Dipartimento di scienze sociali, politiche e cognitive
Corso di laurea in scienze del servizio sociale
Tra percezione e realtà: l’immigrazione e il problematico rapporto con la criminalità
Relatore Tesi di laurea di Prof. Andrea Valzania Eva Quercetti
Anno accademico 2019/2020
A mio fratello, il mio diamante più prezioso.
A mia madre, che ha sacrificato i suoi sogni affinché potessi realizzare i miei.
A mia nonna, che da lassù non ha mai smesso di illuminare i miei giorni.
Indice
- Introduzione ........................................................................................................................... 3
- 1. Immigrazione e criminalità: il quadro conoscitivo ............................................................ 6
- 1.1 L’approccio sociologico: Bauman, Schütz, Simmel e le teorie sociologiche sul comportamento deviante degli immigrati .......................................................................... 6
- 1.2 L’approccio psicologico: Freud, Tajfel e Moscovici ................................................. 12
- 1.3 L’approccio criminologico: immigrato reo e vittima ................................................. 16
- 1.4 Il quadro statistico in Italia: tra realtà e percezione ................................................... 20
- 2. Immigrazione e criminalità nel senso comune ................................................................ 24
- 2.1 La criminalizzazione dell’immigrato: l’uso del linguaggio e delle immagini da parte dei media ......................................................................................................................... 24
- 2.2 La Tautologia della paura, il Teorema di Thomas e la Self-fulfilling Prophecy Theory ......................................................................................................................................... 31
- 2.3 I reati culturalmente motivati: interpreti, traduttori e mediatori culturali in ambito giudiziario ........................................................................................................................ 37
- 3. Un focus di approfondimento: il caso delle donne straniere in carcere........................... 44
- 3.1 I dati e le problematiche della detenzione femminile straniera ................................. 44
- 3.2 Il trinomio prostituzione-immigrazione-criminalità .................................................. 49
- 3.3 Nel “vivo” del carcere: le immigrate detenute nella Casa Circondariale di Roma Rebibbia ........................................................................................................................... 54
- Considerazioni conclusive ................................................................................................... 62
- Appendice: lo strumento di intervista .................................................................................. 65
- Riferimenti bibliografici ...................................................................................................... 66
- Sitografia ............................................................................................................................. 71
- Ringraziamenti .................................................................................................................... 72
Introduzione
Il presente elaborato è finalizzato ad analizzare le modalità con cui si è formato, nel tempo, circa l’esistenza il comune sentire di un legame tra i flussi migratori e i reati commessi in Italia, paese in cui si osserva oggi un clima di crescente preoccupazione sulla presenza come una minaccia all’ordine pubblico. L’ostilità della popolazione straniera, percepita sociale nei confronti dello straniero, ha creato i presupposti per la realizzazione del binomio tra immigrazione e criminalità. La tesi ha messo al centro della propria analisi lo stereotipo dell’immigrato criminale e ha analizzato gli effetti che esso provoca. In particolar modo, è stata analizzata la relazione tra percezione e realtà, un nesso – com’è noto – alquanto problematico quando si parla di immigrazione.
L’elaborato si articola in tre capitoli al fine di comprendere le molteplici caratteristiche e dimensioni del fenomeno in questione.
Il primo capitolo è volto a spiegare il comportamento deviante degli immigrati da un punto di vista sociologico. A tal fine, viene analizzata la concezione dello straniero secondo Bauman, per il quale è visibile una sorta di timore nascente dall’impossibilità di gestire e rapportarsi con l’ignoto e l’incontrollabilità che caratterizza la persona migrante. Si fa cenno altresì al punto di vista di Schütz, secondo cui l’immigrato viene a trovarsi in una situazione permeata di disagio derivante dall’inattuabilità di far propri i nuovi modelli culturali con cui viene in contatto e, di conseguenza, sarà sempre visto come una sorta di ibrido da parte del gruppo sociale dominante. Si prosegue con la visione dello straniero proposta da Simmel, come contemporaneamente interno ed esterno al gruppo, vicino e lontano, confidente e potenziale nemico, una condizione che rende possibile una convivenza basata sulla tolleranza, seppur contaminata dal pregiudizio. Tale frame sociologico trova una conclusione con l’esposizione delle principali teorie sul comportamento deviante degli immigrati; la prima è denominata del conflitto di culture, la seconda della tensione e della privazione relativa, seguita poi dalla teoria del controllo sociale e da ultimo quella dell’etichettamento.
Successivamente, si sono messi in rassegna i principali approcci psicologici nel trattare della devianza dell’immigrato e del difficoltoso rapporto che quest’ultimo instaura con l’autoctono. A tale scopo, partendo dalla teoria proposta da Freud atta a fornire una spiegazione su come si sia sviluppato il timore nei confronti del diverso, di colui che proviene dall’ignoto, che suscita curiosità ma al
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contempo diffidenza, si arriva alla proposta teorica di Tajfel, che fornisce un quadro analitico sull’atteggiamento difensivo nei confronti dello straniero derivante dalla tendenza, da parte del gruppo dominante, a preservare la propria identità e a discriminare i membri dell’outgroup come inferiori. Da ultimo, si è analizzata la teoria delle rappresentazioni sociali di Moscovici, che esplica le modalità con cui è possibile rendere familiare ciò che è oscuro, ignoto, al fine di “accorciare” le distanze. A conclusione del capitolo sono presi in esame l’approccio criminologico all’immigrato reo e al ruolo che quest’ultimo può assumere come vittima, menzionando le problematicità riscontrate nel parlare di criminalità legata al fenomeno migratorio. A questo scopo, viene riportato anche un quadro statistico in Italia sui reati maggiormente commessi dagli stranieri facendo un parallelismo tra realtà e percezione.
Il secondo capitolo tratta del legame tra immigrazione e criminalità esistente nel senso comune, che si nutre anzitutto di immagini stereotipate veicolate dai Media, i quali si servono di un uso oltremodo tendenzioso del linguaggio e dei simboli. A sostenere quanto affermato, si dà ampio spazio alla trattazione delle modalità con cui, in particolar modo giornali e telegiornali, espongono fatti di cronaca nera che vedono protagonista l’immigrato reo e la vittima italiana, alimentando i pregiudizi e l’ostilità nei confronti di chi arriva nel nostro paese con un bagaglio non sempre affine a quello dell’autoctono. A seguire, viene riportato il concetto di tautologia della paura, ovverosia la tendenza, da parte del senso comune, a originare tautologie sociali tramite il sentimento del timore che crea conseguentemente un etichettamento negativo nei confronti degli outsider ancora prima di conoscerli. Oltre a ciò, si fa menzione del teorema di Thomas, il cui enunciato riporta: «Se gli uomini definiscono reali le situazioni esse saranno reali nelle loro conseguenze», per poter fornire una spiegazione al rapporto tra devianza degli immigrati e condanna sociale. Accanto alla teoria appena citata, viene altresì analizzata quella detta Self-fulfilling Prophecy Theory di Merton, che non solo spiega il meccanismo finalizzato ad alimentare l’idea che le disuguaglianze possano definirsi naturali, ma fornisce anche una delucidazione riguardo alla scelta delinquenziale compiuta da alcuni immigrati. Al termine del capitolo vengono citati i cosiddetti reati culturalmente motivati, assumendo l’esistenza di un nesso tra cultura e diritto penale e viene fatto un approfondimento sulle figure professionali di interpreti, traduttori e mediatori culturali in ambito giudiziario.
Il terzo capitolo riguarda la trattazione delle particolari problematicità vissute dalla fattispecie della donna immigrata in carcere. A tal proposito, viene esposta circa un’analisi
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i reati maggiormente commessi dalle straniere e le peculiarità che le rendono vulnerabili protagoniste del fenomeno migratorio collegato alla criminalità. In secondo luogo, vengono descritte le modalità e le implicazioni che caratterizzano il trinomio prostituzione-immigrazione-criminalità, in quanto è proprio il meretricio a interessare la maggior parte delle straniere che intraprendono una carriera deviante in Italia. Infine, si dà spazio alle considerazioni emerse dall’intervista semi-strutturata condotta ad un’operatrice dell’associazione di volontariato penitenziario ONLUS VIC CARITAS, che da sedici anni opera all’interno della Casa Circondariale di Roma Rebibbia femminile G. Stefanini. L’obiettivo è stato quello di entrare, attraverso il racconto di una volontaria dall’esperienza pluriennale, “nel vivo” delle problematicità della detenzione immigrata femminile, legate al background che spesso le priva di poter scegliere in propria autonomia quale condotta assumere una volta arrivate in Italia.
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1. Immigrazione e criminalità: il quadro conoscitivo
1.1 L’approccio sociologico: Bauman, Schütz, Simmel e le teorie sociologiche sul comportamento deviante degli immigrati
La società occidentale e, con uno sguardo più ampio, quella mondiale è oggi più che mai velata da un alone di ambiguità riguardante la “diversità” e, più specificamente la concezione dell’altro, dello straniero, che «è considerato il termine estremo di un’estraneazione rispetto alla cittadinanza» 1. Vi è una comune diffidenza nel rapportarsi con soggetti altri e questo è sostenuto da diversità politiche, etniche e religiose che plasmano la società odierna facendo emergere una serie di scenari sociali che vedono protagonista la distinzione, sempre più netta, tra società dei nativi e chi emigra. È possibile, a questo proposito, esemplificare tale visione in una sorta di equazione, secondo la quale il cittadino sta allo straniero come la cittadinanza sta all’emarginazione politico-sociale. Le marginalità sociali nascono infatti per effetto della sensazione di minaccia verso l’ordine sociale esistente che, secondo i gruppi predominanti, sarebbe provocata da chi viene dall’esterno. Nella rappresentazione usuale, cittadinanza è sinonimo di convivenza necessaria e ordinata; ad essa alcuni (i cittadini) possono prendervi parte, mentre altri (gli stranieri) ne vengono esclusi, impossibilitati ad integrarsi pienamente in una scena comune.
Nel pensiero sociologico il nuovo arrivato rappresenta una parte sociale a sé stante, scisso rispetto ai membri del gruppo sociale già radicato in quel dato territorio ed è proprio su questa chiusura, spesso accompagnata da un accostamento dei termini diverso e inferiore, che molti ricercatori hanno impostato i loro studi. L’incontro-scontro con lo straniero postmoderno e le conseguenti rivendicazioni delle varie culture che condividono il medesimo spazio fisico è stato un argomento di riflessione ampiamente argomentato dal sociologo polacco Zygmunt Bauman, secondo il quale l’immigrato suscita istintivamente timore e diffidenza a causa della sua difformità, poiché l’ignoto preclude qualsiasi modello d’azione preimpostato. Il termine che meglio esprime tale concetto è mixofobia, ovvero «la paura di dover affrontare dosi massicce e ingestibili di un ignoto non addomesticabile,
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repellente e incontrollabile» 2. Bauman afferma come «gli esseri mobili» 3, ovvero gli stranieri, siano paragonabili alla sporcizia, in grado di portare scompiglio nella società degli autoctoni, la quale è caratterizzata da ordine, regolarità e pulizia. Così, l’arrivo dell’immigrato fa vacillare l’equilibrio che sta alla base della sicurezza quotidiana, contaminando la “pura” società d’arrivo.
Risulta evidente, quindi, la difficoltà che lo straniero incontra nell’integrarsi, come ha evidenziato Alfred Schütz. Secondo il sociologo austriaco, lo straniero cerca di essere accettato o, almeno, tollerato dal gruppo a cui si avvicina che ha usi e costumi diversi dai suoi e che non gli permette di far proprio il modello culturale esistente. Tale situazione rende il nuovo arrivato un ibrido, che si trova in bilico tra due diversi modelli di vita senza sapere a quale appartenere. Egli deve imparare ad orientarsi, a capire come muoversi e reagire ai continui sconosciuti stimoli che provengono dal nuovo gruppo sociale, di cui il modello culturale è per lo straniero «un campo di avventura» 4.
Il sociologo tedesco Georg Simmel interpreta, invece, la figura dello straniero considerando la relazione noi-altro e spostando l’attenzione dal singolo individuo verso una dimensione più ampia, che si concretizza nel rapporto che il migrante instaura con la società che lo accoglie. Secondo Simmel lo straniero è contemporaneamente interno ed esterno al gruppo, vicino e lontano, confidente e potenziale nemico; una condizione simile alla figura del mercante in continuo movimento, che interagisce col gruppo
maggioritario ma, allo stesso tempo, è pronto ad andarsene in qualsiasi momento 5. Risulta evidente che in questa concezione la relazione che si crea è formata da elementi colmi di ambivalenza che insieme costituiscono una convivenza basata sull’integrazione ma al contempo lo straniero è il più facile capro espiatorio qualora sorgano problemi nel gruppo di autoctoni e avrà sempre collocazioni marginali. Il fatto di essere relegato ad uno spazio a sé stante ha reso l’immigrato stesso oggetto di pregiudizi che lo ritengono propenso a delinquere. Al contempo, sin dalle prime ondate migratorie dirette verso l’Italia, si sono verificati oggettivamente episodi in cui il deviante era uno straniero e ciò ha fatto nascere l’interesse nello spiegare sociologicamente tale fenomeno, considerando il comportamento
2 Bauman Z., Strangers at Our Door, Polity Press Ltd, Cambridge, 2016, p. 22.
3 Id., Il disagio della Postmodernità, Bruno Mondadori, Milano, 2002, p. 5. Con questo termine l’autore si riferisce allo straniero.
4 Schütz A., Lo straniero. Un saggio di psicologia sociale, in S. Tabboni, Vicinanza e lontananza. Modelli e figure dello straniero come categoria sociologica, Franco Angeli, Milano, 1993, p. 141.
5 Mentre Simmel paragona la figura sociologica dello straniero con quella del mercante, Schütz mette a confronto la figura dello straniero con quella del reduce che si allontana dalla sua terra natia per poi farvi ritorno in un secondo momento, sperimentando la sensazione di non riconoscersi più in essa a causa dei mutamenti verificatisi in sua assenza.
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deviante come la risultante del disadattamento sociale e dei sentimenti di esclusione e di frustrazione vissuti dall’immigrato nel Paese di destinazione. A tal fine, appare necessario innanzitutto comprendere la nozione di devianza, che in sociologia è definibile come un comportamento che si discosta dalle norme della collettività tanto che l’individuo (o un gruppo) che lo compie può conseguentemente venire isolato o sottoposto a trattamento correttivo e/o punitivo. Non si può ritenere che la devianza sia una proprietà di certe azioni, in quanto è piuttosto una qualità che deriva dai significati attribuiti a queste dai membri di una collettività o dalla grande maggioranza di essi 6. In una concezione relativistica un atto deviante per essere considerato tale deve necessariamente essere riferito al contesto socioculturale in cui si manifesta, poiché spostandosi in un altro luogo o società quello stesso comportamento potrebbe essere pienamente accettato. Bisogna considerare che la vita sociale è governata da norme condivise che, qualora non vengano rispettate, danno luogo a sanzioni individuando il trasgressore come deviante. Spesso il significato di devianza viene accomunato a quello di criminalità, ma i due concetti non sono sinonimi; infatti il secondo termine è più specifico riferendosi a quei comportamenti che violano la legge, ovvero ai reati. Tanto i criminologi quanto i sociologi hanno potuto concludere che i meccanismi di costruzione e di interazione sociale sono oltremodo influenti nella formazione del comportamento contrario alle norme, soprattutto applicando tale approccio allo studio della devianza degli immigrati 8. La costruzione sociale descritta inizia con la stigmatizzazione posta dalla società sullo straniero che diviene sia causa che effetto della sua emarginazione. A questo p
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