Il femminismo | 1
Esami di Stato 2012-2013
Alunna: Anna Di Crescenzo
Il femminismo
“Donna è bello”
«.. Diversa da ogni altra,
insostituibile,
sola e di me stessa Signora»
S. Aleramo
In questa tesina verrà affrontato il tema della liberazione delle donne. Sarà esposto il movimento femminista internazionale e soprattutto italiano dal secondo dopoguerra agli anni 80.
Inoltre verranno discusse le azioni di alcune grandi donne nei vari settori, a partire dalla scrittrice Sibilla Aleramo per arrivare alle scoperte scientifiche di Marie Curie, passando per Clara Petkin in filosofia, Irene Curie in chimica, Lise Meitner in biologia, Sophie Germain in matematica, Virginia Woolf in inglese.
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Indice
- Storia: Il movimento femminista
- Filosofia: Femminismo marxista
- Italiano: Sibilla Aleramo – Una donna
- Inglese: Suffragettes – Virginia Woolf
- Chimica: Marie Curie – Il radio
- Fisica: Marie Curie – La radioattività
- Biologia - Ecologia: Irene Curie – Energia nucleare
- Informatica: Ada Lovelace – Primo programma per il computer
- Matematica: Sophie Germain – La teoria dei numeri
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Storia: il movimento femminista
Il pensiero femminista nasce durante il periodo della rivoluzione francese e rivendica la parità di condizione tra uomo e donna, soprattutto sul piano dell’educazione e dei diritti civili. “La donna nasce libera, ed è, in diritto, uguale all’uomo. Il principio della sovranità risiede nella nazione, ossia nella riunione degli uomini e delle donne. Tutte le cittadine e tutti i cittadini - uguali dinanzi alla legge - debbono essere ammessi a tutte le cariche, a tutti i posti e gli impieghi pubblici, secondo le loro capacità, senza altre distinzioni all’infuori delle loro virtù e del loro talento. La donna ha il diritto di salire al patibolo; deve avere il diritto di salire alla tribuna. Donne, destatevi!”. Così una donna, Olympe de Gouges, presentò nel 1791 la Dichiarazione dei Diritti della Donna, subito dopo alcuni anni dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (1789), in Francia.
Ma gli uomini della grande rivoluzione francese non accolsero quella dichiarazione. Le dirigenti delle prime organizzazioni femminili - Olympe de Gouges e Rose Lacombe - finirono alla ghigliottina, e le loro organizzazioni vennero sciolte e vietate.
In Inghilterra nel 1832 la Signora Mary Smith indirizzò una petizione alla Camera dei Comuni perché le riconoscessero il diritto al voto, dal momento che le si imponeva di pagare le tasse. Poi arrivò nel 1892 Mary Wollstonecraft che con il suo libro A Vindication of the Rights of Woman si rivolse alle donne colte della media società e critica aspramente le idee di Rousseau il quale considerava la donna inferiore all’uomo; ed era convinta che le donne potessero contribuire, in maniera pari agli uomini, al progresso della storia e, in maniera superiore agli uomini, alla moralizzazione della società. Nel 1848 in America le donne ottennero la loro libertà con la Declaration of Sentiments, Elisabeth Cady Stanton, Lucretia Mott, Susan B. Anthony e molte altre combatterono per ottenere il diritto al voto, al lavoro e il diritto di partecipare alla vita politica. Nel 1902 l’Australia fu il primo Paese al mondo a riconoscere alle donne il diritto al voto.
Poi il vuoto per circa quaranta anni, nell’assenza di un movimento organizzato si assisté tuttavia, in area prima inglese poi francese, a una ripresa delle tematiche relative alla parità originale.
Virginia Woolf, la grande romanziera, fu autrice di due scritti che affrontano direttamente la tematica della condizione femminile nel passato e nel presente: Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee. Il suo più grande merito è che, oltre a trattare la tematica della parità, introduce la tematica della diversità. Il rischio e il pericolo del pensiero e dei movimenti femministi fino ad allora affermatesi vengono individuati dalla Woolf nell’appiattimento delle rivendicazioni delle donne sul sistema di valori praticato dagli uomini, un sistema di valori da cui scaturiscono gerarchie sociali, ingiustizia e guerra. Dalla parità alla differenza: questo è dunque il nuovo messaggio
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implicito negli scritti della Woolf. Le donne, che avevano conquistato la parità dei diritti nell’istruzione, nel voto, nelle libere professioni, dovevano ora affermare e rivendicare la differenza del loro sistema dei valori, etici e culturali.
Successivamente, nei primi anni Sessanta del secolo scorso, apparvero i primi libri e saggi che documentavano il crescente disagio delle donne, in particolare di quelle delle classi medie statunitensi e inglesi. Il disagio delle donne dovuto a molte ragioni costituiva “il problema che non ha nome” di cui parla la statunitense Betty Friedan nel libro La mistica della femminilità. Betty Friedan è tra le iniziatrici della ripresa dell’organizzazione delle donne. La seconda ondata del femminismo esplose quasi contemporaneamente negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia, in Italia, in Germania e in altre aree.
In Italia dobbiamo aspettare il secondo dopoguerra per una rivoluzione femminista.
L’8 settembre 1943 l’Italia firmava l’armistizio con le Forze Alleate. Mentre l’Italia Meridionale era occupata già dagli Alleati, le regioni centrali e del Nord erano rimaste sotto il controllo dei tedeschi. Non disposti ad aspettare l’arrivo degli Alleati per essere liberati da nazi-fascisti, gli Italiani cominciarono ad organizzare un movimento di Resistenza di massa e fra loro vi era un grande numero di donne: oltre 35 000 donne italiane furono impegnate direttamente nel combattimento accanto agli uomini.
A settembre di 1944, a Roma, un gruppo di combattenti di resistenza composto di donne Comuniste e Socialiste (tra cui Rita Montagnana Togliatti, Giuliana Nenni e Maria Romita) formò l’UDI (Unione Donne Italiane), proponendo così la creazione di una grande associazione di donne unificata e democratica basandosi sulle loro esperienze durante la guerra. In ottobre di 1944, sempre a Roma, volendo promuovere la partecipazione di donne cattoliche, un gruppo dei leaders della Resistenza (Maria Federici Agamben, Amalia Valmarana Spigonardi, e altre) si incontrò per formare il CIF (Centro Italiane Femminile); durante quella sessione Maria Rimoldi lesse lo statuto dell’UDI, dove veniva chiesto alle donne cattoliche di unirsi per partecipare insieme nei momenti finali della guerra e nella ricostruzione dell’Italia.
Le loro origini nella Resistenza e gli obiettivi di lotta accomunavano le due organizzazioni.
Entrambe avevano, come approccio di lavoro alla base, l’arruolamento dei membri e spedivano le leader nelle comunità locali per parlare direttamente alle donne e distribuire le loro pubblicazioni Noi Donne (UDI) e Il Bollettino (CIF). Per acquisire il diritto di voto, le donne sia dell’UDI che del CIF dovettero rivolgersi per avere il sostegno ai partiti. In una mozione presentata al Comitato di
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Liberazione Nazionale a novembre 1944, i gruppi femminili chiedevano al governo di garantirgli il voto nelle prossime elezioni. Solo dopo l’intenso periodo di campagne e dispute finalmente il voto fu garantito nelle elezioni del 1946.
Il voto fu un obiettivo così importante da istituire la prima occasione nella quale l’UDI e il CIF lavorarono insieme con il coinvolgimento dei Partiti e della Chiesa per fare un appello al pubblico italiano in favore delle donne.
Molte altre questioni definirono le agende delle associazioni di donne nel dopoguerra. L’UDI e il CIF lavorarono per il sostenimento e la protezione delle lavoratrici, dentro e fuori casa, e ciò fu strumentale per l’ottenimento della legge del 1950 che definì illegale il licenziamento della donna a causa della gravidanza e nel periodo durante la gravidanza e nel 1963 una legge che proclamò illegale il licenziamento in caso di matrimonio. Entrambi promossero la battaglia per ottenere i fondi necessari per erogare le pensioni alle casalinghe, che risultò nella creazione di Mutualità Pensioni nel 1963 (un’assicurazione di pensionistica volontaria). L’accesso delle donne alle carriere professionali fu esteso rispetto alla legislazione del passato nel 1956 e nel 1963, l’UDI e il CIF lavorarono duramente per cambiare sia gli atteggiamenti sia le leggi concernenti le donne nelle professioni. Inoltre, entrambe le associazioni lottarono per i servizi sociali garantiti dallo Stato come asili nido, scuole materne e servizi per il tempo non-scuola, l’uguaglianza entro il nucleo familiare e molte altre cause.
Nel 1966 iniziarono ad arrivare in Italia i primi libri delle femministe americane e nell’aria si diffondeva “quel problema che non ha nome” e che sfociava nella contestazione studentesca del 1968, un disagio che i governi non riuscivano a contenere. Il movimento fu irriverente, provocatorio, chiedeva una cultura nuova per una realtà che doveva essere diversa. “Purtroppo da sempre la cultura mediterranea e non solo ha oscillato fra la madonna purissima e madre e la prostituta”, come diceva Ferrarotti che continua “nel nostro paese c’è la Madre e poi c’è la Maddalena”. I giovani lottavano per una società senza più tabù né pregiudizi; ed insieme agli studenti, a lottare c’erano anche le studentesse piene di rabbia e delusione perché si erano rese conto di non avere un solo padrone (il padre) ma tanti. Ed fu proprio quello il momento in cui le donne dissero “basta”. Venivano messe in discussione le istituzioni sociali e i valori dominanti della società “patriarcale”; valori maschili che avevano portato alla supremazia dell’uomo nelle società. Linda Semino scriveva “Il femminismo è un’orgia contagiosa di rumore … che mi spinge ad uscire dalla mia abituale compostezza. Ad ogni parola che pronuncio, anzi grido, sento un po’ di paura volare via. Sarà la sensazione inebriante di sentirsi libera?”
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Nel 1970 fu diffuso il Manifesto di “Rivolta femminile”, si avviò così un meccanismo per il quale si pensò di poter partire dal corpo, dalla sessualità, dalla vita intima e mettere in discussione tutto l’impianto della civiltà, tutte le sue istituzioni e i suoi saperi. Il femminismo portò qualcosa di nuovo nella politica: il “partire da sé”, non da una categoria o da una classe sociale ma dall’essere donna. Nascevano i gruppi di autocoscienza in cui le donne si confrontavano fra loro, parlavano di vita quotidiana, mettendo insieme quello che veniva chiamato il “proprio vissuto”. Sbocciava allora il movimento femminista e le donne invadevano le piazze, ebbero luogo manifestazioni che contavano anche 100.000 persone: Trento, Milano, Roma, Gela, Napoli ecc. Nel 1971 il collettivo romano Lotta femminista, chiamò le donne a scendere in piazza in occasione della giornata internazionale per l’abrogazione delle leggi proibitive dell’aborto; infatti le femministe ritenevano che la liberalizzazione della sessualità femminile dal maschio significava sia liberalizzare la contraccezione sia l’aborto. Nel 1972 20.000 donne scesero in piazza a Roma in occasione della manifestazione dell’8 Marzo, qui fu presente l’attrice americana Jane Fonda, che pronunciò un breve discorso di adesione coniando lo slogan “l’utero è mio e lo gestisco io”, mentre un folto reparto di polizia bloccava la piazza, nella quale poche decine di manifestanti esposero i propri cartelli con scritte inconsuete e “scandalose”: “Legalizzazione dell’aborto”, “Liberazione omosessuale” e “Matrimonio = prostituzione legalizzata”. Quelle scritte furono considerate intollerabili, dunque la polizia manganellò e disperse le manifestanti. Nel volgere di pochissimi anni l’effetto di questo femminismo fu dirompente e capillare. Le donne, in quanto soggetto politico, entrarono prepotentemente sulla scena pubblica, costruirono spazi d’incontro, diedero vita a gruppi teatrali, radio libere, case editrici, consultori autogestiti. Nacquero diverse riviste come Noidonne, Sottosopra, Quotidiano Donna, Effe. Quest’ultima è forse la più importante, ad essa collaborarono scrittrici come Camilla Caderna, Dacia Maraini, Oriana Fallaci e molte altre. Questo Neofemminismo tentava di cambiare la mentalità delle donne e degli uomini. Ma l’Italia era ancora un paese sessuofobo, molto discriminatorio tra uomo e donna. Esempio è il processo per stupro del 1978. Era uno dei primi processi in cui la vittima denunciava coloro che le avevano usato violenza; ma, nonostante l’accaduto del massacro del Circeo del 1975 dove 2 ragazze (Rosaria Lopez e Donatella Colasanti) vengono stuprate e massacrate di botte da 3 ragazzi che si credeva avesse sensibilizzato l’opinione pubblica, quest’ultima accusava la ragazza di essersi messa in quella situazione, perché se fosse rimasta a casa non sarebbe accaduto niente. Ma allora che cosa stava cambiando?
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In generale, possiamo affermare che il Neofemminismo si disinteressa completamente dell’elaborazione e approvazione di leggi molto avanzate che, però, sono senza dubbio dirette conseguenze delle sue battaglie, quindi possono a tutti gli effetti essere definite sue conquiste, infatti il lascito di leggi seguito alla spinta femminista degli anni Settanta è notevole: 1968, la Corte costituzionale dichiara incostituzionale la disuguaglianza dei sessi nella punizione dell’adulterio e le norme sul concubinato; 1970 è approvata la legge sullo scioglimento del matrimonio; 1974 al referendum abrogativo del divorzio il 58% vota per il mantenimento della legge; 1975 sono approvate le leggi di riforma del diritto di famiglia che sanziona la parità dei coniugi e d’istituzione dei consultori familiari; 1977 è approvata la legge sulla parità di trattamento fra uomini e donne in materia di lavoro; 1978 è approvata la legge sulla tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza; 1981 è approvata la legge che abroga la rilevanza penale della causa d’onore come attenuante nei delitti; e poi finalmente nel 1996 è approvata la legge contro la violenza sessuale, che da reato contro la morale diventa reato contro la persona; l’ultima conquista in campo femminile risale al 2009 con la legge sullo stalking.
Questi sono i frutti di un Neofemminismo che si distacca dal femminismo storico del secondo dopoguerra che voleva l’emancipazione della donna, che inseguiva i modelli maschili. Questo neofemminismo rivendica la liberazione della donna, cioè le donne non devono seguire i suddetti modelli maschili ma devono riscoprire il femminile della vita, le pulsazioni profonde, l’inconscio, i sentimenti, la solidarietà tutti caratteri della rivoluzione studentesca del ‘68 e tutti aspetti che ritornano nel nuovo modo di fare politica cioè il “partire da sé”, il vantarsi di essere donna.
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Filosofia: femminismo marxista
“In tutto l’arco del XIX secolo si assisté ad un sempre più intenso spostamento di grandi masse di persone dalla campagna alle periferie delle città dove sorgevano nuove fabbriche. I vecchi laboratori artigianali, su cui spesso si era fondata la sussistenza di intere famiglie, vennero in parte abbandonati perché incapaci di sostenere la concorrenza della grande manifattura, dove lavoravano, accanto agli uomini, anche le donne e i bambini. Al tradizionale mercato degli oggetti si aggiunse, quindi, il cosiddetto “mercato del lavoro”, dove uomini e donne entrarono in concorrenza tra di loro, vendendo al ribasso l’unica merce che possedevano, l’energia delle loro braccia. Per molte donne il lavoro scarsamente retribuito della fabbrica si aggiunse così al consueto lavoro, non retribuito, della cura della casa e della famiglia. Le donne delle benestanti famiglie borghesi non dovettero rapportarsi con questi nuovi panorami: spesso, difatti, non avevano necessità di impegnarsi personalmente in un’attività lavorativa poiché mantenute dai mariti, la cura della casa e spesso anche dei figli, invece, era riservata alla servitù sottoposta al loro comando: di qui l’appellativo di regine della casa. In questo contesto l’arte del ricamo non rappresentava un’iniziativa propriamente economica, bensì una sorta di arte domestica, in cui le donne potevano mettere in mostra il proprio gusto, impreziosendo al più gli arredi casalinghi. Più o meno stesso discorso valeva per l’abilità culinaria, che gratificava il capofamiglia di ritorno dal lavoro, gravato da pensieri dai quali le consorti erano generalmente escluse. Le numerose gravidanze, spesso a rischio della vita, considerando la tecnologia medica dell’epoca, servivano a perpetuare la trasmissione del nome e dei beni di famiglia agli eredi maschi: la nascita di una femmina veniva tradizionalmente considerata una disgrazia.
Per le donne appartenenti alla classe media sarebbe stato deprecabile cercare un lavoro fuori dall’ambiente familiare, perché ciò avrebbe significato esporle al contatto di estranei, degradarle al livello delle «donne del popolo» e insinuare che il padre o il marito non erano in grado di mantenerle, gettando su di essi un disonorevole discredito. Un’attività intellettuale era resa difficile, oltre che dal generale scetticismo riguardo alle loro effettive capacità, dalla loro istruzione incompleta, perché esse non avevano diritto di accesso alle scuole superiori e perciò anche all’esercizio delle professioni liberali. La loro dipendenza economica dall’uomo le escludeva per legge
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Percorso interdisciplinare sul femminismo
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