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La mente umana e la follia

La mente umana è l’aspetto più complesso della natura umana e probabilmente l’uomo non riuscirà mai ad indagarla e scoprirla a fondo. Dunque rimarrà uno degli argomenti più affascinanti da studiare.

Definire il folle come una persona inferiore a noi e considerare la follia come un limite alla mente umana può risultare restrittivo; infatti molte delle opere più grandiose sono nate proprio da quelle persone che la società definiva folli.

Prendiamo ad esempio il pittore Van Gogh. Van Gogh l’anno prima della sua morte, avvenuta all’età di 37 anni, era stato ricoverato in una clinica per eccessi di pazzia ed egli stesso pochi mesi dopo volle farsi trasferire in una clinica per alienati mentali.

Pochi anni prima un litigio con l’amico Gauguin era finito con un gesto autopunitivo da parte di Van Gogh, il quale si era tagliato il lobo dell’orecchio sinistro (si dice che successivamente l’abbia avvolto in un fazzoletto e dato in regalo ad una prostituta a cui era particolarmente affezionato).

Questo suo carattere inquieto si rileva soprattutto in alcune sue opere come, ad esempio, il campo di grano con volo di corvi, realizzato prima della morte e caratterizzato da pennellate pesanti e colori scuri.

Van Gogh morì il 27 luglio 1890 sparandosi al cuore.

Al gennaio dell’anno precedente risale la prima crisi di follia in pubblico del filosofo Nietzsche. Nietzsche, uno dei maggiori filosofi contemporanei, esercitò un’influenza profonda sul pensiero filosofico del Novecento, tanto che il suo pensiero è considerato uno spartiacque della filosofia contemporanea.

Egli iniziò a dare i primi segni di pazzia all’incirca all’età di 40 anni. La sua prima crisi è datata 3 gennaio 1889: mentre si trovava in piazza Carlo Alberto, nel capoluogo piemontese, vedendo il cavallo adibito al traino di una carrozza fustigato a sangue dal cocchiere, abbracciò l’animale e pianse; in seguito si buttò a terra urlando ed in preda a spasmi.

Dalla crisi non si riprenderà più, verrà ricoverato prima nella clinica a Basilea, poi sarà accudito dalla madre e dalla sorella.

In ogni caso, la malattia di Nietzsche in passato ha rappresentato un argomento di cui si è servita la critica per svalutare il suo pensiero, in base al pregiudizio che una mente malata produca una filosofia malata.

Oggi si ritiene, giustamente, che la filosofia di Nietzsche vada giudicata per quello che oggettivamente sostiene.

In una celebre opera di Nietzsche, “La gaia scienza” del 1882, viene drammatizzato il messaggio della morte di Dio con il noto racconto dell’uomo folle.

L’uomo folle

Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa.

“È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione.

Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!

Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole?

Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso?

Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina?

Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!

Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue?

Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa?

Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”.

A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense.

“Vengo troppo presto – proseguì – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini.

Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano sempre vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora più lontana da loro delle più lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”.

Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere

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