“Non si giudica un libro dalla copertina”
“...Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti...” Moglia Giovanni, Classe 5B cl. 2013/2014
La scelta di parlare delle apparenze come maschere dietro le quali ci si nasconde nasce dalla lettura anni or sono del libro intitolato “L’eleganza del riccio” di Barbery Muriel che con molta semplicità mostra come in una società volta all’apparire, le due protagoniste scelgano stranamente di passare inosservate, celando la loro vera indole per non dare troppo nell’occhio.
Da una parte troviamo Renée, una portinaia cinquantatreenne di uno stabile parigino abitato da intellettuali tendenzialmente di sinistra, dall’altra c’è Paloma, una ragazzina di dodici anni altrettanto determinata a occultare i propri talenti al mondo borghese, piccola e minuziosa giudice dell’umanità, in perenne lotta con tutta la sua famiglia.
Renée incarna lo stereotipo della portinaia sciatta, grassa, pigra, perennemente presa dalla cura del suo gatto, scorbutica e teledipendente ma, mentre così si mostra agli occhi degli altri, in realtà è curiosa e coltissima: si interessa di arte, filosofia, cinema, musica classica e di cultura giapponese.
Paloma dal canto suo finge di essere come le coetanee sia nel vestiario sia nel comportamento a scuola dove non eccelle; ella è però un’attenta osservatrice del mondo che la circonda nei suoi pensieri profondi nei quali critica la mediocrità e la superficialità della gente con cui vive e confessa di volersi togliere la vita nel giorno del suo tredicesimo compleanno per reagire alla farsa della vita suicidandosi con i barbiturici e contemporaneamente dando fuoco all’appartamento in cui vive per cancellare le tracce della sua vita.
Tutto cambia quando entra in scena M. Ozu, un non più giovane giapponese che “cerca le persone e che vede oltre”, capace di trovare la vera essenza di Renée e Paloma al punto di smascherarle e “farle incontrare”. Questi saprà aprire il cuore della portinaia, farne uscire tutti i sentimenti ed i segreti più oscuri, liberarla dal peso del suo incognito durato quindici anni e, insieme a lei, farà capire a Paloma qualcosa in più sulla vita, qualcosa che nemmeno l’intelletto della ragazza aveva saputo cogliere.
L’idea che nel mondo contino più le apparenze della sostanza è quanto mai attuale ma anche autori del passato hanno affrontato con modi differenti tale contrapposizione.
Il filosofo tedesco A. Schopenhauer analizza la contrapposizione tra realtà (volontà) e apparenza (rappresentazione) nella sua grande opera “Il mondo come volontà e rappresentazione”.
Qui l’autore cerca di scoprire cosa si cela al di sotto della realtà e capisce che del mondo in cui viviamo possiamo solo avere un’idea.
La rappresentazione è ciò che noi vediamo, non ha alcun fondamento oggettivo, quindi ciò che noi riteniamo essere realtà è un semplice inganno, un’illusione.
Schopenhauer afferma infatti che la realtà è coperta dal “Velo di Maya” ed è compito del filosofo svelarla.
Maya era una divinità buddista che utilizzava il velo come strumento per far credere reali delle semplici illusioni.
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Tuttavia, secondo il filosofo, le percezioni che abbiamo della realtà non sono personali, tutti utilizziamo lo stesso meccanismo per cogliere i fenomeni, attraverso cioè i sensi e le percezioni siamo in grado di distinguerli, tramite le forme di spazio e tempo legate alla sensibilità e la causalità legata all’intelletto li rappresentiamo nella mente.
Egli paragona le forme a vetri attraverso cui la visione delle cose si deforma e per questo considera la rappresentazione ingannevole, traendo la conclusione che la vita è un sogno, cioè un tessuto di apparenze.
Per Schopenhauer la conoscenza si basa su due principi fondamentali:
- Principio di ragion sufficiente - che ci permette di collegare i fenomeni tra loro; si basa sulla causalità;
- Principio di individuazione - con cui cogliamo i particolari della realtà.
Secondo l’autore è possibile lacerare il velo di Maya e di conseguenza conoscere la realtà, perché l’uomo si coglie come fenomeno (oggetto di conoscenza) e con l’intelletto sente che esiste, perciò va oltre le apparenze.
Egli presuppone alla base del nostro essere una forza che chiama “volontà di vivere”: perché si colloca al di là dello spazio, unica, eterna, cieca, irrazionale, libera, perché è oltre il tempo, e perché non ha né una causa né un fine.
Schopenhauer vede perciò gli uomini come delle marionette nelle mani della volontà, padrona della nostra vita e mette in secondo piano il libero arbitrio e l’intelligenza umana.
Essa si manifesta in due modi:
- Tramite archetipi o modelli eterni di tutto ciò che esiste al di fuori dello spazio e del tempo;
- Tramite gli individui, manifestandosi in gradi differenti a seconda della maggiore o minore consapevolezza di un essere.
L’uomo risulta essere la creatura più infelice perché sa di esistere e comprende che alla base di tutto c’è la volontà di vivere.