La follia
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Premessa
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“Storia della follia” ................................................................................................................................... 4
“Filofollia”: Erasmo da Rotterdam ......................................................................................................... 12
Follia e letteratura: Pirandello ............................................................................................................... 16
Follia e storia: Adolf Hitler e l'ebreo ...................................................................................................... 18
Conclusione ........................................................................................................................................... 21
La follia
Premessa
Se con “follia” si intende una condizione abnorme, sembrerebbe automatica anche la difficoltà che si incontra nel trattare un concetto ad un tempo astratto, eppure drammaticamente concreto nell’esistenza di numerosi individui. Tale difficoltà appare evidente sin dai primi passi dell’indagine: Che cosa si intende per follia? Quando nasce la follia? Come si è sviluppato il trattamento dei folli nel corso della storia? Questi alcuni degli interrogativi a cui con umile presunzione cercherò di dare una risposta, seppur in parte personale e affatto oggettiva.
Ho scelto di porre le fondamenta del lavoro nel saggio di Michel Foucault “Storia della follia nell’età classica”, il cui titolo è già emblematico del percorso affrontato. In particolare, della trattazione svolta, ho deciso di concentrarmi sulle “Stultifera Navis”, e dunque su come è “nata” la follia e dove. L’attenzione si è poi focalizzata sui risvolti della follia visibili nella società contemporanea, a partire da figure significative del ‘900: in particolare individui indiscutibilmente “folli” nella loro lucidità, come Hitler, per passare poi a Pirandello, scrittore a stretto contatto con la dimensione della follia.
Imprescindibile, nello studio di questa dimensione della psiche umana, l’Elogio della follia di Erasmo.
Individuate, almeno nelle linee essenziali, le caratteristiche della follia, sorge naturale un dubbio: se esiste la follia, e se dunque esiste qualcosa di non normale, cosa è “normale”? E, dunque, sulla base di quali parametri può essere definito tale? Chi ha l’autorità necessaria ad esprimere tale giudizio, a valutare i requisiti indispensabili ad assegnare le definizioni di normale e anormale, o “folle”?
Il percorso presentato in questa sede si propone di affrontare i punti chiave appena indicati, nell’intento di delineare, della follia, un’interpretazione meno astratta e vicina alla nostra sensibilità.
“Storia della follia”
Con l’epoca storica coincidente con la fine del Medioevo vediamo la vittoria dell’uomo su una malattia sino a quel momento implacabile: la lebbra. I circa diciannovemila lebbrosari allora esistenti (nel 1200) divennero dunque degli spazi vuoti e a lungo inutilizzati. La lebbra, dunque, scomparve, ma analizzando la figura del portatore di tale malattia, osserviamo che nonostante fosse allontanato dal mondo e dalla Chiesa visibile, egli era ugualmente in contatto con la dimensione di Dio, poiché seppur allontanato dai sani, il lebbroso era simbolo della collera e della bontà divina, manifeste nella volontà di Dio stesso di punire i peccati commessi in vita dal malato e nel fatto che il lebbroso non era però escluso dalla grazia divina.
L’abbandono, per il lebbroso, è una forma di salvezza, una possibilità di entrare in comunione con Dio tramite una via differente da quella dei sani. Ciò che rimase però della lebbra, erano, appunto, i lebbrosari. La figura del lebbroso venne poi sostituita, inizialmente da quelle dei poveri, dei vagabondi e delle “teste pazze”.
Ma la vera eredità della lebbra dev’essere cercata in un fenomeno molto più complesso, che la medicina affronterà solo dopo molto tempo. Esso è la follia.
Nel Rinascimento, un nuovo elemento fa la sua comparsa, questo è la “Nave dei folli” o “Stultifera navis”, che è stata oggetto di creazione letteraria, ma basata su fatti realmente accaduti. Nelle narrazioni, l’equipaggio di suddette navi era composto da eroi fittizi, che si imbarcavano senza una meta.
Eppure sono realmente esistiti questi battelli, che trasportavano il loro carico di “insensati” da una città all’altra. I folli, spesso, vivevano un’esperienza di vagabondaggio, un errare senza una meta. Cacciati dalle città, si lasciano scorrazzare in campagne lontane, spesso affidati a mercanti o pellegrini. L’uso di tali imbarcazioni era frequente soprattutto in Germania, dove spesso accadeva che venissero affidati a battellieri.
Nonostante ciò, nella gran parte delle città europee è esistito nel corso del Medioevo un luogo di detenzione destinato agli alienati. Non sempre, dunque, i folli venivano cacciati, anzi, si suppone che venissero cacciati solo gli stranieri, e ogni città prendesse carico dei folli presenti tra i propri abitanti.
A Norimberga, per esempio, il numero di folli era molto elevato, molto di più di quanti potesse fornirne la città stessa. Essi erano mantenuti a spese della città stessa, ma con il termine “mantenuti” non si intende che fossero curati: semplicemente venivano gettati in prigione.
Spesso però, i folli, dalle città, venivano condotti da marinai e mercanti in centri più importanti, e qui abbandonati, liberando la loro città di provenienza della loro presenza.
Affidare il folle ai marinai significava evitare che si aggirasse senza meta nei pressi delle città, assicurandosi che la sua meta fosse lontana, rendendolo prigioniero della sua stessa partenza.
L’acqua, il mare, divengono simbolo di purificazione, ma al contempo di incertezza della sorte. Là ognuno è affidato al proprio destino, ogni imbarco potrebbe rivelarsi l’ultimo. Questa navigazione non fa che sviluppare l’inquietudine dell’uomo medievale. Il folle ha il privilegio di essere rinchiuso alle porte della città; la sua esclusione lo racchiude; egli è posto all’interno dell’esterno, e viceversa.
Prigioniero della nave da cui non si può evadere, viene affidato alle braccia del fiume, alle strade del mare, a questa grande incertezza esistenziale. È prigioniero nella più libera delle strade, prigioniero del passaggio da un posto all’altro. Non conosce la sua destinazione, come non si conosce, nel posto in cui avrà termine il suo viaggio, la sua provenienza. Non ha una patria, se non in questo spazio infinito tra due terre che non gli appartengono né mai gli apparterranno.
Questa barca simboleggia un’inquietudine apparsa, come già detto, alla fine del Medioevo.
Il folle e la follia diventano figure centrali nella loro ambiguità. Col passare del tempo, il Folle, il Grullo, lo Sciocco, divengono personaggi, anche nel teatro, di sempre maggiore rilievo. Essi occupano il centro del teatro stesso, portando attraverso la follia i personaggi ad un accecamento senza scampo. Il folle ricorda a ciascuno la sua verità; egli rappresenta l’inganno dell’inganno, dice le parole della ragione: dice l’amore agli innamorati, la verità della vita ai giovani, la mediocre realtà delle cose agli orgogliosi.
La derisione della follia prende il posto della morte e della sua serietà. Si diffonde l’idea per cui la follia è l’anticipo della morte. Ma è anche la sua presenza, poiché, annunciando la follia che la morte è già dominatrice, indica che la preda della morte stessa sarà un ben magro bottino. La morte non smaschera altro se non una maschera stessa. Il folle ride in anticipo del riso della morte.
Mentre un tempo, gli uomini non vedevano l’avvicinarsi della morte, ed in ciò erano folli, ora la saggezza sta nel denunciare ovunque la follia, insegnando agli uomini che essi non sono altro se non già morti, e la follia altro non sarà se non una cosa sola con la morte stessa. Il salire della follia indica semplicemente che il mondo è vicino alla sua ultima catastrofe. È la demenza degli individui che evoca tale catastrofe e la rende necessaria.
L’ascesa della follia dà l’impressione che questo mondo cominci a confondersi, lasciando apparire figure senza significato se non nel campo dell’insensato. Le cose si sovraccaricano di attributi, di allusioni, finendo per perdere la loro particolarità. Non sono gli oggetti del desiderio a turbare la tranquillità, ma queste figure chiuse, che sono come uscite fuori da un sogno, e rimangono là, silenziose, insensate e furtive.
Che cos’è dunque questo potere di fascino che in quest’epoca esercitano le immagini della follia?
All’inizio del Rinascimento i rapporti si capovolgono: la bestia (la follia) si libera, sfugge al mondo della leggenda per acquistare una connotazione fantastica che le è propria. È la follia ora ad attendere l’uomo al varco, ad impadronirsene ed a rivelarne la verità, la reale essenza. E quando l’uomo appare in questa sua spaventosa essenza, si accorge di avere la figura mostruosa di un animale delirante. La bestialità è fuori dal controllo dei valori e dei simboli umani, ora essa affascina e in un certo senso cattura l’uomo con il proprio disordine, il furore, e ne svela la rabbia, la sterile follia insita nello stesso cuore umano.
D’altra parte, la follia affascina perché è sapere. È sapere, in primo luogo, perché quelle figure all’apparenza insensate sono in realtà elementi di un sapere chiuso, difficile, lontano; e l’uomo è attratto da tale sapere così lontano ed allo stesso tempo così vicino.
Il folle, nel suo innocente vaneggiare, possiede questo sapere così temibile ed inaccessibile. L’uomo di saggezza non ne percepisce che degli aspetti frammentari, mentre il folle lo porta tutto d’un pezzo con sé, come una palla di cristallo che per tutti è vuota, mentre per lui è colpa di un sapere invisibile.
Altro simbolo del sapere è l’albero primordiale. Albero un tempo situato nel centro del Paradiso Terrestre, oggi sradicato a formare l’albero maestro della nave dei folli.
Ma cosa annuncia il sapere dei folli?
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Percorso interdisciplinare sulla follia
- Scienze sociali - Foucault, Storia della follia
- Italiano - Pirandello, Enrico IV
- Filosofia - Erasmo da Rotterdam, L'Elogio della follia
- Storia - La follia di Hitler