Eleonora Pezzo III A
Scuola secondaria di I grado “G. Robecchi”
Viale della Libertà, 32
27029 Vigevano (PV)
Introduzione
1. L’evoluzione umana e la comunicazione
2. La catena della comunicazione
3. Registro linguistico e contesto
4. Dai segni al linguaggio
5. La comunicazione non verbale
6. I mezzi di comunicazione: giornali, radio, TV
7. La frontiera della comunicazione: Internet
8. La comunicazione in pubblicità
Introduzione
I. L’evoluzione umana e la comunicazione
L’uomo è un animale particolare, dotato di un’intelligenza molto sviluppata, di un’ottima capacità di adattamento e strettamente legato e dipendente dai suoi simili.
Queste sue attitudini gli hanno permesso di sopravvivere durante le diverse fasi della sua evoluzione.
La capacità di adattamento ha permesso all’uomo di integrarsi in ogni ambiente e sfruttarlo a proprio vantaggio e la sua intelligenza lo ha portato a nuove scoperte e alla capacità di costruire utensili ed oggetti vari, necessari alla sua esistenza.
Ma, se gli uomini appartenenti allo stesso gruppo non si fossero in qualche modo scambiati informazioni e conoscenze personali, il sapere non si sarebbe divulgato.
E ciò che più di ogni altra cosa accresce la conoscenza e le permette di diffondersi è la comunicazione.
La comunicazione può essere definita come l’insieme delle modalità attraverso le quali vengono instaurate, strutturate e sviluppate le relazioni sociali.
È la comunicazione che trasforma la conoscenza personale in sapere comune; io so e comunico in maniera tale che altri sappiano. La comunicazione è lo scambio reciproco di informazioni, opinioni, richieste ed emozioni tra due o più persone, finalizzato all’accrescimento del sapere.
Il termine comunicazione deriva dal latino communicare, che attraverso la terminazione –atio, che indica forme astratte di azione, determina la parola:
Communicatio partecipazione, letteralmente messa in comune
L’aggettivo latino communis a sua volta è alla base del verbo communicare composto dunque dalla preposizione cum e dall’aggettivo munis, il cui iniziale significato era quello di “condivisione di una carica.
II. La catena della comunicazione
La comunicazione è strutturata come una catena: il primo anello è l’emittente, il quale, attraverso un canale di emissione, invia il messaggio, che a sua volta contiene un referente, o argomento, ed è strutturato secondo un codice. Infine, attraverso un canale di ricezione, il ricevente recepisce il messaggio inviato dall’emittente.
È utile sottolineare la differenza tra ricevente e destinatario: il primo è l’elemento che recepisce il messaggio, ma non è il diretto interessato, mentre il secondo è la persona a cui il messaggio è rivolto.
Il messaggio poi deve obbligatoriamente passare per un determinato mezzo fisico o una via di trasmissione, il canale.
I canali possono essere di vario tipo, per esempio le onde sonore o un foglio di carta su cui viene scritto del testo. La scelta del canale è strettamente legata alla natura del messaggio, al contesto e alle caratteristiche del ricevente.
Per comprendere al meglio questo concetto è possibile fare degli esempi:
- Nel momento in cui desiderassimo esporre la nostra protesta ad un pubblico ufficiale, come un sindaco, sceglieremmo il canale scritto in sostituzione di quello orale.
- Qualora volessimo comunicare con una persona lontana da noi, dovremmo escludere il canale visivo ed adottare quello sonoro.
- Nel caso in cui volessimo comunicare con una persona con ridotta o nulla capacità uditiva, dovremmo escludere il canale sonoro e prendere in considerazione quello visivo e tattile, ecc.
Per far sì che il processo di comunicazione sia corretto, il messaggio deve passare attraverso il canale idoneo e deve essere comprensibile al destinatario.
L’emittente e il ricevente devono conoscere il medesimo codice, ossia l’insieme delle regole che permettono di dare un significato e un valore ai segni e ai simboli utilizzati all’interno del messaggio stesso.
III. Registro linguistico e contesto
Il registro linguistico è il modo espressivo scelto dall’emittente (vocaboli, costruzione della frase, pronuncia, tono) in base al contesto e al rapporto esistente tra trasmettitore e ricevente.
Ogni persona è inserita in una rete di relazioni sociali ed assume un ruolo diverso al cambiare del contesto sociale stesso. Un giovane, nei confronti dell’insegnante, rappresenta l’alunno, mentre nei confronti dei suoi compagni svolge il ruolo di amico ecc …
A seconda dell’ambiente e della relazione con l’interlocutore, il registro cambia.
I principali registri sono tre:
- Il registro alto o formale, utilizzabile nelle comunicazioni ufficiali con persone che non si conoscono, utilizza un lessico ricercato e finezze linguistiche.
- Il registro medio, sfruttabile nelle normali situazioni al di fuori della famiglia, è costituito da una scelta linguistica dignitosa e corretta, ma senza particolari ricerche linguistiche.
- Il registro basso o informale, che si adotta con parenti e persone con le quali si è in confidenza, è caratterizzato da spontaneità, poche espressioni formali, frasi brevi e spezzettate, termini generici e linguaggio colorito.
L’insieme della situazione generale e delle particolari circostanze in cui avviene ogni comunicazione, si chiama contesto.
IV. Dai segni al linguaggio
La comunicazione è innata in ogni essere vivente ed è un’esigenza naturale.
Esistono vari modi per comunicare ed ognuno di essi utilizza uno o più dei cinque sensi che l’uomo possiede.
Nel seguente esempio possiamo notare come un semplice messaggio possa essere inviato seguendo modalità differenti.
Emittente Vigile urbano
Ricevente Automobilista
Messaggio L’ordine di fermarsi
Il messaggio può essere manifestato in vari modi: dal fischietto (segnale acustico) alla parola ALT! (segno linguistico), dalla posizione del braccio alzata (gestuale), alla paletta (grafico) e al semaforo (luminoso).
Il linguaggio non è altro che un sistema di segni finalizzato alla comunicazione con gli altri.
Esistono tanti linguaggi e sono tutti organizzati secondo precise norme e regole.
Il linguaggio verbale è caratteristico degli esseri umani. Esso viene usato attraverso codici diversi, ovvero le lingue, da tutti i popoli.
Con il linguaggio verbale, per mezzo di diversi segni fra loro combinati, l’uomo è in grado di esprimere un infinito numero di concetti. La comunicazione verbale viene detta viva, proprio perché cambia, adattandosi nel tempo e a tutte le varie circostanze. Questo linguaggio è sempre in evoluzione.
Nei ritmi convulsi della nostra società è molto diffuso l’uso di sigle e abbreviazioni, che comunque è stato considerato fin dall’antichità un comodo sistema per comunicare. I Romani ne facevano largo uso, chi non conosce la sigla S.P.Q.R.? Ancora oggi molti dei loro acronimi sono adoperati nel linguaggio medico o legale.
L’uso diffuso dei nostri giorni arriva a creare quasi un linguaggio a sé con molte sigle che sono diventate veri e propri vocaboli al punto che la gente ne ignora l’origine e le parole che vi sono celate. Oggi nessuno più usa dire Fabbrica Italiana Automobili Torino, ma si usa la sigla FIAT; né è abitudine parlare di Istituto Nazionale di Previdenza Sociale per riferirsi all’INPS e pochi ricordano che Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation nasconde il celebre LASER.
Spesso le sigle hanno bisogno di un contesto per essere correttamente interpretate, basti pensare alla diffusissima sigla PC che può significare Personal Computer come Parte Civile o Partito Comunista, Piacenza come Percentuale o ancora Polizza di Carico o aver altri significati in lingue diverse.
V. La comunicazione non verbale
Spesso accade che durante un dialogo il corpo, i movimenti, gli atteggiamenti, rivelino qualcosa che in realtà nella coscienza rimane nascosto. C’è un evidente contrasto tra la comunicazione verbale, ciò che si sta dicendo a voce, e la comunicazione non verbale, quello che il corpo effettivamente esprime.
Il primo importante segnale di comunicazione è il tono della voce del parlante.
Anche la distanza interpersonale che gli individui mantengono quando interagiscono in una conversazione rappresenta un segnale. La distanza “normale” è tra il metro e venti e il metro e mezzo. Variazioni di qualche decina di centimetri in più e in meno provocano sensazioni di disagio.
Se un individuo che comunica si protende in avanti rispetto all’altra persona, egli esprimerà un atteggiamento più positivo rispetto a colui che invece si sposta all’indietro.
Il termine postura è utilizzato per indicare la posizione che l’individuo organizza nello spazio con la totalità del suo corpo. Chi presenta una postura rilassata è certamente a proprio agio nella situazione, viceversa una postura rigida dichiarerà uno stato di tensione emotiva.
Durante la conversazione gli interlocutori producono dei movimenti, ma sono assai diversi tra chi parla e chi ascolta. Principalmente chi parla tende a sottolineare ciò che sta dicendo con dei gesti per ridurre la possibilità che chi ascolta fraintenda il messaggio complessivo. Chi ascolta tende a fornire al parlante delle risposte (movimenti del capo, mimica facciale).
Infine gli individui sono naturalmente più propensi a inviare sguardi alle persone che preferiscono piuttosto che a quelle che non gradiscono. Lo sguardo è indice di potere nella relazione: quando un interlocutore mantiene insistentemente lo sguardo sull’altro che invece spesso guarda altrove, si può ritenere che il primo possegga un ruolo di maggior potere.
V.i. Il linguaggio del corpo nel cinema e nell’arte
Il vero iniziatore della scienza del linguaggio del corpo fu Charles Darwin che, in un’opera del 1872, “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, avanzò l’ipotesi, ampiamente dimostrata dalle ricerche successive, che gran parte del comportamento gestuale dell’uomo è universale e geneticamente ereditato. La scienza che studia il linguaggio gestuale è la fisiognomica, cioè quella disciplina scientifica che si propone di dedurre caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai suoi lineamenti e dalle espressioni del corpo.
I pionieri del linguaggio del corpo usato come mezzo per comunicare sullo schermo furono, intorno agli anni ’20 del Novecento, gli attori del cinema muto, che trasmettevano i sentimenti al pubblico usando solamente gesti e segnali corporei. Tra questi, Charlie Chaplin è il più rappresentativo. Famoso il suo film “Il Grande Dittatore” con il quale riuscì a trattare, in chiave satirica per l’epoca, l’argomento della comunicazione dei dittatori nei confronti delle masse.
Nell’ambito prettamente artistico, l’avanguardia degli anni ’70 della Body Art è l’esempio del linguaggio del corpo usato come modello di espressione: in questo caso il linguaggio del corpo non si identifica solamente nelle espressioni facciali, ma l’artista tende a limitare la propria azione al proprio corpo: il pubblico quindi non legge l’opera per capire le intenzioni dell’artista, ma leggerà direttamente l’artista essendo diventato lui stesso l’opera d’arte.
V.II. Gergo giovanile: lo specchio di una società che cambia
La storia di una lingua è anche storia dei gerghi che, adoperati nella quotidianità, possono passare nella scrittura fino a entrare in certi generi letterari (vedi p.es. le parole prese dal gergo giovanile: lecchino, tosto, imbranato, sputtanare, sfiga, pompato, gufare, ciospo).
I gerghi sono linguaggi fortemente espressivi, fatti per comunicare oralmente, linguaggi speciali che hanno due principali ragioni d’esistere: dare un segnale della propria appartenenza solidale a un gruppo, non farsi capire facilmente da chi è estraneo al gruppo.
I gerghi più noti sono quello dei giovani, dei politici, dei militari e soprattutto quello della malavita, che nasce col preciso scopo di garantire la segretezza delle comunicazioni.
Normalmente, i termini gergali non malavitosi, quando escono dall’ambito del gruppo in cui sono usati, tendono ad essere utilizzati solo a livello scherzoso-familiare e per lo più vengono presto dimenticati e superati da termini nuovi. Per loro stessa natura di linguaggi tipici di gruppi in continua evoluzione, questi gerghi sono per così dire generazionali e hanno una diffusione per lo più circoscritta a un territorio abbastanza limitato.
È facile tuttavia che molti termini o espressioni gergali vengano diffusi a livello nazionale dal cinema, dalle canzoni, dalle cronache giornalistiche, finendo così per entrare stabilmente nel lessico dell’italiano comune: pivello (“giovane alle prime armi”), strizza (“paura”), grana (“denaro” o “seccatura”), frana (“imbranato”).
Dagli anni ’60 in poi il parlare gergale diventa sempre più diffuso: proviene da ambiti politici (i sessantottini, gli indiani metropolitani, il movimento della pantera…), musicali (punk, metallari…) e ludici (i paninari).
Colloquiale, gergale, sboccato… il linguaggio giovanile è fatto di parole sconosciute agli adulti o di parole note, ma usate con significati particolari. Parole che cambiano in fretta, ma che lasciano il segno e caratterizzano intere generazioni. Termini ed espressioni provengono direttamente dalla strada, dai bar, dai pub, dai circoli, dalle discoteche, dai ritrovi pomeridiani e anche dalla scuola; moltissime espressioni non sono che reminiscenze del dialetto dei genitori o dei nonni. Tante espressioni provengono anche dagli spot pubblicitari, dai film, dal gergo dei drogati, dai testi della musica rock, rap, ecc.: il tutto viene rimescolato senza pietà e il prodotto finale è una miscela che fa impallidire i “puristi” della lingua italiana.
VI. Mezzi di comunicazione
VI.i. Giornali e riviste
La stampa è la più antica tra la tecnologie che hanno a che fare con la produzione e la distribuzione di informazioni. Per alcuni secoli le macchine da stampa hanno prodotto quasi esclusivamente libri, ma a partire dal Settecento vennero fondati e pubblicati i primi giornali e le prime riviste.
Dalle prime testate settecentesche ad oggi, i giornali sono molto cambiati. La loro trasformazione è in parte dovuta all’evoluzione tecnologica ed in parte alla diffusione dell’alfabetizzazione.
Le nuove tecnologie permettono la pubblicazione di quotidiani e riviste con molte pagine ricche di colori ed immagini, mentre il loro contenuto è adatto ai lettori che oggi, nella grande maggioranza, hanno un grado di alfabetizzazione medio o elevato.
VI.ii. Radio e televisione
Nel Novecento nascono prima la radio poi la televisione, due mass-media che portarono l’informazione direttamente nelle case.
Voci, suoni, immagini, colori da ogni parte del mondo da allora possono entrare nel salotto di casa nostra, in qualsiasi momento, semplicemente premendo un tasto.
La radio nacque agli inizi del Novecento, grazie al grande lavoro di ricerca svolto da Guglielmo Marconi, premio Nobel per la fisica nel 1909. Oggi la radio ha principalmente una funzione ricreativa: è il canale preferenziale per la diffusione della musica.
La televisione nacque ufficialmente, nel 1936, in Gran Bretagna. Solo alla fine della seconda guerra mondiale fu introdotta anche in Italia, il 3 gennaio 1954.
La TV si è imposta grazie alla forza delle immagini che rappresentavano un elemento di grande fascino e di presa immediata sul pubblico, diventando un punto di riferimento per la vita familiare, tanto che è stata anche ribattezzata “il nuovo focolare domestico”.
Il suo ruolo sociale è stato importantissimo: in una prima fase ha contribuito in maniera decisiva alla diffusione, in Italia, della lingua italiana presso una popolazione che in gran parte parlava ancora prevalentemente i dialetti locali, mentre poi ha collaborato alla diffusione di mode e culture, spesso importate dall’estero.
La televisione, con l’avvento della pubblicità, ha modificato il suo scopo primario che era quello di distribuire informazioni ed intrattenere il pubblico. La scelta dei programmi oggi è condizionata dal numero di telespettatori.
Qualsiasi trasmissione viene monitorata e ne viene calcolato l’audience, ossia il numero di telespettatori che presumibilmente l’hanno vista. Successivamente viene calcolato lo share, cioè la percentuale di persone che hanno visto un determinato programma, rispetto al numero di persone che in quel momento guardavano la TV. Si cerca di tenere alti questi due parametri per poter vendere ad un prezzo sempre più alto gli spazi pubblicitari.
VI.iii. La frontiera della comunicazione: Internet
Il mezzo del futuro, anche se già esistente, sono le reti telematiche. Si tratta di reti simili a quelle telefoniche, ma adatte a trasmettere una grande quantità di dati e informazioni, in forma di testo, suono o immagine.
Le origini di Internet risalgono al 1974, quando il professor Vint Cerf scoprì che i computer raggiungono il massimo dell’efficienza quando sono in connessione tra loro. Da qui nacque l’esigenza di far lavorare assieme tutti i computer: tale sistema prese il nome di Internet.
Nel 1989 i ricercatori del Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare di Ginevra idearono il World Wide Web, più semplicemente indicato come Web.
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