Estratto del documento

I dilemmi della storiografia

di

Deena Ondertoller

Liceo psicopedagogico “Fabio Filzi” (Rovereto)

Classe 5^SB a.s. 2013-2014

Allegoria della storia. (Nikolaos Gysis, 1892)

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“Non s’impara la storia solo per sapere quello che è successo, ma per trovare in essa una maestra dell’avvenire.”

(Adolf Hitler, Mein Kampf, 1925-1926)

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Indice

  • 1) Definizione di storiografia Pag. 4
  • 2) I tre dilemmi della storiografia Pag. 5
  • 3) Sull’utilità: Nietzsche e Gadamer Pag. 8
  • 4) Sulle fonti: Livio e Tacito Pag. 12
  • 5) Sul metodo: Verismo e Romanticismo Pag. 15
  • 6) Fonti bibliografiche Pag. 23
  • 7) Fonti sitografiche Pag. 24

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Definizione di “storiografia”

“Storiografia” è letteralmente composto da due termini, il primo è “storia”, il secondo “grafia”;

la parola greca γραϕία (graphìa), declinata dal sostantivo γραφή (graphè), significa “descrizione”, o più semplicemente “scritto”. Questa parola viene usata ancora oggi per indicare la «maniera di rappresentare le parole nella scrittura» (Enciclopedia italiana “Treccani”), viene affiancata in particolare a determinate particelle che definiscono l’ambito in cui questo termine viene impiegato, come per esempio “ortografia”, cioè l’uso corretto dei segni grafici e d’interpunzione in una lingua e l’insieme delle norme che lo regolano; oppure il comune termine “fotografia” con cui si definiscono quelle immagini ottenute tramite un processo di impressione statica della luce prodotta o riflessa da oggetti fisici.

L’altra parola che compone il sostantivo “storiografia” è “storia”. Termine molto comune e noto, dal significato molto spesso scontato, proviene dal greco ἱστορία (istoría), cioè “ricerca”. Tale concetto mutò nel tempo estendendosi al risultato stesso della ricerca. Ultimo fu Aristotele ad occuparsi del problema, definendo la storia come “conoscenza acquisita tramite indagine”.

La storiografia è una pratica che consiste nella stesura di un testo che racconti eventi accaduti nel passato basato su fonti, che possono essere primarie o dirette, cioè prelevate personalmente da parte dello storico da persone o oggetti che hanno vissuto l’evento in questione (quale potrebbe essere lo studioso stesso), oppure secondarie o indirette, quando lo storico è costretto a prendere le proprie informazioni da testi scritti da terzi o da documentazioni che si basano su altre fonti.

Da Erodoto, considerato padre fondatore della storiografia, ai più contemporanei storici questo procedimento ha messo alla prova chi intendeva adempiere a tale missione, presentando una serie di problemi.

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I tre dilemmi della storiografia

Il primo dilemma riscontrato è quello dell’utilità: ci si è chiesto per quale motivo si senta il bisogno di conservare la propria memoria nella storiografia, ma soprattutto quanto sia utile avvalersi di tale metodo.

Il secondo dilemma è quello che riguarda le fonti: quali e quante tra le fonti disponibili possono essere considerate adatte a presentare in modo “oggettivo” i fatti storici analizzati e quanto devono ritenersi attendibili e veritiere.

Il terzo dilemma è quello legato al metodo: quali siano le possibili modalità di stesura del testo storiografico, se sia più conveniente descrivere gli eventi in modo soggettivo o in modo oggettivo e in particolare se sia possibile avere una visione completamente oggettiva e disinteressata della storia.

Non è possibile dare una risposta certa a tali dilemmi, poiché non ne esiste una sola ed unica. Infatti, a lungo si è tentato di dare spiegazioni o opinioni in merito a queste problematiche, come, per esempio, fece il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, il quale analizzò, nel suo famoso saggio “Sull’utilità e il danno della storia per la nostra vita” (Vom Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben), contenuto nella raccolta “Considerazioni inattuali” (Unzeitgemässe Betrachtungen), i danni che poteva procurare la storia sulle persone e l’utilità concreta con cui essa potesse essere impiegata. Anche il filosofo ermeneutico Hans-Georg Gadamer analizzò, nella sua più celebre opera “Verità e Metodo” (Wahrheit und Methode), come la storia possa essere utile all’uomo, nella creazione di preconcetti, fondamentali per conoscere ermeneuticamente un testo.

I due più illustri storici latini, Tito Livio e Publio Cornelio Tacito, avevano due concezioni della storia opposte, in particolare riguardo alla questione delle fonti.

Livio, nella sua celeberrima opera “Ab Urbe Condita”, successivamente denominata “Historiae”, analizza la storia di Roma dalla sua fondazione (753

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a.C.) fino alla morte di Nerone Claudio Druso, console durante il periodo dell’alto impero (9 d.C.), avvalendosi spesso di fonti secondarie inattendibili e incerte, come miti o racconti; Tacito, al contrario, utilizzò fonti primarie a cui egli stesso aveva accesso personalmente, poiché appartenente alla classe senatoria romana, tanto che ciò gli permise di descrivere in modo più chiaro, dettagliato e soprattutto veritiero i fatti e gli eventi raccontati nelle sue due opere più famose le “Historiae” e gli “Annales”, che illustrano la storia di Roma dalla morte di Cesare Ottaviano Augusto (12 d.C.) alla morte di Domiziano.

La questione della storiografia non fu affatto discussione ristretta ad una piccola cerchia di filosofi e storici, come i sopra citati Nietzsche, Gadamer, Livio e Tacito, ma, con il passare del tempo, il discorso si ampliò in modo diffuso, in tutti gli ambiti, artistici e letterari. Molti artisti e scrittori si dedicarono ai “problemi” della storiografia, vista, più che come disciplina letteraria, come trasmissione di fatti e racconti di vite vissute. Con l’avvento delle correnti illuministe, si cominciò già a vedere la storia da un punto di vista più soggettivo delle persone comuni, tanto da fondere e confondere il semplice racconto di vita quotidiana con gli eventi storici.

Questa tendenza tipica della società Occidentale, profondamente individualista ed umanista, si giustifica poiché prende in considerazione anche i piccoli aspetti della vita di chi ha subito la storia, senza partecipare attivamente al processo storico.

Molti si sono chiesti quanto si possa essere oggettivi nella trascrizione degli eventi storici; una in particolare fu la corrente letteraria che affrontò scenario storico europeo dell’ottocento, epoca di progresso scientifico ed intellettuale, analizzando la questione del “metodo”, il “Verismo” fondato dallo scrittore catanese della seconda metà del ’800, Giovanni Verga, il quale si occupò in modo incisivo della problematica del metodo oggettivo, basandosi sulle teorie del Positivismo e del Naturalismo. Il Verismo di Verga raggiunse la sua massima oggettività nelle novelle e nei primi due libri dell’incompiuto “Ciclo dei Vinti”, “i Malavoglia” e “Mastro Don Gesualdo”. La corrente verista fu in netta contrapposizione con il “Romanticismo”, l’altro movimento (artistico, musicale, culturale e letterario) che si occupò della problematica metodologica della storiografia. Il Romanticismo,

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sviluppatosi al termine del ’700 in Germania, si impegnò a descrivere gli eventi con gli occhi e le emozioni del narratore, inserendo commenti e pensieri dell’autore all’interno del testo. In Italia il massimo esponente della corrente romantica fu sicuramente lo scrittore milanese Alessandro Manzoni, autore del celebre romanzo “I promessi sposi”.

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Sull’utilità: confronto tra F. Nietzsche e H. G. Gadamer

Friedrich Nietzsche, nato nel 1844 e morto nel 1900, è stato uno dei filosofi ottocenteschi che rivoluzionò la mentalità e le idee occidentali, creando una svolta e un’alternativa alla visione positivista e razionalista di derivazione hegeliana, tipici di quell’epoca. Infatti, insieme all’inventore della psicoanalisi, Sigmund Freud e al filosofo Karl Marx, Nietzsche viene definito come “maestro del sospetto” dal filosofo ermeneutico Paul Ricoeur (1913-2005), poiché egli ha contribuito a sgretolare la rigida e scientifica maschera dell’ottocento, svelando l’illusione e le apparenti certezze dell’uomo moderno.

Nell’opera “Unzeitgemässe Betrachtungen” (Considerazioni Inattuali), egli dedica la seconda delle quattro considerazioni alla storiografia e al primo dei tre dilemmi: l’utilità.

Nietzsche, in “Vom Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben” (Sull’utilità e il danno della storia per la vita), pubblicata nel

O greggia mia che posi, oh te 1874, è convinto che l’uomo moderno si stia

beata,

Che la miseria tua, credo, non riducendo da un’eccesso di storicismo ad un

sai!

Quanta invidia ti porto! passivo spettatore degli eventi. L’uomo

Non sol perché d’affanno

Quasi libera vai; s’immagina già come sarà scritta la storia ancora

Ch’ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito prima che gli eventi accadano e la sua bramosia di

scordi; conoscere il passato lo rende cieco agli

Ma più perché giammai tedio

non provi. avvenimenti del presente. Infatti, egli, incosciente

di ciò che accade, non è più in grado di guardare al

(“Il canto notturno del pastore errante dell’Asia” di G. Leopardi) futuro.

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Citando il “Canto notturno del pastore errante dell’Asia” di Giacomo Leopardi, il filosofo tedesco lamenta il dolore dell’uomo, incapace di dimenticare il passato e di essere talmente attaccato ad esso da non riuscire a controllare il bisogno di ricordare e di imprimere sulla carta la storia. La storiografia secondo Nietzsche rende l’uomo debole nel suo eccesso di consapevolezza, proprio lui, il quale è dotato di una mente superiore e che è in grado di produrre i pensieri più astratti, invidia l’animale che cede continuamente al “fattore oblio”, quindi dimentica ogni dolore e ogni felicità del passato. L’uomo quindi dovrebbe saper vivere in modo “non storico”, perciò deve imparare “l’arte dell’oblio” cosicché possa raggiungere la felicità nascosta dietro al velo dell’ignoranza

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Sintesi

Filosofia

"L'utilità e il danno della storia per la vita" di Friedrich Nietzsche e concetto di Storia in "Verità e Metodo" di Hans-Georg Gadamer.

Latino

"Ab Urbe Condita" di Tito Livio e le "Historiae" e gli "Annales" di Publio Cornelio Tacito.

Italiano

Le tecniche d'impersonalità, regressione ed eclissi dell'autore nei "I Malavoglia" e in "Rosso Malpelo" di Giovanni Verga e "idea romantica della storiografia" ne "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni.

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