La famiglia è dove il cuore trova sempre una casa
Casalinuovo Maria
Istituto Tecnico Commerciale “Antonino Calabretta”
Indirizzo Mercurio
Classe VBp
Anno scolastico 2011/2012
L’evoluzione della famiglia nella storia
La famiglia non è stata sempre uguale a se stessa, anzi ha seguito diversi modelli nel corso dei secoli, in particolare dalla caduta dell’Antico Regime. Il suo cambiamento iniziò con l’origine del movimento migratorio dei contadini nelle città per lavorare in fabbrica, facendo crollare la rigida successione nella trasmissione del lavoro da padre in figlio.
Tre momenti che caratterizzarono il mutamento della famiglia in Italia furono: il periodo della prima rivoluzione industriale (fine 800 e inizio 900), il ventennio fascista (1920-1940) ed il miracolo economico (1960 circa). Già dalla seconda metà dell’800 si passò dalla famiglia patriarcale (nonni e zii nella stessa casa) a quella ristretta (solo genitori e figli). Si sviluppò il processo di nuclearizzazione cioè la famiglia composta solo da genitori e figli, portato dall’urbanizzazione e dallo sviluppo industriale che mutò la vita privata delle persone. Alla fine dell’800 la popolazione si divideva in:
- Grandi famiglie contadine, molte famiglie operaie e pochissime famiglie borghesi.
L’emigrazione all’estero, lo sviluppo della zootecnia (tecniche allevamento animali) ed il miglioramento delle condizioni igieniche portarono ad una minore povertà e una minore mortalità. I matrimoni erano quasi sempre “combinati” dalle famiglie, soprattutto tra i ricchi. I ruoli maschili e femminili erano ben definiti: le donne curavano la casa ed i figli, ma lavoravano anche nei campi.
Dal 1920 si verificò una diminuzione della natalità, una maggiore aspettativa di vita dei figli ed i genitori iniziarono a mettere in atto sistemi di controllo delle nascite. Gli anni del decollo industriale ebbero un’importante conseguenza sulla vita delle famiglie per il grande impegno di manodopera femminile, anche se retribuito molto meno rispetto a quello maschile, ma solo a partire dal 1971 la percentuale delle casalinghe scese e salì quella delle lavoratrici. La richiesta di essere più visibili e attive nella società portò alla nascita del femminismo.
La famiglia non era considerata dalla legge ma il Codice civile del Regno d’Italia si occupava dei diritti e doveri dei coniugi e sul contrarre o sciogliere il matrimonio. Così lo Stato per la prima volta tolse alla Chiesa il diritto di emanare leggi in tema matrimoniale. Essa, per tutta risposta, affrontò ciò pubblicando l’enciclica “Arcanum divinae sapientiae” scritta da Papa Leone XIII, dove prevaleva l’attenzione verso il sacramento del matrimonio in contrasto con il contratto matrimoniale sancito dallo Stato. In particolare si preoccupava di difendere la tradizione della famiglia cristiana rispetto ai cambiamenti che si stavano verificando.
La famiglia borghese, appartenente alla classe media, assunse comportamenti nuovi: il matrimonio d’amore, la ricerca dell’intimità familiare, l’importanza della casa e degli spazi privati in essa. La donna, sposa e madre da imitare, curava la famiglia, mentre l’uomo, padre e lavoratore onesto, era la colonna portante.
Il ventennio fascista
Il secondo periodo di cambiamento coincide con il ventennio fascista, dove nella donna si anticiparono gli anni di concepimento, cioè dai 30-40 anni si passò ai 20-30 anni. Vennero emanate leggi per limitare il calo delle nascite, gli uomini non sposati erano soggetti a delle tasse mentre veniva premiato chi si sposava ed aveva figli.
Alla fine degli anni 30 la famiglia, trasformata dal progresso, divenne autonoma nelle sue scelte: la radio, il cinema e le prime automobili esercitavano un’inconsapevole resistenza al fascismo. L’opera di coinvolgimento delle masse, con lo sport dopo il lavoro, portò uomini e donne a diventare protagonisti della società. Le donne aumentarono la loro istruzione e accedettero a nuove carriere, come quella di insegnante. Il protagonismo femminile, negato dal regime fascista, venne fuori con forza a dispetto delle norme che intendevano bloccarlo. Al termine di questo ventennio, la famiglia borghese, che fu ostacolata dal fascismo, divenne il modello vincente causando l’estinzione delle famiglie contadine.
Il miracolo economico
L’industrializzazione avvenuta con il miracolo economico ebbe un effetto devastante sulle fondamenta di base delle famiglie italiane. Nel 1948 aumentò il numero di matrimoni ma comparvero per la prima volta le separazioni legali. Il tasso di natalità iniziò a decrescere ed il numero medio di componenti familiari scese da 4 a 3. La nascita della società di consumi trasformò l’Italia da Paese agricolo ad industriale. Le nuove abitazioni e gli elettrodomestici portarono le famiglie a svolgere le proprie attività in privato. Ma la maggiore ricchezza e la disordinata espansione dei consumi portò anche squilibri, ansie attese non soddisfatte e nuove povertà di bisogni non materiali. La conquista del nuovo diritto di famiglia nel 1975 correggeva vecchie questioni ma premetteva nuove disparità. La famiglia borghese veniva messa in crisi dai comportamenti diffusi negli anni Sessanta, come il calo dei matrimoni e l’aumento dei divorzi. Le donne non sopportavano più il ruolo domestico, gli uomini soffrivano di una perdita d’identità ed i figli non rappresentavano più il successo familiare. Il segno di disagio diventerà evidente in occasione dei referendum sul divorzio (1974) e sull’aborto (1981).
Il resto è storia di oggi, con le coppie non più basate sul matrimonio, le famiglie allargate in senso orizzontale (due persone con i rispettivi figli nati da legami precedenti). Nonostante tutto la famiglia è più viva che mai perché risponde ad alcuni bisogni come: vivere in comunità per combattere la solitudine, educare i figli ed inserirli nel mondo degli adulti e cercare la felicità in un rapporto duraturo con l’altro sesso.
“Senza la famiglia, uno fallisce e si perde” Giovanni Verga
Giovanni Verga e “I Malavoglia”
Giovanni Verga, scrittore siciliano nato nel 1840, raffigura nella sua opera una società spietata, ricca di vicende drammatiche, che suscita in lui una visione pessimistica della vita. L’elemento caratteristico di tutta la sua produzione letteraria è il richiamo imperioso che la Sicilia esercitò su di lui in momenti decisivi della vita.
Egli, grazie alla famiglia benestante a cui apparteneva, riuscì a tentare la carriera di scrittore professionista trasferendosi a Milano. Qui arrivò il suo successo con la pubblicazione, prima su una rivista e subito dopo ristampata in volume, di “Nedda”, un’opera che racconta la storia di una raccoglitrice di olive oppressa dalla povertà, la cui bambina muore di fame. Questo fu il primo tentativo dell’autore di presentare la drammatica realtà dell’isola. A ciò ne susseguì una stagione creativa durante la quale Verga produsse i suoi capolavori, ma la fredda accoglienza del pubblico ai “Malavoglia” mise fine al suo entusiasmo e lo portò a trasferirsi a Catania, dove rimase fino alla morte, nel 1922.
Giovanni Verga è il maggior narratore dell’Ottocento, ed insieme a Luigi Capuana, creò un nuovo tipo di narrativa, definita “verista”, in cui si cercava di rinnovare la letteratura italiana in prosa, prendendo spunto dal Naturalismo francese ed abbandonando il romanzo storico.
La sua grande produzione verista è costituita da due raccolte di racconti (“Vita dei campi” e “Novelle rusticane”) e da due romanzi (“I Malavoglia” e “Mastro-don Gesualdo”).
Quest’ultimi dovevano far parte del ciclo de “I Vinti” nel quale ogni romanzo doveva corrispondere ad una classe sociale diversa: i pescatori ne “I Malavoglia”, la borghesia in “Mastro-don Gesualdo”, l’aristocrazia nella “Duchessa di Leyra”, la politica nell’“Onorevole Scipioni” e l’arte nell’“Uomo di lusso”, ma il progetto si arenò all’inizio del terzo romanzo. L’autore giustifica il titolo di questo ciclo con la considerazione che il progresso è grandioso, ma è il prodotto di una lotta incessante di tutti contro tutti, nella quale saranno sconfitti i più deboli.
Verga, nel 1881, pubblicò “I Malavoglia”, un romanzo “corale”, in cui la voce narrante è la somma delle voci di tutti gli abitanti di Aci Trezza, il luogo dov’è ambientato il racconto.
Protagonista del libro è una famiglia di pescatori, i Toscano, proprietari di una barca, la Provvidenza. Essi sono una tipica famiglia patriarcale, con tre generazioni che vivono sotto lo stesso tetto, la “casa del nespolo”. Il patriarca è Padron ‘Ntoni, il figlio Bastianazzo, sposato con Maruzza, detta la Longa, da cui ha avuto cinque figli: ‘Ntoni, giovane irrequieto, Luca, gran lavoratore, Filomena detta Sant’Agata per il suo continuo filare al telaio e i piccoli Lia e Alessi.
Il tema di fondo è lo scontro fra antico e moderno, fra società tradizionale e borghese, e ciò viene tematizzato nel contrasto tra i due ‘Ntoni: al patriarca garante dell’unità familiare si contrappone il nipote, a cui, il contatto con la città, provoca una crisi d’identità. Il giovane ‘Ntoni non si riconosce più nei valori della solidarietà familiare e né nell’etica di un lavoro intenso come duro sacrificio quotidiano in cambio della pura sopravvivenza.
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- Storia: L'evoluzione della famiglia nella storia
- Italiano: Giovanni Verga ed i "Malavoglia"
- Diritto: La famiglia nella Costituzione
- Scienza delle finanze: L'Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche
- Economia Aziendale: Il sistema finanziario
- Informatica: La sicurezza nel sistema informatico
- Matematica: La statistica descrittiva
- Inglese: What do modern offices look like?