Introduzione
La trattazione della tematica “la fugacità del tempo” scaturisce oltre che da un interesse personale anche da un’attenta osservazione della realtà. In un mondo dominato dalla frenesia, in cui l’unico comune denominatore sembra essere il successo, il significato dell’esistenza si dissolve, non viene giustamente compreso. Si tratta evidentemente di un’involuzione, di una leggerezza cosmica, di convinzioni effimere che devastano l’uomo. Quest’ultimo, infatti, incredulo della propria mortalità e forte della propria potenza vive come se la morte non dovesse mai sopraffarlo, consapevolmente ignaro del tempo che scorre.
Il mio intento, perciò, più che una critica nei confronti della società o un’esortazione ad inseguire dei fini sarà più una rivisitazione moderna di argomentazioni oggetto di studio già nella tradizione antica e una presa di consapevolezza di tali considerazioni. Così facendo si cercherà di confrontare l’odierno significato attribuito al termine “tempo” con quello sviluppato nei corsi dei secoli.
Uno degli autori italiani che affrontò il problema della fugacità del tempo fu U. Foscolo.
Ugo Foscolo
Ugo Foscolo nacque a Zante nel 1778 da madre greca e padre veneziano. La sua infanzia e i primi studi si svolsero a Zante e a Spalato. Dopo la morte del padre, la famiglia si trasferì a Venezia in condizioni disagiate. Foscolo perfezionò la sua cultura classica e moderna, dando già i primi segni del suo genio poetico. Le opere più importanti sono: “le Ultime lettere di Jacopo Ortis”, “le Odi”, “i Sonetti”, “i Sepolcri”, “le Grazie”. Ma soltanto nell’ultimo sonetto “Alla sera” esplica le sue considerazioni sulla fugacità del tempo.
“Alla sera”
Sin dalla prima quartina, compare non la sera, ma la meditazione sulla sera. La sera, infatti, si rivela a noi non come un paesaggio, ma come il segno di un assiduo pensiero e di una costante riflessione del poeta. Appena accenna alla “fatal quiete”, subito dopo, ridesta le immagini delle nubi estive e degli zeffiri sereni. Infine, sulla descrizione, prevale il tono meditativo-romantico, per cui nella contemplazione fugge il reo tempo della vita. Come il reo tempo, cioè la vita travagliata sua e del suo secolo, si vanifica fuggendo nel nulla eterno il suo spirito guerriero che si placa nella pace della sera. Foscolo riesce bene ad esprimere la pace del suo spirito nel desiderio della morte, da lui cantata non come orrido nulla, ma come motivo di contemplazione melodica. Rivolgendosi direttamente ad essa, l’autore confida che l’apparizione della sera lo induce a meditare sulla vita e sulla morte, sul «nulla eterno», condizione dell’uomo che si configura come un annullamento totale e definitivo. Ma a questa dimensione indefinita ed infinita si contrappone il tempo, elemento immediato e fuggente che passa rapido recando con sé avversità indicibili. E mentre il poeta contempla il silenzio e la pace della notte, la sua anima attanagliata dalla rivolta interiore, per un attimo si placa e gli dona attimi di godimento, di dolcezza e di riposo. La poesia esprime pessimismo e preoccupazione nel poeta, intristito dalle avversità del «reo tempo» e dalla volontà di allontanarsi dal presente per immergersi nella morte, che è totale annullamento ma anche pace, in cui si placa il tumulto interiore. Il tema della morte che è predominante nella poesia foscoliana si ripresenta più sereno e più religioso, con la stessa dolcezza con cui la notte scende invocata e tiene soavemente le secrete vie del cuore del poeta.
Forse perché della fatal quiete
tu sei l’imago a me sì cara vieni
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,
e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.
Contemporaneamente a Foscolo, in Francia, il poeta romantico Lamartine componeva la sua opera più importante “Les Meditationes Poetiques” dove si parla, come in Foscolo, del tema della morte e della fugacità del tempo.
Lamartine
Alphonse de Lamartine est né à Mâcon en 1790. À 26 ans fait la connaissance à Aix-les-Bains de Julie Charles, mais ce petit amour sera interrompu l’année suivante par la mort de cette femme. Donc, le poète se retrouve seul au rendez-vous du Lac de Bourget (en Savoie). Mais cette histoire d’amour deviendra la source d’inspiration pour écrire son chef-d’œuvre “Les Meditation Poetiques”. Dans ce petit recueil de 24 poèmes il exprime ses états d’âme, ses sentiments, ses émotions. Le poème le plus célèbre de Lamartine est le Lac, qui appartient à ce recueil, où il invoque le sentiment du temps. Le poète vient de perdre celle qu’il aime, (que dans le poème prend le nom d’Elvire), en chantant sa douleur, il demande au temps de s’arrêter, mais il demande surtout à la nature de se faire la “gardienne” du souvenir des moments heureux vécus ensemble.
Ainsi, toujours poussés vers de nouveaux rivages,
Dans la nuit éternelle emportés sans retour,
Ne pourrons-nous jamais sur l’océan des âges
Jeter l’ancre un seul jour ?
O lac! l’année à peine a fini sa carrière,