinchiudersi nello spazio irreale e senza tempo della pazzia diviene per lui l’unica possibilità di essere se stesso e di salvarsi dalla rapina del tempo: indossando la maschera dell’imperatore antico, tenta di rifugiarsi e di salvarsi dal caos imprevedibile e assurdo dell’esistenza. Ma anche questa, purtroppo, è un’illusione.

Quando Matilde gli appare davanti, egli riesce a stento a continuare la sua finzione, ma poco dopo rivela ai presenti il suo segreto. La finzione dell’eroe, che P. porta in scena secondo la tecnica del teatro nel teatro, è la continuazione cosciente, portata all’estremo, della finzione che è di tutti gli uomini, costretti dal meccanismo sociale ad indossare delle maschere. Ad esempio Enrico IV costringe anche gli altri personaggi a mascherarsi e a recitare per assecondarlo, ma proprio così mette in luce la finzione di cui sono prigionieri nella vita quotidiana. Tutti i personaggi, quindi, oscillano tra due identità molto diverse tra loro, solo Enrico rimane coerente fino in fondo all’identità che, oramai, ha assunto da anni.

Verso la sua maschera l’eroe ha un atteggiamento ambivalente: da un lato ne prova fastidio, sentendo la nostalgia della vita; dall’altro, però, la commedia sociale lo disgusta, e la maschera che lo isola dal mondo costituisce una sorta di rifugio, così il gesto finale che lo costringe a chiudersi per sempre nella parte si può intendere come dettato da una volontà di fuggire da quella realtà intollerabile. Con Enrico IV ricompare la figura dell’eroe estraniato dalla vita, dotato di una superiore consapevolezza, che si esclude da essa, rifiutando di assumere la sua parte, e guarda dall’alto la miseria della commedia mondana assumendo un atteggiamento umoristico quanto critico (detto appunto “poetica dell’umorismo”) che mira a scomporre la realtà, ma anch’egli è doppio, turbato da passioni e rimpianti che lo legano alla vita. Il gesto finale, che lo chiude nuovamente nel guscio protettivo della follia, può essere letto allora anche come la manifestazione di una debolezza, di una assoluta incapacità di vivere. Perciò Enrico IV suggerisce di “sfuggire” alla vita, oltre che con la follia, con la cristallizzazione della storia e, solo nel terzo atto, rivela di non essere più pazzo, di esserlo stato davvero ma di aver poi finto, per molto tempo. Perché? Perché un giorno, rinsavito, “m’accorsi che sarei arrivato con una fame da lupo ad un banchetto già bell’e sparecchiato”.

Nel teatro di Luigi Pirandello vi è la sua vita e il tema della follia, centrale nella sua opera, egli lo elaborò proprio tra le mura domestiche: a causa dei disturbi psichici della moglie dello scrittore Antonietta in casa Pirandello si recitava quasi come nella reggia di Enrico IV, a tal punto che alcuni studiosi hanno coniato l’espressione “Pirandello nel suo labirinto” per indicare quanto complicata fosse la vita all’interno della famiglia dello scrittore.

Proprio per questo, Pirandello indaga a fondo sui rapporti tra realtà e finzione, che fino al Novecento erano solitamente separate, mentre negli anni successivi saranno soggette a sconfinamenti reciproci. Tutto questo ricorda l’atteggiamento del folle, che si costruisce una realtà mentale separata e compie azioni coerenti con tale rappresentazione mentale.

Secondo Pirandello la follia può non essere una condizione clinica, ma il rifugio razionale di chi ha subito una violenza senza rimedio. Sulla scena si alternano dunque due livelli di realtà, tra loro incompatibili: quello della sanità e quello della follia, due modi di pensare e guardare alla vita del tutto opposti, come è ben espresso nelle parole che seguono, di Enrico: “Ecco, ci siamo fissati tutti in buona fede in un bel concetto di noi stessi... però, mentre voi vi tenete fermo aggrappato con tutte e due le mani alla vostra tonaca santa, di qua, dalle maniche, vi scivola, vi scivola, vi sguscia come un serpe qualche cosa, di cui non v’accorgete. La vita! E sono sorprese, quando ve la vedete d’improvviso consistere davanti così sfuggita da voi!”. I sani sono coloro che predicano la coerenza, la fermezza dei principi, la forza della coscienza; mentre la vita è un flusso continuo, essi si fissano in una forma, in una realtà che non ha un valore obiettivo, ma è una costruzione soggettiva, una semplice illusione: la costruzione e l’illusione di un soggetto che, a sua volta, non possiede consistenza e continuità sostanziale, ma muta continuamente assumendo volti diversi a seconda delle diversità delle situazioni in cui si trova... e vedendo in maniera diversa le cose e gli altri esseri in relazione al suo continuo mutare interno. Pazzi, invece, sono coloro che sono liberi di far essere ciò che non può essere (comunemente, nel così detto mondo normale), di creder vero ciò che non è vero (idem) e bearsi della loro libertà.

Dal momento che una verità non esiste, gli uomini, per poter pur vivere in una trama di rapporti sociali, devono fingere che la verità sia una (la convenzione o il pregiudizio o quant’altro); i pazzi, invece, sono felici, perché schiavi di nessuna verità che non sia tutta loro. Essi sono liberi di inventare se stessi ogni giorno e (poiché senza logica) privi del bisogno dell’assoluto, del certo, dell’immobile che assilla i non pazzi, costringendoli a fissarsi in un ruolo e a sperimentare la tragedia del dover essere sempre uno, mentre si vorrebbe essere tanti ovvero si vorrebbe essere uno in misura assoluta e totalmente appagante. Essi dunque non aspirano ad una condizione di compattezza psicologica durevole negli anni (che è tragicamente impossibile quando la vita che scorre impone i suoi richiami di sirena).

Ma l’elemento discriminante tra follia e normalità, tra salute e malattia, è impossibile da definire, come si può evincere dalle parole dello stesso Enrico: “Il guaio è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla, la vostra pazzia.”

Anche alla base di quest’opera, come di tutta la poetica pirandelliana vi è una concezione vitalistica del mondo: tutta la realtà è vita, eterno divenire, flusso continuo. Tutto ciò che si stacca da questo flusso comincia a morire.

Gli uomini sono una parte dell’universale ed eterno fluire della vita, ma tendono a cristallizzarsi in forme individuali, a fissarsi in una data personalità. In realtà questa personalità è un’illusione e ognuno, vedendo secondo la propria particolare prospettiva, dà agli altri determinate forme.

Gli uomini credono di essere uno per se stessi e per gli altri, mentre sono tanti individui diversi. Ciascuna di queste forme è una maschera che l’uomo stesso si impone e che è imposto dal contesto sociale. Sotto questa maschera non c’è nessuno, o meglio un fluire indistinto e incoerente di stati in continua trasformazione.

La crisi dell’idea di identità e di persona risente molto dei grandi processi in atto nella società novecentesca, dove si muovono forze che tendono alla frantumazione e alla negazione dell’individuo. La presa di coscienza dell’inconsistenza dell’io suscita nei personaggi pirandelliani smarrimento e dolore. L’individuo soffre anche ad essere fissato dagli altri in forme in cui non può riconoscersi, che sono sentite come una trappola (anche Mattia Pascal, seppur in modo diverso da Enrico, cerca di sfuggire dalla sua vita schematica di bibliotecario e marito).

La società appare a Pirandello come una costruzione artificiosa e fittizia, che isola l’uomo dalla vita e lo conduce alla morte. Alla base di tutta l’opera pirandelliana si può scorgere un rifiuto delle forme della vita sociale e un bisogno disperato di autenticità. Secondo l’autore siciliano, l’istituto in cui si manifesta per eccellenza la trappola della forma che imprigiona l’uomo è la famiglia mentre l’altra trappola è quella economica, la condizione sociale e il lavoro, almeno a livello piccolo borghese. Per Pirandello la società in assoluto è condannabile, in quanto negazione del movimento vitale. L’unica via di salvezza che egli dà ai suoi eroi è la fuga nell’irrazionale, cioè nell’immaginazione che trasporta verso un altrove fantastico; oppure nella follia, lo strumento di contestazione per eccellenza delle forme fasulle della vita sociale, l’arma che fa esplodere le convenzioni, riducendole all’assurdo e rivelandone l’inconsistenza.

Il vitalismo pirandelliano, inoltre, ha conseguenze anche sul piano conoscitivo. Se la realtà è in continuo divenire, non si può fissare in schemi e moduli d’ordine totalizzanti. Il reale è multiforme; non esiste una prospettiva privilegiata da cui osservarlo: le prospettive possibili sono infinite e equivalenti. La visione pirandelliana è dunque caratterizzata dal relativismo conoscitivo secondo cui non esiste una verità oggettiva fissata a priori, ma ognuno ha la sua verità, che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le cose. Ne deriva un’inevitabile incomunicabilità fra gli uomini: essi non possono più intendersi, perché ciascuno fa riferimento alla realtà com’è per lui; ed in questo modo si accresce il senso di solitudine dell’individuo che si scopre “nessuno” e si mette ulteriormente in crisi la possibilità dei rapporti sociali.

Lo studioso illustre della follia

Lo psicanalista

Sigmund Freud

E lo studio delle componenti psicologiche

La follia viene studiata dalla scienza chiamata psicoanalisi, fondata dal famoso psicanalista tedesco Sigmund Freud (1856-1939) il quale fece ricerche in particolare sull’inconscio, sui sogni e sulla sessualità infantile.

Alla base della psicoanalisi vi è lo studio dei processi che avvengono nella mente umana dal punto di vista dinamico.

Questi trovò nella mente delle dimensioni psichiche inconsce determinanti nella formazione della personalità.

Il comportamento infatti sarebbe determinato da tre componenti psichiche quali l’Es, l’Io e il Super Io.

L’Es è la parte disorganizzata e istintuale del nostro cervello, l’Io è la sede dei meccanismi del pensiero e dell’esperienza cosciente; mentre il Super Io è la parte pensata e razionale che si sviluppa per il controllo sociale del comportamento.

Secondo Freud la personalità è equilibrata quando le tre parti si integrano e si completano senza che una parte prevalga eccessivamente sulle altre.

La follia potrebbe essere quindi definita e come una sovrapposizione della nostra parte istintuale (Es) su quella razionale (Io). Secondo Freud nel momento in cui una delle due parti prevale in maniera eccessiva sull’altra il nostro comportamento può apparire irrazionale e privo di logica, viene così alla luce la follia.

Secondo Freud questo comportamento apparentemente irrazionale ha delle logiche ben precise anche se sono molto difficili da capire e si origina attraverso la formazione dell’Io e del Super Io che consiste in una serie di fasi di sviluppo psicosessuale a partire dalla prima infanzia. Nel corso di esse il bambino interagisce e realizza una serie di identificazioni con figure adulte di riferimento, attraverso le quali forma il proprio Io.

La formazione della personalità è in gran parte conclusa nella seconda infanzia (intorno ai 5-6 anni di vita) e un ulteriore accrescimento verrà con il periodo successivo fino al raggiungimento della maturità sessuale e della condizione adulta, in cui chi ha raggiunto una personalità bene integrata sarà capace di “amare e lavorare” all’interno della società.

Lo studio della malattia mentale identificata come psicosi

Le psicosi endogene e le psicosi organiche

Nel corso degli studi della malattia mentale sono state identificate come “vere” le psicosi, che vengono divise in due gruppi distinti.

Le endogene, ossia che nascono da dentro come la schizofrenia, depressione e mania, e le organiche ovvero derivate da alterazioni cerebrali quali la demenza e la confusione mentale.

Ciò che accomuna tutte le forme di disturbi mentali è l’interpretazione della realtà differente e la difficoltà ad avere controllo di sé e delle proprie esperienze.

La schizofrenia

La schizofrenia è il disturbo tradizionalmente identificato come “follia”. Al contrario di quanto si creda, i pazienti schizofrenici non hanno una “personalità divisa”.

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Sintesi

Introduzione follia tesina

Questa tesina di maturità descrive il tema della follia. Gli argomenti che la tesina permette di sviluppare sono i seguenti: in Italiano Luigi Pirandello: Enrico IV e dimensione alternativa alla realtà, in Filosofia Sigmund Freud e Friedrich Nietzsche: studio e influenza della follia nella filosofia, in Inglese Virginia Woolf: Mrs. Dalloway, in Letteratura latina la follia di Medea in Seneca: scontro tra razionale e irrazionale, in Storia dell'arte Vincent van Gogh: tra follia e genialità, in Educazione fisica il doping: follia distruttrice, in Storia Adolf Hitler e la follia del popolo tedesco e in Geografia astronomica la follia della Terra: i terremoti.

Collegamenti

Follia tesina

  • Italiano - Luigi Pirandello: Enrico IV e dimensione alternativa alla realtà.
  • Filosofia - Sigmund Freud e Friedrich Nietzsche: studio e influenza della follia nella filosofia.
  • Inglese - Virginia Woolf: Mrs. Dalloway.
  • Letteratura latina - La follia di Medea in Seneca: scontro tra razionale e irrazionale.
  • Storia dell'arte - Vincent van Gogh: tra follia e genialità.
  • Educazione fisica - Il doping: follia distruttrice.
  • Storia - Adolf Hitler e la follia del popolo tedesco.
  • Geografia astronomica - La follia della Terra: i terremoti.
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