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Assenzio: che cos’è?

Fu la fonte d’ispirazione di numerosi artisti e letterati, nonché soggetto principale di diverse opere d’arte e poesie.

Il suo travolgente sapore, il suo inebriante aroma – e che dire dell’aspetto verdastro, a suo modo ipnotico? – ne fecero una bevanda diffusissima nel periodo della Belle Epoque, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento.

Dell’absinthe, stiamo parlando, conosciuto in Italia come assenzio.

Deve il suo nome alla Arthemisia absinthium, pianta da cui esso è ricavato, l’ che viene distillata insieme a numerose erbe officinali, tra cui anice verde e semi di finocchio, e mentre il colore si ottiene attraverso un’ulteriore macerazione con altre erbe come melissa, menta, artemisia pontica e issopo.

La sua gradazione alcolica può variare dai 45° ai 72°.

Ebbe una storia piuttosto travagliata, e ancora oggi è argomento di numerosi miti e controversie, che gli conferiscono la fama di una pozione pericolosa, malevola, in grado di trascinare nell’oblio chiunque ne rubi un sorso.

Non a caso in passato le fu assegnato il soprannome di fée verte, “fata verde”; la manifestazione iconografica dell’assenzio più ricorrente era infatti una bellissima fanciulla avvolta in abiti verdi, dal sorriso ammaliante e spesso con un calice in mano.

Arthemisia absinthium

È una pianta erbacea dalle straordinarie proprietà curative, conosciute sin dall’antichità: se ne trova una testimonianza perfino in un papiro egizio, risalente al 1600 a.C.

Ha un odore molto aromatico e il sapore è amarissimo.

L’etimologia del nome ha diverse origini. La parola ‘artemisia’ deriva dal latino artemisia, che a sua volta deriva dal greco “artemes”, “sano-integro”.

C’è chi invece lo associa ad Artemide, dea greca della fertilità, per via delle proprietà emmenagoghe della pianta.

Una pianta di Arthemisia in un’illustrazione botanica.

Più plausibile, tuttavia, è il legame tra la pianta e Artemisia II (353-352 a.C.), moglie di Mausolo, re di Alicarnasso, esperta di botanica e medicina, che scoprì per prima le proprietà di quest’erba in campo ginecologico.

Storia dell’assenzio

Gli albori dell’assenzio vanno collocati negli ultimi anni del ‘700, ma le informazioni che abbiamo sulla sua origine sono piuttosto incerte.

La leggenda vuole che nel 1792, Pierre Ordinaire, medico francese esule a Couvet, in Svizzera, ricavò un potente alcolico rielaborando la ricetta di un già diffuso toccasana a base di erbe medicinali, tra cui appunto l’assenzio.

Il distillato, acclamato dal suo creatore come un tonico miracolosamente (e misteriosamente) curativo, venne poi commercializzato da Henriette Henriod di Neuchatel, detta la mère Henriod.

Qualcun altro ritiene invece che Henriette abbia iniziato a produrre l’assenzio già prima che Ordinaire mettesse piede a Couvet.

Un’ulteriore testimonianza nel giornale “La Nature”, del 1894, afferma invece che l’assenzio trovi le sue radici presso i monaci dell’abazia di Saint-Benoit, situata a Montbenoit, nelle vicinanze di Pontarlier.

Nessuna di queste fonti è tutt’oggi attendibile, ma senz’altro un ruolo cardine ebbe il maggiore Henri Daniel Dubied, che vide nell’assenzio molto più di un semplice ‘medicinale’.

Dopo aver (si suppone) acquistato la ricetta dalle sorelle Henriod nel 1797, iniziò a commercializzarlo in una piccola distilleria a Couvet, la “Dubied père e Fils”.

Il successo che ebbe portò alla fondazione di una più grande azienda nel 1805 a Pontarlier, di cui prese le redini Henri-Louis Pernod, genero del maggiore Dubied.

La sua popolarità crebbe tra il 1830 e il 1847, durante le guerre coloniali francesi nel Nord Africa.

L’etichetta di una delle prime bottiglie di assenzio prodotto dalla

Le truppe francesi richiesero un’enorme quantità di assenzio che, ancora una volta, si era dimostrato un impeccabile toccasana prevenendo tifo, malaria, dissenteria e colera.

Fu anche un ottimo disinfettante per l’acqua potabile.

Al ritorno in patria, le truppe portarono con sé l’amore per l’assenzio.

Esso dovette la sua diffusione grazie anche a un parassita che, decimando gran parte dei vitigni, aveva ridotto drasticamente la produzione di vino, cedendo alla Fata Verde il primato di “bevanda nazionale”.

Poster realizzato da Henri Privat-Livemont nel 1898.

Ben presto l’assunzione del distillato divenne una tradizione: ogni giorno, tra le 17 e le 19, ci si riuniva nei Bar, Bistrot, café e Cabaret, in quella che era chiamata “l’heure verte”, “l’ora verde”, per un bicchierino prima di cena – a quanto pare favoriva la digestione.

D’altra parte, la gente cercava nell’ebbrezza dell’alcol una fuga dalla realtà: c’era chi, come gli operai, beveva per dimenticare le condizioni logoranti dei turni di lavoro in fabbrica o chi, come artisti, emarginati e mal considerati, beveva per sopportare le proprie sofferenze spirituali.

Vincent Van Gogh, "Natura morta con assenzio" (1887).

A questo proposito, l’assenzio conobbe maggiore fama presso l’ambiente bohémien.

Presto la Fata Verde si diffuse in gran parte d’Europa e raggiunse persino gli Stati Uniti, influenzando una lunga serie di artisti tra cui Van Gogh, Picasso, Oscar Wilde, Verlaine.

Il bando dell’assenzio

Ma non tutti apprezzavano l’assenzio allo stesso modo.

Come sappiamo, una delle cause della sua diffusione fu la decimazione di numerose viti a opera di un minuscolo insetto noto con il nome di fillossera.

Le lobby vinicole stavano perdendo consistenti quote di mercato a causa dell’assenzio, e questo le spinse a fare pressione sul Governo francese affinché bandisse il pericoloso concorrente.

Daktulosphaira vitifoliae, o la

D’altro canto, essendo l’alcolico più bevuto, si prestava bene a diventare il capro espiatorio per combattere l’alcolismo (tentare di frenare tutti gli alcolici era impossibile: scontrarsi con il potere dei grandi produttori era rischioso per l’economia).

Inoltre, molti imprenditori approfittarono della sua popolarità, mettendo in commercio prodotti simili ma di scarsa qualità, allo scopo di massimizzare i guadagni spendendo poco.

Bastava sostituire l’alcool di vino con quello di patate e di melassa, che spesso conteneva sostanze tossiche quali etanolo, metanolo, butanolo, ecc., e utilizzare agenti chimici come l’acetato di rame per il colore verde, e il tricoluro di antimonio per simulare l’aspetto torbido degli assenzi di qualità.

Insomma, tutte queste cause circondarono l’assenzio di una valenza negativa, che raggiunse il suo culmine in un terribile evento nel 1905.

Il 28 agosto di quell’anno, Jean Lanfray, contadino di 31 anni residente nel Canton Vaud in Svizzera, tornò a casa in preda ai deliri dell’alcool e uccise a colpi di fucile la moglie e le due figlie.

<<Una crema di menta, un cognac e soda, sette bicchieri di vino e un caffé corretto al brandy; poi un altro litro di vino, un’ulteriore innaffiata di brandy e due bicchieri di assenzio>>.

Questo è ciò che riportano i giornali dell’epoca su quanto assunto dal robusto bevitore durante il fatidico giorno.

Fu un’occasione perfetta per attribuire la colpa a quei due unici bicchieri di assenzio: il terrore iniziò ad espandersi e la fata verde perse ogni attrattiva, trasformandosi in una strega perfida e repellente.

Fu bandito prima in Belgio e Brasile nel 1906, poi in Svizzera nel 1907.

Nello stesso anno, la Ligue National Contre l’Alcoolisme, in Francia, si dedicò a una massiccia campagna contro il consumo di alcol, seppure esplicitamente rivolta all’assenzio.

Manifesto a favore del bando, realizzato nel 1910.

Il bando giunse qualche anno più tardi, dopo aver riscosso successo prima nei Paesi Bassi (1909) e poi negli Stati Uniti (1912).

Era il 1915 quando la bevanda sparì del tutto dalla vita dei cittadini francesi.

Questo però non pose fine alla sua esistenza, anzi, la sua produzione continuò indisturbata in diverse nazioni, tra cui la Spagna.

Fu proprio lì che nel 1944, Radomir Hill, proprietario di una distilleria in Repubblica Ceca, ebbe modo di assaggiarlo e ne fu talmente colpito che decise di provare a riprodurlo.

Il risultato fu alquanto scadente: tuttavia l’Hill’s Absinth – così ribattezzò il suo “nuovo” distillato – ebbe un notevole successo, diffondendosi a macchia d’olio nei bar di Praga.

Non fu difficile, dal momento che la Cecoslovacchia ben poco aveva assaporato del vero Assenzio, e non era quindi in grado di paragonarlo alla ricetta originale.

Da lì, altre distillerie cercarono di competere lanciando sul mercato prodotti simili all’Hill’s Absinthe, con risultati, inutile dire, ancora più mediocri.

Erano assenzi di nome, ma non di fatto: i colori erano assurdi, le etichette riportavano caratteristiche improbabili (effetti allucinogeni o alto concentrato di tujone, che, come vedremo più avanti, non erano neanche possibili) e mille altre varianti.

Solo molti anni più tardi, sull’avvicinarsi degli anni 90’, prodotti più degni del nome di Assenzio sono rientrati sul mercato, rendendoci partecipi di un sapore che sconvolse un’intera epoca.

Tipi di assenzio

Non esiste una “ricetta originale”.

Quando parliamo di assenzio, ci riferiamo a una categoria di prodotto e non ad un prodotto singolo.

Alla base della sua preparazione resta sempre un processo lungo ed elaborato, ma la scelta delle erbe, il dosaggio, la tecnica di distillazione, l’invecchiamento, variano da etichetta a etichetta, e si ritroveranno poi insieme in un sapore unico e travolgente.

Sebbene quello verde sia il più famoso, l’assenzio può assumere varie colorazioni, sempre ottenute in modo naturale e mai attraverso additivi.

Esse possono dipendere dall’età della bottiglia, il cui contenuto con gli anni potrebbe schiarirsi o raggiungere toni marroncini.

Prima del bando, in seguito alle campagne contro l’alcolismo, nacquero anche degli assenzi rosa, che volevano differenziarsi da quelli

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Sintesi

Italiano - Decadentismo

Inglese - Oscar Wilde

Storia dell'arte - 'La bevitrice di assenzio', Edgar Degas

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