Indice: la fiaba
Specchio della realtà storica
e culturale
ISIS Bisuschio - Liceo scientifico
Gloria Premoli 5^G
Indice - Indice -
Introduzione............................................................pag. 3
Le origini della fiaba....................................................pag. 4
La fiaba in Italia........................................................pag. 8
The Irish culture reflected in literature................................pag.13
La fiaba: espressione della natura dei popoli..................................pag.16
Conclusione...............................................................pag.21
Bibliografia...............................................................pag.23
Anno scolastico 2014-2015
Introduzione
Questo elaborato è il risultato di una scelta non facile, poiché ha richiesto mesi di duro lavoro e ricerca, ma è stato, in un certo senso, naturale. Essendo ancora nel limbo tra l’età adulta e quella dell’infanzia, la vita, all’età di diciannove anni, oscilla tra due nature: quella consapevole e quella ingenua. La versione bambina lotta con le unghie e con i denti per non venire annientata dal peso delle responsabilità e della frenesia della vita adulta, che è, invece, conscia anche delle tragedie e delle ingiustizie che imperversano nel mondo.
Questo può essere un modo per rimanere ancorati alla propria infanzia senza perdere le esperienze che ci hanno resi ciò che siamo oggi e senza sacrificare la lucidità costruita con il tempo.
Leggere le fiabe e i racconti popolari con occhi più maturi fa sorgere domande spontanee sul loro contenuto e sul loro legame con la realtà.
Accostare le parole ‘fiaba’ e ‘realtà’ nella stessa frase può sembrare un ossimoro, ma esse sono le prime ad introdurre la morte, lo smarrimento, il disagio, la violenza, la costrizione, la sofferenza e il male nella vita intellettuale dell’uomo.
Partendo dalle sue possibili origini e cercando di dimostrarle tramite la comparazione di fiabe più o meno diffuse, ma esemplari, si tratta, in questo breve testo, della fiaba italiana e della sua relazione con generi affini ad essa, come i racconti mitici o l’epopea cavalleresca, spostandosi poi nel resto d’Europa, in particolare in Irlanda, dove i racconti di folklore sono profondamente radicati nella cultura popolare (anche nell’era contemporanea), per poi ampliare il discorso ad un ambito meno specifico, ovvero quello della storia, in particolare trattando di un fenomeno comune a tutti i popoli e che si manifesta in diverse fiabe, e che ha raggiunto la sua (si spera) massima espressione tra fine Ottocento e metà Novecento: la persecuzione dell’estraneo.
Questo iter della fiaba serve a verificare se essa, effettivamente, rispecchia la realtà, in particolare la natura degli uomini e, quindi, dei popoli. Calvino in proposito scrisse che “le fiabe sono vere. Sono […] una spiegazione generale della vita […]; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna” (Sulla fiaba, postumo 1988), mentre Victor Hugo scrisse: “Quel che la favola ha inventato, la storia qualche volta lo riproduce” (I burgravi, 1843).
La fiaba è un insieme indistinto di ipotesi o lo svelamento della realtà? 3
Le origini della fiaba
Latino
Prima di trattare della nascita della fiaba in quanto racconto, è necessario considerare la sua origine etimologica. La parola “fiaba” deriva dal termine latino “fari” (che significa “parlare, profetare”), il quale acquista la forma “fabula” tramite suffisso strumentale (essa è, quindi, uno strumento dell’oratore per raccontare) e fu oggetto di un dibattito sulla sua veridicità storica fin dalla sua nascita. Per l’antica civiltà romana, infatti, la “fabula” non era fedele alla realtà, pertanto era considerata inattendibile dagli storici. Nella sua opera, nel momento del racconto mitico della fondazione di Roma, Livio afferma: “inde locum
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fabulae ac miraculo datum”, accostandola alla leggenda ed al mito.
Il rapporto tra mito e fiaba è sempre stato molto stretto, ma non tanto per le caratteristiche formali e di contenuto, quanto per la loro origine affine: entrambi, infatti, sono stati concepiti dalla mente di un uomo-narratore. Pertanto, volendo distinguere a livello formale gli elementi che li compongono, si può affermare che la fiaba derivi dal mito, che sia uno sviluppo di quest’ultimo, che cambi nel corso della storia in base al contesto storico del narratore del momento, modificandosi, ma mantenendo i suoi temi fondanti: “Se potessimo arretrare nel tempo, si vedrebbe la fiaba cambiare nei particolari oppure lasciare il posto
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ad altri racconti; ma ci sarebbe sempre una ‘fiaba’, finché esista un Thòrr”. Queste le parole di Tolkien, nel suo saggio “Sulla fiaba”, prendendo come esempio la figura mitologica norrena di Thòrr (il cui nome significa “tuono”). Secondo questa concezione, la fiaba non può esistere senza il mito e il mito senza la fiaba: “e dove la fiaba cessasse, non
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ci sarebbe altro che il tuono non udito ancora da orecchio umano”.
Per questo motivo, è lecito affermare che la prima “fiaba-mitologica”, da cui scaturirono alcune dinamiche principali del genere fiabesco, sia quella di Amore e Psiche di Apuleio, la quale narra dell’amore tra Psiche, la figlia più avvenente di un re e di una regina, che, avendo suscitato l’ira di Venere, venne destinata al matrimonio con un mostro orripilante, e Amore, figlio di Venere, che fu incaricato di determinare tale unione. Il destino volle che il dio si innamorasse di Psiche e la rapisse, portandola al suo palazzo con l’aiuto di Zefiro, senza mai rendersi manifesto. Una notte, però, la fanciulla, istigata dalle sorelle, che conoscevano l’identità del suo sposo e le avevano fatto credere fosse una mostruosa creatura serpentiforme, si recò dall’amato per ucciderlo e ne scoprì le fattezze, provocando la fuga di Amore e la conseguente ira di Venere, dando così inizio a tutte le avventure che condussero al lieto fine.
Questa narrazione sembra essere la prima fiaba mai pervenuta in Europa, in quanto ne presenta la struttura tipica: la tematica centrale, infatti, è quella della perdita dell’oggetto d’amore di uno dei due amanti e il conseguente sforzo della riconquista attraverso diverse peripezie tipicamente fiabesche, quali separare i diversi cereali da un mucchio indistinto o procurarsi oggetti magici e misteriosi per volontà di terzi. Altri elementi fiabeschi sono il sonno profondo che avvince Psiche dopo l’apertura della misteriosa scatola di Proserpina e la presenza di piccoli aiutanti del mondo animale e vegetale.
In particolare, inoltre, è degna di considerazione la forte somiglianza di questa storia con diverse fiabe europee. Da essa, infatti, è probabile che si siano sviluppati temi, dinamiche e personaggi nuovi, ma anche schemi più o meno simili ad essa; questo è il caso della fiaba La Bella e la Bestia, che si è evoluta e diffusa in diversi paesi.
Le versioni più considerevoli sono quella francese di Madame Leprince de Beaumont, pubblicata nel 1757 con il titolo “La belle et la bête”; quella toscana tramandata nel corso dell’Ottocento da Gherardo Nerucci, “Bellinda e il mostro”, e quella norvegese riportata da Asbjørnsen, scrittore e studioso di floklore, insieme al vescovo e teologo Moe (‘Grimm di Norvegia’), dal titolo “A oriente del sole e a occidente della luna”.
Le battute iniziali del testo latino sono caratteristiche del genere fiabesco conosciuto nel nostro tempo:
“Un tempo, in una città, vivevano un re e una regina. Questi avevano tre figlie di gradevole aspetto. Ma le due maggiori, sebbene bellissime, erano ritenute degne di essere celebrate con parole umane. Invece la bellezza della minore era tanto straordinaria e incomparabile che non era possibile né descriverla né lodarla adeguatamente per la povertà del linguaggio umano. Infine, molti dei cittadini e numerosi degli stranieri, che la
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fama di un tale mirabile aspetto aveva fatto accorrere in un’appassionata moltitudine,
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[…]la veneravano in adorazioni religiose come fosse Venere stessa”
La versione toscana
La versione il cui incipit rassomiglia maggiormente a quello della favola di Apuleio, sebbene ogni versione abbia caratteri comuni, è quella toscana:
“C'era una volta un mercante di Livorno, padre di tre figlie a nome Assunta, Carolina e
Bellinda […] Erano belle tutte e tre, ma la più piccola era d'una tale bellezza che le avevano dato quel nome di Bellinda. E non solo era bella, ma buona e modesta ed assennata, quanto le sorelle erano superbe, caparbie e dispettose, e per di più sempre cariche d'invidia. Quando furono più grandi, andavano i mercanti più ricchi della città a
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chiederle per spose […]”
La trama di tale versione, sebbene non se ne conosca la datazione precisa, è praticamente identica alla versione francese trascritta già a metà Settecento ed è quella più nota e diffusa, i cui elementi maggiormente affini con Amore e Psiche sono il rapimento della giovine presso il palazzo dell’amante, la necessità di rivedere la propria famiglia, l’invidia e la volontà delle sorelle maggiori di ingannarla, la punizione delle sorelle e il matrimonio finale.
La versione norvegese
La versione più somigliante dal punto di vista delle dinamiche e delle valenze simboliche è quella norvegese. Qui la fanciulla non viene portata via da un dio o da un mostro, ma da un orso bianco (elemento tipico del folklore nordico), che bussa direttamente alla sua porta, promettendo alla sua famiglia denaro e ricchezze. La ragazza acconsente e viene portata al palazzo dell’animale, dove ogni notte viene visitata da un amante misterioso, di cui non riesce mai a vedere l’aspetto (tale amante è l’orso, che ogni notte ritorna alla sua forma umana).
Per la nostalgia della famiglia, alla giovane viene concesso di ritornare alla sua vecchia dimora a patto che non rimanga mai sola con la madre. Ma l’accordo non viene rispettato: la madre consegna alla figlia un mozzicone di candela, affinché riesca a scoprire le fattezze dell’amante misterioso mentre dorme.
Latino
“A notte fonda, quando sentì che dormiva, si alzò, accese la candela e lo illuminò e allora vide che era il più bel principe che si potesse vedere, e fu subito presa da lui al punto che le sembrò di non poter vivere se non lo avesse subito baciato: e lo baciò, ma intanto fece cadere sulla sua camicia tre gocce di sego bollente, e lui si svegliò. “Ah, cos'hai fatto adesso?” chiese lui. “Hai reso infelici entrambi. Se solo avessi resistito un anno sarei stato salvo: ho una matrigna (equiparabile a Venere?) che mi ha fatto un incantesimo, così sono un orso bianco di giorno e uomo di notte. Ma ora è finita tra noi, devo lasciarti per andare
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da lei, abita in un castello che si trova a oriente del sole e a occidente della luna”.
Questa parte centrale richiama chiaramente la fiaba latina:
“Ecco la notte ed ecco anche il marito, […] disceso in un sonno profondo. […] Non appena, ad accostarvi il lume, i segreti del letto vennero alla luce, scoprì di tutte quelle belve il più mansueto ed il più dolce animale: sì, quello stesso Amore, proprio lui. […] Psiche, ad una vista simile era rimasta annientata e senza più alcun controllo del cuore. […] Cupida di Cupido, allora, ardendo di più e di più, riversa su di lui, ansimando per la passione, con frenesia lo cosparse di baci vasti e voluttuosi, con la sola paura che quel sonno non dovesse durare.”
Ab Urbe Condita, 1 Tito Livio, (I, 4,7), trad. “da questo è derivato il luogo comune della leggenda prodigiosa”.
Albero e Foglia, 2 J.R.R. Tolkien, (1964), trad. Francesco Saba Sardi, Bompiani, Milano, pp.39-40
Ibidem 3 4
Metamorphoses, 4 Apuleio, IV, 28-30, 3
Sessanta Novelle Popolari Montalesi, 5 Gherardo Nerucci, 1880, Firenze Successori Le Monnier, Firenze, 1837 6
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Introduzione fiaba, tesina
Questa tesina di maturità è il risultato di una scelta non facile, poiché ha richiesto mesi di duro lavoro e ricerca, ma è stato, in un certo senso, naturale. Essendo ancora nel limbo tra l’età adulta e quella dell’infanzia, la vita, all’età di diciannove anni, oscilla tra due nature: quella consapevole e quella ingenua. La versione bambina lotta con le unghie e con i denti per non venire annientata dal peso delle responsabilità e della frenesia della vita adulta, che è, invece, conscia anche delle tragedie e delle ingiustizie che imperversano nel mondo. Questo può essere un modo per rimanere ancorati alla propria infanzia senza perdere le esperienze che ci hanno resi ciò che siamo oggi e senza sacrificare la lucidità costruita con il tempo. Leggere le fiabe e i racconti popolari con occhi più maturi fa sorgere domande spontanee sul loro contenuto e sul loro legame con la realtà.
Accostare le parole ‘fiaba’ e ‘realtà’ nella stessa frase può sembrare un ossimoro, ma esse sono le prime ad introdurre la morte, lo smarrimento, il disagio, la violenza, la costrizione, la sofferenza e il male nella vita intellettuale dell’uomo. Partendo dalle sue possibili origini e cercando di dimostrarle tramite la comparazione di fiabe più o meno diffuse, ma esemplari, si tratta, in questo breve testo, della fiaba italiana e della sua relazione con generi affini ad essa, come i racconti mitici o l’epopea cavalleresca, spostandosi poi nel resto d’Europa, in particolare in Irlanda, dove i racconti di folklore sono profondamente radicati nella cultura popolare (anche nell’era contemporanea), per poi ampliare il discorso ad un ambito meno specifico, ovvero quello della storia, in particolare trattando di un fenomeno comune a tutti i popoli e che si manifesta in diverse fiabe, e che ha raggiunto la sua (si spera) massima espressione tra fine Ottocento e metà Novecento: la persecuzione dell’estraneo.
Questo iter della fiaba serve a verificare se essa, effettivamente, rispecchia la realtà, in particolare la natura degli uomini e, quindi, dei popoli. Calvino in proposito scrisse che “le fiabe sono vere. Sono […] una spiegazione generale della vita […]; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna” (Sulla fiaba, postumo 1988), mentre Victor Hugo scrisse: “Quel che la favola ha inventato, la storia qualche volta lo riproduce” (I burgravi, 1843). La fiaba è un insieme indistinto di ipotesi o lo svelamento della realtà?
Collegamenti
Fiaba, tesina
- Latino - Le Metamorfosi di Apuleio.
- Italiano - Calvino, Ariosto e l’epopea cavalleresca.
- Inglese - William Butler Yeats e James Joyce.
- Storia - Nazismo e antisemitismo.