Estratto del documento

Liceo Classico E. Repetti

Francesco Egori

Anno scolastico 2014/2015

IIIC

L’arte di sedurre la folla

“Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu sei. E quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti” (Il Principe, cap. XVIII).

La risposta delle masse è di sinistra con un lieve cedimento a destra (Destra Sinistra, Giorgio Gaber).

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1. Presentazione

È da questa immagine che, a gennaio, mi è venuto in mente di scrivere questa tesina. Guardando quella foto mi sono domandato come mai le avevo creduto, rendendomi conto di non essere altro che una “vittima” di un modo di pensare (Ministri italiani = corruzione).

Mi sono chiesto quanti prima di me, in altri contesti socio-politici, avranno guardato un ministro, un re, un imperatore o un dittatore, lasciandosi persuadere dalla loro fama o da come erano stati dipinti.

Sono così andato a ricercare e ad analizzare tutte quelle grandi figure che hanno fatto la Storia, ben consapevole che, se da un lato vi è un grande seduttore, dall’altro vi è un personaggio a cui spetta sempre il ruolo di farsi sedurre: la folla.

È essa che sceglie di cedere al sogno dell’uomo politico, ma è a esso che spetta costruirlo, se non nella realtà, almeno nella fantasia di chi lo ascolta.

Per quanto l’argomento, poiché il volersi elevare sopra l’altro è insito da sempre nell’uomo, sia vastissimo, ho guardato soprattutto alla nostra Italia, Paese da sempre attraversato da Conquistatori, Re, Imperatori e grandi personalità politiche e culturali, tra le quali vi è colui che, qualche secolo prima di questo scritto, ha indagato con tanto successo questo rapporto da essere considerato il fondatore del pensiero politico: Niccolò Machiavelli.

Egli, nel suo “Il Principe”, dettò le nozioni basilari per l’immagine della personalità politica di successo, una su tutte, che fu scandalosa per l’epoca, il considerare la politica distinta dalla moralità.

La sua opera divenne il “Vademecum per l’uomo di governo”, e sarà commentata da molti (ricordiamo, tra tutti, i 3 Presidenti del Consiglio: Benito Mussolini, che espose il libro e il suo commento per il decennale della Rivoluzione Fascista, allestita nel 1932 al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Bettino Craxi, anche se si limiterà solo a firmare il commento scritto dall’allora direttore dell’“Avanti” Franco Gerardi, e Silvio Berlusconi, che nel 2001, inviando un opuscolo a milioni di italiani, scriverà di sé, nel capitolo “I piccoli segreti di Silvio”: “Nelle sue biblioteche accanto a migliaia di volumi, trovano un posto particolare i libri di cui ha personalmente curato l’edizione, tra cui Il Principe di Niccolò Machiavelli con le annotazioni di Napoleone”).

Tornato al mio scritto, che di geniale avrà quanto successo, si prefigge di indagare il rapporto tra potente e massa, focalizzandosi sul personaggio pubblico e su come questo abbia utilizzato quell’arte che, forse, è la più antica di tutte: l’arte di sedurre.

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Le nozioni basilari per l’immagine della personalità politica di successo, una su tutte, che fu scandalosa per l’epoca, il considerare la politica distinta dalla moralità.

La sua opera divenne il “Vademecum per l’uomo di governo”, e sarà commentata da molti (ricordiamo, tra tutti, i 3 Presidenti del Consiglio: Benito Mussolini, che espose il libro e il suo commento per il decennale della Rivoluzione Fascista, allestita nel 1932 al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Bettino Craxi, anche se si limiterà solo a firmare il commento scritto dall’allora direttore dell’“Avanti” Franco Gerardi, e Silvio Berlusconi, che nel 2001, inviando un opuscolo a milioni di italiani, scriverà di sé, nel capitolo “I piccoli segreti di Silvio”: “Nelle sue biblioteche accanto a migliaia di volumi, trovano un posto particolare i libri di cui ha personalmente curato l’edizione, tra cui Il Principe di Niccolò Machiavelli con le annotazioni di Napoleone”).

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solo a firmare il commento scritto dall’allora direttore dell’“Avanti” Franco Gerardi, e Silvio Berlusconi, che nel 2001, inviando un opuscolo a milioni di italiani, scriverà di sé, nel capitolo “I piccoli segreti di Silvio”: “Nelle sue biblioteche accanto a migliaia di volumi, trovano un posto particolare i libri di cui ha personalmente curato l’edizione, tra cui Il Principe di Niccolò Machiavelli con le annotazioni di Napoleone” ).

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Note

  1. Il Principe e altri scritti, A. Manetti, Edizioni Bignami 1993.
  2. Catalogo della Mostra della Rivoluzione Fascista, rist. anast., Milano, Edizioni del Nuovo Candido, 1982, p. 226.
  3. Per dovere di cronaca si riporta che Napoleone Bonaparte non scrisse mai alcun commento all’opera di Machiavelli, e che i Commentaires napoleonici citati sono un raffinato falso, diffuso a Parigi dall’abbé Aimé Guillon de Montléon nel 1816.
  4. Una storia italiana, Coordinamento Redazionale di Sandro Bondi, p. 27.

Scritto, che di geniale avrà quanto successo, si prefigge di indagare il rapporto tra potente e massa, focalizzandosi sul personaggio pubblico e su come questo abbia utilizzato quell’arte che, forse, è la più antica di tutte: l’arte di sedurre.

2. Pericle

Durante il V secolo, ad Atene, città natale della democrazia, si distinse sulla scena politica della polis la figura di Pericle (495-429 a.C.): abile comandante militare e fine statista, cui fu affidato per oltre un trentennio il governo cittadino.

Sotto la sua egida, Atene conobbe un periodo di grande espansione, incoronamento di ciò fu la Lega Delio-Attica, e la crescita culturale sia in ambito artistico, come dimostra la ristrutturazione dell’Acropoli, sia letteraria, con la nascita della storiografia grazie a Erodoto o della retorica grazie ai tribunali, sia filosofica, con Socrate, Platone, i cinici e i sofisti.

Pericle fu il primo a capire che la grandezza di Atene non doveva palesarsi soltanto a un pubblico ristretto, che sapeva leggere e scrivere, ma doveva pervadere anche quegli strati di popolazione che sino ad allora non erano stati al centro della politica imperialista, ma l’avevano permessa, facendo parte dell’esercito a Maratona, Platea e Samo.

Vennero, così, costruiti, sotto la direzione dell’architetto Fidia, i monumenti più grandiosi, i cui resti sono ancora oggi visibili, come il Partenone e l’Eretteo.

Il primo è il monumento che più rappresenta il messaggio che Pericle vuole far arrivare al popolo: la civiltà ha avuto la meglio sulla barbarie, l’ordine ha prevalso sul caos, la razionalità umana ha trionfato sulla violenza bestiale.

Perché il messaggio fosse chiaro a tutti, non si servì della scrittura, ma dell’immagine: ecco che fece realizzare novantadue metope decorate con episodi della Gigantomachia, dell’Amazzonomachia e della Centauromachia.

Per un ateniese del V secolo, non sono solo le immagini del mito, ma della guerra che è appena terminata e che ha visto il trionfo degli Elleni, guidati da Atene, sui Persiani.

Insieme all’Acropoli anche l’agorà, l’antica piazza pubblica, fu oggetto di una vasta opera di rinnovamento: il perimetro della piazza venne chiuso da grandi porticati, venne riedificato il bouleuterion (luogo in cui si riuniva la Boulé) ed è a questo periodo che risale il primo impianto del teatro di Dioniso, il più importante di Atene.

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Proprio il teatro fu, assieme alle raffigurazioni, lo strumento più usato per la ricerca del consenso politico o per la critica a esso: le tragedie, come quelle di Eschilo (citandone alcune: Persiani, Sette contro Tebe), volevano esaltare il valore guerriero e la vittoria ateniese, mentre, per esempio, le commedie di Ermippo miravano a criticare i nemici di Pericle (un frammento raffigura Pericle torturato dalla puntura di un feroce Cleone).

È da ricordare che a teatro non andavano solamente i cittadini ateniesi, ma anche le delegazioni delle altre poleis che assistevano, così, non solo a un mero spettacolo, ma alla celebrazione politica e sociale della superiorità ateniese su ogni altro popolo.

Oltre a ciò, per i caduti di Platea, vennero erette monumentali tombe a tumolo sul luogo dello scontro e vennero istituiti agoni atletici panellenici, gli Eleuthèria, con scadenza quadriennale.

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Chi, dunque, aveva combattuto e dato la vita per salvare l’indipendenza degli Elleni, era celebrato come un eroe del mito.

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Un’altra intuizione politica periclea fu il ruolo che la Lega Delio-Attica avrebbe potuto giocare per salvaguardare la politica estera ateniese e, così, il grande statista fece spostare il Tesoro (che sarà impiegato per l’abbellimento della città) da Delo ad Atene, abolì l’assemblea della Lega, trasformò questa da confederazione marittima democratica ad atenocentrica e da antipersiana ad antispartana.

Pericle, poi, si era reso conto che nella situazione politica ateniese era il popolo a comandare e fu quindi il primo ad elevare le condizioni delle masse popolari con la distribuzione di terre tolte ai nemici, con stipendi e contributi per assistere agli spettacoli teatrali, assicurandosi in questo modo la maggioranza dei votanti.

Capì che la politica non doveva più rivolgersi a una nobiltà, ma alla folla. Questo, tuttavia, non significava per forza “democrazia”, ma poteva, se saputo ben amministrare, trasformarsi in “monarchia senza corona”.

Pericle lo comprese e riuscì, riducendo il prestigio dell’Areopago, a consolidare il proprio potere.

Si aggiunge, poi, a una così grande intelligenza politica, a una cerchia illuminata di amici e a una leadership indiscussa, una ottima capacità oratoria, tanto che Platone scriverà di lui: “Mi sa che, verosimilmente, ottimo amico, il più completo di tutti nell’ambito dell’oratoria sia stato Pericle”.

L’immagine pubblica dello statista, inoltre, fu assolutamente ineccepibile: serio (“si distingueva per il suo volto austero ed impassibile, che non indulgeva mai al riso, per la grazia del portamento e dell’abito, che, pur nell’incitazione del parlare, non si scomponeva mai, per il tono inalterato della voce e per altre simili doti che riempivano tutti di stupore”), rispettoso degli dei (“ogni qual volta dovesse parlare in pubblico, prima di salire la tribuna, usava pregare gli dei affinché non proferisse alcuna parola impropria”), incorruttibile (“si teneva lontano dalla corruzione, anche se non era del tutto indifferente al danaro”) e magnifico persuasore (“Ogni volta che lo butto giù sostiene di non essere caduto e lo dice con una tale sicumera da convincere tutti i presenti e farsi assegnare la vittoria”).

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Una immagine fin troppo perfetta, ed è risaputo che “le bugie dei vincitori diventano storia mentre quelle dei vinti vengono scoperte”, e Pericle fu sempre un vincitore.

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Note

  • Plutarco, Pericle, 33.
  • Erodoto, 9, 84 Storie.
  • Plutarco, Vita di Aristide 21.
  • Plutarco, Vita di Pericle, 9, traduzione di Mario Scaffiti Abbate.
  • Platone, Fedro, Bur Rizzoli, 269 d, traduzione Roberto Velardi.
  • Plutarco, Vita di Pericle, 5, traduzione di Mario Scaffiti Abbate.
  • Quintiliano, Institutiones, XII, 9.
  • Plutarco, Pericle, XVI.
  • Plutarco, Vita di Pericle, 8, traduzione di Mario Scaffidi Abbate.
  • A. Petacco - La nostra guerra.

“Perfetto in ogni parte del corpo, egli aveva la testa oblunga e sproporzionata ed è per questo che tutti gli scultori l’hanno raffigurato con l’elmo per evitare che la messa a nudo di tale difetto potesse far pensare che volevano schernirlo.”

(Plutarco, Vita di Pericle, 3, traduzione di Mario Scaffiti Abbate)

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3. Alessandro Magno

Come ogni persona geniale, Alessandro III di Macedonia palesò la propria natura da giovanissimo: a solo 16 anni gli venne affidata la Macedonia durante una spedizione del padre contro Bisanzio e a 18 anni guidò brillantemente la cavalleria macedone contro il battaglione sacro tebano, annientandolo completamente.

Questa ultima impresa lo portò a litigare col padre che, comunque, due anni dopo morirà assassinato da Pausania di Oristide.

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In soli dodici anni conquistò dall’intero Impero persiano (dall’Asia Minore all’Egitto fino agli attuali Pakistan, Afghanistan e India settentrionale) fino ai confini della Cina, dopo aver eliminato chiunque potesse essere suo rivale.

C’è da dire che come maestro ebbe il grande filosofo greco Aristotele, che gli insegnò la scienza, la medicina, l’arte e la lingua greca, redigendo appositamente per lui un’edizione annotata dell’Iliade.

Come ogni grande imperatore-conquistatore capì che la sua forza risiedeva soprattutto nel suo esercito e per questo, durante le battaglie, guidava lui stesso le cariche, incitava i soldati e, una volta terminati gli scontri, usava premiare i meritevoli e far visita ai feriti, così che venisse visto dai suoi soldati non solo come un re o un dio, ma come uno di loro, pronto a morire per l’onore e la Patria.

Note

15. Il battaglione sacro tebano fu il corpo scelto dell’esercito della città di Tebe istituito da Gorgida intorno al 378 a.C. Gli storiografi antichi riportano che fu costituito da 150 coppie di omosessuali poiché, come scrive Plutarco in Vita di Pelopida per motivare questa particolarità: “Quando il pericolo incombe, gli uomini appartenenti alla stessa tribù o alla stessa famiglia tengono in minimo conto la vita dei propri simili; ma un gruppo che si è consolidato con l’amicizia radicata nell’amore non si scioglie mai ed è invincibile, poiché gli amanti, per paura di apparire meschini agli occhi dei propri amati, e gli amati per lo stesso motivo, affronteranno volentieri il pericolo per soccorrersi a vicenda”.

16. Amante e guardia del corpo di Filippo II di Macedonia.

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Intorno ad Alessandro Magno crebbe un’aura di leggenda quando ancora questo era in vita: sia perché si diceva discendesse da parte di padre da Eracle, e da parte di madre da Achille, sia perché molte erano le imprese che aveva compiuto.

L’immagine che si era costruito era quella del liberatore dal nemico persiano e del civilizzatore.

Basti pensare alla conquista dell’Egitto: nel novembre del 332 a.C. Alessandro, dopo aver superato il deserto e il lago Serbonide, giunse in questa terra e venne immediatamente accolto da una folla festante che lo acclamò liberatore e Faraone.

Qualche anno più tardi, si recò egli stesso al santuario oracolare di Amon e qui, forse per errore di pronuncia dell’oracolo, venne chiamato «Paidios» (figlio di Zeus).

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La grandezza politica di Alessandro non fu solo il volersi legare in rapporti diretti di sangue con le divinità o il saper amministrare ottimamente i rapporti con l’esercito o l’individuare nei Persiani un nemico comune per tutti i popoli, ma, soprattutto, il rispettare gli dei, i culti e le tradizioni delle popolazioni con cui veniva in contatto, cercando sia dei punti in comune con esse sia di porvi al centro la propria personalità.

Un esempio di questo ci viene sempre dall’Egitto: Artaserse III, sottomettendo nuovamente gli Egiziani, “uccise il toro sacro, che per quel popolo incarnava il dio Api, per poi consumarlo con i suoi, umiliando ancora una volta le popolazioni vinte”.

Alessandro fece l’opposto: arrivato a Menfi, volle fare un sacrificio per il toro, ingraziandosi, così, i sacerdoti egizi.

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Alessandro Magno, quindi, seppe destreggiarsi abilmente sia tra sacerdoti, soldati e popolazioni e la sua morte, avvenuta in un accampamento, non fece che aumentare l’aura di leggenda attorno alla sua figura.

Unica pecca della sua politica, tuttavia, fu il voler introdurre la “proskýnesis” (genuflessione) dinnanzi all’imperatore anche per i sudditi occidentali.

In realtà, più che un capriccio di un regnante, essa era una necessità: l’impero di Alessandro abbracciava sia l’Occidente greco sia l’Oriente.

In questo ultimo territorio, l’inchinarsi dinnanzi al regnante era una delle più importanti e quotidiane cerimonie.

Chiunque non la praticasse, implicitamente dichiarava di non accettare la figura del regnante e lo metteva in discussione.

Alessandro, volente o nolente, si trovò a dover istituire questa cerimonia persino per la corte greca che, anche per questo motivo, ordì una congiura contro di lui.

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In definitiva, Alessandro Magno fu un leader tollerante ed è proprio questa caratteristica che lo rese perfetto per un regno multiculturale.

Note

  • 17. Dio che, secondo il mito egizio, avrebbe deposto l’uovo cosmico primordiale da cui si sarebbe generata la vita. Amon o Ammone è l’equivalente di Zeus.
  • 18. Dall’Ararat alle sorgenti del Nilo Azzurro: viaggio storico urbanistico attraverso i paesi del mondo biblico, Alinea Editrice, 2002, Francesco Bandini, Capitolo VII.
  • 19. La congiura dei paggi.

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4. I Tolomei e la politica ellenista

Alla morte di Alessandro (323 a.C.) l’Egitto passò all’ufficiale dell’esercito macedone Tolomeo.

La propaganda filo-tolemaica dell’epoca voleva che esso fosse figlio illegittimo di Filippo II e dunque fratellastro del deceduto imperatore.

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Gli Egizi accettarono quasi immediatamente questo passaggio di potere e Tolomeo I Soter continuò la ristrutturazione di Alessandria d’Egitto, iniziata da Alessandro, per renderla capitale del suo regno: terminò la costruzione della biblioteca, del Museo e cominciò la costruzione del faro di Alessandria.

La politica che intraprese nel proprio regno mirava ad guadagnarsi il consenso della classe dirigente: promosse l’insediamento di coloni greci e macedoni, ponendo le basi per un nuovo assetto amministrativo e burocratico del regno.

Uno dei problemi che provò a risolvere fu quello della religione.

È bene ricordarsi che il regno alessandrino era multireligioso e multiculturale, vi risiedevano, infatti, Greci, Macedoni, Egizi ed Ebrei.

Tolomeo I cercò di trovare un culto “mediano” che fosse accettabile per le varie anime della città.

Nacque così il Dio Serapide: raffigurato barbuto come Zeus e Ade con un recipiente, il quale era associato dagli Egizi come simbolo di divinità e fertilità, e avente come animale a lui sacro il toro Api e il cane Cerbero.

Note

  • 20. Pausania, Periegesi della Grecia, 1, 6, 2.
  • 21. Curzio Rufo, Storie di Alessandro Magno, 9, 8, 22.

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Sintesi

Introduzione L'arte di sedurre la folla

Collegamenti

L'arte di sedurre la folla tesina

  • Storia: Pericle, Alessandro Magno, i Tolomei, Augusto, Nerone, Medioevo, Dal XV secolo a Luigi XIV, Rivoluzione francese, Bonaparte, il '900
  • Italiano: D'Annunzio, la figura (Fiume, il rapporto con la musica)
  • Storia dell'arte: il Partenone
  • Inglese: Orwell (1984)
  • Greco: Callimaco
  • Latino: circolo di Mecenate
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