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La flessibilità del lavoro: cause, conseguenze e possibili rimedi all’attuale crisi

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A.S. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.” – Art. 1 Cost.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” – Art. 3 Cost.

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“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.” – Art. 4 Cost.

Come si può vedere, il lavoro è l’elemento su cui la Repubblica Italiana è basata. È un fattore così importante che la Costituzione lo inserisce nel primo articolo.

Inoltre l’articolo 4 dichiara che la Repubblica si impegna a rimuovere qualsiasi impedimento al fine di garantire il diritto al lavoro.

L’immagine che deriva da questi due articoli è di un ordinamento che garantisce il posto di lavoro, che è disposto a sacrificare gli interessi degli imprenditori per assicurare un incarico sicuro, che garantisca una base economica sufficiente a “vivere dignitosamente” al lavoratore, come recita un’altra non meno importante disposizione della Costituzione, l’art. 36: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione … e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”

Tutto sommato l’ordinamento ha rispettato i due articoli, infatti abbiamo contratti che regolano le assunzioni, abbiamo organi di previdenza sociale, ma con le vicende occorse negli ultimi anni la vita dei lavoratori dipendenti risulta davvero dura e insicura, soprattutto a causa di alcune scelte operate in campo politico: il lavoro flessibile.

Che cosa significa lavoro flessibile

Vediamo innanzitutto cosa vuol dire “lavoro flessibile”. Un’occupazione può definirsi flessibile quando il lavoratore deve adattare ripetutamente l’organizzazione della propria vita alle esigenze delle organizzazioni produttive che offrono le occupazioni. Questo tipo di impiego è capace di modificare o sconvolgere il mondo della vita e il complesso personale e familiare del lavoratore non solo nel breve periodo ma anche nel medio lungo.

Come effetto immediato, i lavori flessibili sono percepiti come una fonte d’ansia e una diminuzione di diritti di cittadinanza (che venivano dati per scontati). Nel medio-lungo periodo, gli effetti si vedono in una mancanza di progetti realizzati e in una scarsità di esperienze professionali.

Dunque questi problemi si possono riassumere con il termine “precarietà”. Questa precarietà implica insicurezza non solo del lavoro ma anche della vita: l’impossibilità di prevedere l’impiego (o meglio, il non-impiego) impedisce al soggetto di fare progetti per il futuro (distruzione delle certezze, Pirandello).

Inoltre un lavoro flessibile non permette l’accumulazione di esperienza in un determinato settore professionale ostacolando sia la costruzione di una carriera sia l’identità lavorativa.

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Le origini della flessibilità

Dobbiamo ora vedere le origini della flessibilità, il perché di questa necessità di elasticità del lavoro da parte delle imprese.

Da più di vent’anni, a causa della globalizzazione, il mondo è percorso in continuazione da flussi di persone, capitali e informazioni. Questo ha determinato una grande dipendenza tra imprese collocate in diversi continenti e che hanno rapporti continui tra di loro.

Grazie a questa globalizzazione per le imprese diventa più facile e conveniente dislocare le loro attività produttive in nuovi mercati emergenti (per esempio Cina, India, Russia, Ucraina, Romania). Infatti, in questi mercati il lavoro è molto economico e “flessibilizzato”, nel senso che il lavoro non è regolamentato nella stessa misura in cui viene regolamentato nei paesi industrializzati dell’Europa Occidentale, lasciando più libertà alle imprese.

La negatività di questa circostanza è il fatto che le imprese che decidono di non esportare l’attività produttiva si trovano a competere con imprese che hanno costi molto inferiori rispetto ai loro. Da qui è nata la pressione da parte delle imprese sullo Stato per ottenere una maggiore libertà nell’assumere ma soprattutto licenziare in tempo di crisi.

Per riuscire a operare in questo quadro economico, le imprese si pongono principalmente due scopi (oltre a quelli classici per poter produrre in un regime concorrenziale): la riduzione del costo del lavoro e la riduzione del rischio d’impresa.

La riduzione del costo del lavoro

La riduzione del costo del lavoro può essere attuata tramite il principio del “just in time”. Questo concetto stabilisce che nessuna risorsa deve essere presente sul posto di creazione del prodotto se ciò non è immediatamente necessario.

In questo modo le imprese possono ridurre drasticamente gli stoccaggi, i magazzini e il numero di lavoratori risparmiando dunque ingenti somme di denaro, che altrimenti sarebbero state utilizzate per materie non sfruttate.

Un secondo principio che viene applicato è quello secondo il quale un bene (inteso anche come servizio naturalmente) dev’essere prodotto solo quando si crea una domanda. In questo modo l’impresa non rischia di avere prodotti non venduti perché, avendo già acquisito gli ordini, quasi sicuramente tutta la quantità che produrrà sarà acquistata.

Entrambi questi princìpi non erano concretamente realizzabili fino a pochi decenni fa. Oggi vengono applicati grazie all’enorme sviluppo delle tecniche dell’informazione e della comunicazione (per esempio le metodologie Enterprise Resources Planning, Supply Chain Management, Customer Relationship Management) e a un uso sempre più intensivo dei mezzi di trasporto.

Questi princìpi sono generalmente applicati ai prodotti materiali, ma per le imprese anche il lavoro è un fattore produttivo – al pari delle materie prime e dei beni strumentali – dunque auspicano di poter gestire anche le persone come vengono gestite le merci.

La diminuzione del rischio d’impresa

La diminuzione del rischio d’impresa invece avviene tramite una scissione del processo produttivo in tanti processi e sub-processi, collegati tra di loro da una rete globale. In questo modo le imprese devono adattare in modo rapidissimo il proprio flusso produttivo in funzione di ciò che i livelli sovra o sottostanti decidono o pretendono.

Diventa dunque anche più facile controllare un singolo nodo della catena produttiva invece dell’intera catena, ed è anche più facile modificarlo o sostituirlo nel caso in cui non rispetti le richieste di produzione.

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Flessibilità e occupazione

Sempre negli ultimi anni si è diffuso il pensiero per cui una maggiore flessibilità contribuisce a una maggiore occupazione, ed è per questo motivo che i Governi, influenzati anche da organizzazioni internazionali quali Ocse, Fondo monetario e Commissione Europea, hanno introdotto un grandissimo numero di contratti che di fatto danno più spazio di scelta alle imprese.

Due esempi di questo tipo di contratti in Italia sono il contratto “a chiamata” e il contratto in “somministrazione”. Il contratto a chiamata (introdotto dalla legge 30/2003) prevede che il lavoratore sia sempre alle disponibilità dell’azienda dalla quale è assunto, con un preavviso che può variare da pochi giorni a poche ore.

Il lavoratore dunque deve annullare qualsiasi impegno se non vuole perdere non solo il posto di lavoro, ma anche l’eventuale indennità (se prevista).

Il contratto a somministrazione (ex lavoro “interinale”, secondo la legge 196/1997), introdotto dal D.lgs. 276/2003, prevede che un’azienda detta “fornitrice” assuma un lavoratore, e questo venga mandato a svolgere il lavoro presso un’altra azienda detta “utilizzatrice”.

Il contratto che si instaura tra fornitrice e utilizzatrice è un classico contratto commerciale. A differenza della legge del ’97, il decreto prevede che questo tipo di contratto possa essere a tempo indeterminato.

Nonostante queste modifiche all’ordinamento ci si è resi conto che non sussiste un rapporto diretto tra flessibilità e occupazione; si è potuto osservare, anzi, che la flessibilità produce due effetti macroeconomici negativi.

Prima di tutto, dato che il contratto è a tempo determinato i dipendenti, non potendo prevedere l’occupazione futura, ridurranno i propri consumi. In secondo luogo, i lavoratori dovranno aumentare l’intensità del loro lavoro per poter venire ri-assunti quando il contratto scadrà.

Inoltre le imprese riducono gli investimenti per la ricerca e la formazione perché non sono disposte a formare un dipendente che dopo pochi mesi sarà alle dipendenze di un’altra impresa.

Flessibilità e produttività

È da tenere in considerazione il fatto che l’aumento della produttività è dipendente dal progresso tecnologico in primo luogo, e dalla disponibilità di capitale per addetto in secondo luogo.

Infatti, un lavoratore è più produttivo di un altro se dispone di mezzi di produzione (macchine e attrezzature) quantitativamente e qualitativamente maggiori, se beneficia di una maggiore formazione e soprattutto di un intenso progresso tecnologico.

La produttività non aumenta con la deregolamentazione del lavoro, anzi, essa diminuisce, a causa della riduzione degli investimenti sulla formazione e sulla ricerca.

Un esempio pratico lo si può trovare nella storia italiana. Negli anni ’50 e ’60, l’Italia registra una crescita della produttività rispettivamente del 5,7% e 6,5%, una crescita piuttosto alta, mentre negli anni ’70 tocca la percentuale del 6,8%.

Nei decenni successivi, fino agli anni ’90, la crescita della produttività segna ancora un aumento, sempre positivo, ma più modesto rispetto agli anni precedenti (2,3%).

A partire dagli anni ’90 si registra un’inversione di tendenza, segnando una crescita del 2,3%, la più bassa tra Germania, Giappone, Usa, Francia e Gran Bretagna.

La produttività manifatturiera, negli anni tra 2000 e 2009, subisce un ribasso impressionante, arrivando a una crescita pari al -0,2%. Le ragioni di questo crollo sono comprensibili confrontando l’andamento della produttività oraria con il livello della regolamentazione e delle retribuzioni orarie reali.

Negli anni ’70 la crescita della produttività fu dovuta all’aumento dell’innovazione tecnologica, da parte delle imprese, allo scopo di recuperare le quote di profitto perse per i miglioramenti legislativi e salariali, seguiti all’autunno caldo.

La riduzione della produttività registrata a partire dagli anni ’90 coincide con le riforme introdotte dal Pacchetto Treu del 1997 e dalla legge Biagi del 2003. (1)

In conclusione, si può affermare non c’è alcun dato che dimostri che una maggiore deregolamentazione del mercato del lavoro aumenti la produttività delle imprese, mentre si può dimostrare il contrario.

Strumenti per affrontare la precarietà

Dopo questa breve analisi in cosa consista un lavoro flessibile e quali siano le ragioni che stanno alla base di esso, possiamo studiare quali siano gli strumenti per curare e/o prevenire questa patologia del lavoro.

Flessicurezza

Flessicurezza significa “una strategia integrata per accrescere, al tempo stesso, flessibilità e sicurezza sul mercato del lavoro” (2).

Questo concetto è nato nei Paesi Bassi, soprattutto in Olanda, dove a un aumento della deregolamentazione del lavoro è corrisposto un aumento dell’occupazione.

La flexicurity stabilisce che lo stato debba sì mantenere una flessibilità del lavoro, ma deve cercare anche di rendere più sostenibile questa precarietà.

Lo stato deve quindi:

  • Assicurare un livello di reddito accettabile;
  • Evitare che la precarietà del lavoro significhi precarietà della vita personale;
  • Permettere una progressione ai profili di carriera.

Il paese che viene preso come modello della flessicurezza è l’Olanda. Le imprese hanno ampi poteri di licenziamento, ma devono anche dare un preavviso molto lungo al lavoratore da licenziare.

Inoltre ci sono alcuni dispositivi di legge che assegnano un posto indeterminato in modo automatico ai lavoratori che hanno accumulato un certo numero di contratti a tempo determinato.

Le indennità che vengono date sono molto alte (circa il 90% del reddito), ed esiste un sistema di formazione continua, grazie a corsi obbligatori offerti dallo stato, che seguono da vicino le persone precarie.

Viene garantita una formazione continua, grazie a corsi obbligatori offerti dallo stato, e coloro che non vogliano seguire i corsi o non accettino il lavoro offerto dallo stato incorrono in pesanti sanzioni amministrative. (3) (4)

Non è detto però che con l’aumento della flessicurezza aumenti anche il livello di occupazione. Infatti, in Olanda il livello di disoccupati è diminuito perché una grande percentuale viene omessa dal calcolo: ad esempio non vengono computati fra i disoccupati coloro che, privi di lavoro, sono inseriti in un programma di riqualificazione o di formazione offerto dallo Stato.

In Italia sarebbe molto difficile importare il modello danese/olandese per motivi prevalentemente economici e politici. Mancano dunque le risorse finanziarie per pagare per esempio indennità come quelle olandesi oppure per formare continuamente i cittadini disoccupati.

È difficile anche raggiungere un accordo di tipo politico. Per accrescere il gettito, lo stato Italiano dovrebbe alzare ulteriormente il carico tributario di diversi punti percentuali, e si può ben capire, dati gli avvenimenti attuali, che diminuire ulteriormente il reddito dei cittadini non è affatto positivo per l’economia nazionale.

Tuttavia anche in Italia sono presenti alcuni strumenti di flessicurezza chiamati “ammortizzatori sociali” che comprendono:

  • La cassa integrazione ordinaria (Cig);
  • La cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs; imprese in fase di ristrutturazione o crisi aziendale);
  • L’indennità di mobilità;
  • I prepensionamenti.

Questi ammortizzatori non sono così generosi come quelli olandesi o danesi, perché i sussidi hanno dei limiti molto bassi.

Comunque sia, anche se lo stato riuscisse a trovare le risorse necessarie per attuare tutte le garanzie possibili, il problema resterebbe irrisolto perché i costi umani restano in ogni caso alti, e la vita dei lavoratori subordinati dipenderebbe ogni giorno dai datori di lavoro.

La flessicurezza dunque cerca di curare gli effetti piuttosto di concentrarsi sulle cause.

Politica del lavoro globale

Il problema della globalizzazione deve essere scomposto su due piani: sul piano internazionale e quello interno.

Cominciamo con il primo. Le imprese decidono di ristrutturare la propria attività produttiva su scala mondiale con lo scopo di ridurre i costi producendo laddove costa meno con diversi effetti negativi soprattutto sociali: vengono messi in concorrenza un miliardo e mezzo di lavoratori con salari bassi e poche tutele giuridiche e un miliardo di lavoratori occidentali che percepiscono un salario alto e hanno molte tutele; i capitali vengono investiti in altri paesi meno sviluppati per sfuggire ai controlli dei paesi di provenienza, con la scusante di una necessità di ristrutturazione; i sindacati, in un mercato del lavoro che si va “mondializzando”, vedono ridurre drasticamente la propria forza contrattuale.

L’Ocse ha fissato delle linee guida per le imprese multinazionali per quanto riguarda i diritti dei lavoratori (salari adeguati, sicurezza sul lavoro, libertà di associazioni, divieto di sfruttare il lavoro minorile), ma di fatto l’attuazione di queste “sicurezze” è lasciata alla discrezionalità delle imprese, perché manca un organo di controllo e un sistema di sanzioni (6).

Inoltre il potere delle corporazioni è elevatissimo. Nel 2006 il governo cinese aveva proposto una bozza per migliorare le condizioni del lavoro ma c’è stata subito una pressione da parte delle lobbies che ha cambiato completamente il testo della bozza lasciando di fatto invariate le condizioni dei lavoratori cinesi. (7)

Da qui nasce la necessità di una politica del lavoro su scala mondiale, che ponga le imprese multinazionali sotto il controllo sia dei governi ospitanti sia di quelli in cui hanno sede giuridica con l’obiettivo di livellare verso l’alto i salari e le tutele nei paesi in via di sviluppo, allineandoli con quelli presenti nei paesi occidentali sviluppati.

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Sintesi

Diritto: La Costituzione italiana; principio lavorista; criterio programmatico della Costituzione

Scienze delle finanze: Capacità contributiva

Economia aziendale: Costo del lavoro

Storia: "The New Deal" e la crisi del 1929 (cenni generali)

Italiano: La distruzione delle certezze di Pirandello

Inglese: "How the Us have managed to recover from the crisis"

Informatica: Sito in HTML (+ CSS) (si può ampliare, introducendo anche altre materie); Applicazioni e metodologie per le aziende

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