Università degli studi di Messina
Dipartimento di economia
Economia e Management d’impresa
Corso di laurea in: Management d’impresa
Curriculum:________________________________________________________________________________
Gli sprechi nel settore agroalimentare: riflessi economici e commerciali
Tesi di laurea di: Sergio Calabrò
Relatore: Chiar.mo Prof. Carlo Giannetto
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Anno accademico 2019/2020
Indice
Introduzione 3
Capitolo primo: Lo spreco e le perdite alimentari 6
– 1.1 Lo spreco nel settore agroalimentare Concetti introduttivi 7
1.2 Impatto sull’economia italiana 10
Quanto sprecano i paesi dell’Unione Europea?
1.3 13
1.4 Analisi pro-capite dello spreco in Italia e in Europa 18
1.5 Le nuove abitudini alimentari dettate dalla pandemia 22
Capitolo secondo: Le singole filiere agroalimentari 26
2.1 Le cause che determinano lo spreco nelle filiere agroalimentari 27
2.2 Gli alimenti più sprecati 30
2.3 I consumi nella ristorazione e negli hotel 34
1
L’ONU e il bipolarismo mondiale legato al cibo.
2.4 37
Capitolo terzo: Soluzioni al problema e nuove innovazioni. 40
3.1 Le principali associazioni, fondazioni e società contro lo spreco 41
3.2 Educazione Alimentare 45
3.3 Le nuove tecnologie digitali 47
3.4 Soluzioni per arginare le perdite alimentari 52
Conclusioni 54
Bibliografia 56
Sitografia 58
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Introduzione
Il tema degli scarti nel settore agroalimentare è ancora oggi uno dei temi più affrontati e discussi al mondo. Questo in quanto va a trattare tematiche di salute dell’uomo che legano insieme argomenti economici, e dell’ambiente che ci circonda.
Il problema può essere inteso sotto il punto di vista etico in quanto, nel mondo, se da un lato abbiamo circa 821 milioni di persone che muoiono di fame, e questo dato purtroppo tende a crescere, dall’altro abbiamo persone che mangiano troppo o in maniera errata.
Nel mondo, secondo i dati della Barilla Center for Food & Nutrition Foundation, si sprecano 1.3 miliardi di tonnellate di cibo all’anno che corrisponderebbero a circa 1/3 della produzione globale degli alimenti. La quantità di cibo sprecata lungo la filiera agroalimentare riuscirebbe da sola a sfamare le 821 milioni di persone che soffrono la fame.
La FAO (Food and Agricolture Organization of the United Nation) definisce lo spreco alimentare come “Qualsiasi cibo che lungo la filiera agroalimentare venga gettato via”. In questa definizione va intesa quindi qualsiasi tipologia di cibo che dal campo fino alla fase di post raccolta, trasformazione, produzione, distribuzione e consumo finale degli alimenti viene, per una qualsiasi ragione, destinata ad essere gettata nel cestino.
L’organizzazione suggerisce di suddividere gli sprechi in due categorie: perdite alimentari e sprechi alimentari. La prima categoria si riferisce agli sprechi che avvengono nella prima fase o nella seconda della filiera agroalimentare. La differenza più importante è che nei paesi in via di sviluppo gli sprechi avvengono principalmente per problemi infrastrutturali o per una mancanza di conservazione degli alimenti (Es. assenza di refrigeramento). Gli sprechi alimentari invece avvengono nelle ultime fasi della filiera, ovvero nei negozi, nei supermercati, e nelle case.
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Sprecare cibo non è solo una questione etica, ma anche un enorme danno economico, infatti sempre secondo la FAO, il valore economico stimato delle 1,3 tonnellate di cibo sprecato equivale a circa 750 miliardi di dollari l’anno.
La situazione in Italia nel corso degli ultimi anni è andata sempre più a migliorare, grazie soprattutto all’introduzione della legge “Gadda” del 2016 che ha promosso la redistribuzione degli avanzi di cibo per solidarietà sociale, riducendo così i 77 kg pro-capite (dati 2005) a 65 attuali.
In questo elaborato verrà analizzata la situazione relativa agli scarti alimentari, partendo dalla definizione degli stessi, per poi passare ad un effettivo esame dello spreco nelle singole filiere e concludere con il vaglio delle possibili soluzioni.
Nel primo capitolo verrà condotto uno studio del fenomeno sotto il profilo economico, analizzando il suo cambiamento nel corso degli anni. Verrà studiata la situazione italiana, se l’Italia è riuscita a contrastare il problema e in che modo, confrontandola poi con gli altri Paesi dell’Unione Europea con un’attenta analisi pro-capite per Stato membro.
Non si può, poi, fare a meno di menzionare la situazione attuale di pandemia da Covid-19, che ha portato una crisi economica e medica, ci si soffermerà però anche sul cambiamento che questa ha portato nel campo degli scarti del settore agroalimentare.
Nel capitolo secondo l’indagine si sposterà sugli sprechi nelle singole filiere, concentrandosi su quali siano i prodotti più scartati e di come avvenga lo scarto nei canali distributivi. Ci soffermeremo anche sui
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paradossi legati agli sprechi alimentari nel mondo, studiando il concetto di spreco anche sotto un punto di vista puramente etico.
L’elaborato si concluderà analizzando le possibili soluzioni al problema dettate dalle molte fondazioni che stanno nascendo negli ultimi anni per combattere lo spreco.
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Capitolo primo: lo spreco alimentare
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1.1 Lo spreco nel settore agroalimentare. Analisi introduttiva
“L’insieme – dei prodotti scartati dalla catena agroalimentare, che per ragioni economiche o per la prossimità alla scadenza del consumo, seppure ancora commestibili e quindi potenzialmente destinati al consumo umano – sono destinati ad essere eliminati o smaltiti” 1, questa la definizione data dalla Commissione Europea sul tema dello spreco alimentare.
Per spreco alimentare dobbiamo dunque intendere tutta quella parte di cibo ancora buona in termini di qualità e quantità che l’uomo decide di non consumare, derivante da azioni che vengono effettuate nella filiera agroalimentare dai rivenditori o dai consumatori stessi.
Parlando di spreco alimentare bisogna distinguere tra food Losses e food Waste: con il primo si intendono gli sprechi che avvengono nei processi di produzione agricola, partendo dal momento successivo al raccolto fino ad arrivare alla fase di trasformazione in prodotto finito; mentre con il termine food Waste si fa riferimento agli sprechi che avvengono nell’ultima fase della filiera alimentare, ovvero il momento della distribuzione e del consumo del prodotto finale.
Ogni anno viene sprecato circa un terzo del cibo prodotto nel nostro pianeta, questo secondo i dati riportati dalla FAO (Food and Agricolture Organization), agenzia delle Nazioni Unite che nasce nel 1945 con un’iniziale attenzione ai paesi in via di sviluppo; oggi l’agenzia è anche al servizio dei paesi considerati più ricchi ed è una delle principali fonti di conoscenza e informazione. Il suo compito è quello di porre un freno alla fame nel mondo e migliorare la sostenibilità del settore alimentare,
Relazione su come evitare lo spreco di alimenti: strategie per migliorare l’efficienza della 1 Caronna S., catena alimentare, 2011.
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promuovendo tecniche all’avanguardia nel campo dell’agricoltura e della pesca.
La FAO suggerisce di dividere gli sprechi alimentari in due categorie, a seconda che essi avvengano nella prima o nella seconda fase della filiera agroalimentare:
- Perdite alimentari: cibo che viene perso prima di arrivare ai punti vendita. Le perdite alimentari sono una diminuzione della quantità di cibo commestibile lungo la parte della filiera che porta al consumo umano;
- Sprechi alimentari: si verificano al termine della catena alimentare destinata al consumo umano. Il punto chiave in questo caso è il singolo individuo, in quanto si tratta degli sprechi che avvengono a livello domestico, ma anche nei ristoranti e nei negozi, come i supermercati, o in altri luoghi dove viene venduto cibo.
Sappiamo anche che nei paesi in via di sviluppo le perdite maggiori si hanno per l’errata gestione dei terreni agricoli, per la mancanza di infrastrutture adeguate o durante il trasporto. In Europa, invece, il 44% dei prodotti vengono scartati perché considerati imperfetti o restano invenduti ed infine circa il 42% dello spreco si verifica nelle nostre case per una serie di cattive abitudini. Si stima la perdita di circa 89 milioni di tonnellate di cibo, pari a 179 kg pro capite. Sprecare cibo significa anche sprecare risorse preziose quali acqua, terreno fertile, energia e lavoro.
In Italia lo smaltimento dei rifiuti alimentari genera un consumo d’acqua pari a 105 milioni di metri quadrati all’anno. Secondo Falasconi (2012) «Se poi consideriamo la quantità d’acqua usata per l’agricoltura, quella relativa alla quantità di cibo sprecato è di 5,3 miliardi di metri cubi
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all’anno, un quantitativo sufficiente a dissetare tutti gli abitanti del Kenya 2 per 270 anni».
Uno degli enti privati che in Italia si occupa di studiare e descrivere l’andamento degli scarti alimentari è la Barilla Center for Food and Nutrition (BCFN) che ha identificato nuove possibili cause che hanno portato ad un grosso aumento di scarto di sostanze commestibili negli ultimi anni:
- Crescita dell’urbanizzazione, che ha portato sempre più gente nelle città e di conseguenza all’esponenziale aumento di trasporti del cibo e all’accumulo di quest’ultimo nei magazzini dove rischia di andare perso o scartato.
- Aumento del reddito a disposizione delle famiglie, che ha modificato lo stile alimentare dell’uomo, portandolo sempre di più al consumo di carne, pesce, frutta e verdure fresche, tutti questi prodotti risultano però avere un tasso di deperibilità superiore rispetto ad alimenti come patate o semi di cereali e di grano saraceno.
- La grande distribuzione organizzata (GDO), in quanto anche in paesi come Messico, Perù e Brasile si è diffusa la necessità di migliorare la sicurezza alimentare con la conseguente evoluzione degli standard. Il che ha portato ad un aumento di prodotti alimentari sul mercato e quindi ad un aumento dello spreco.
La definizione di rifiuto alimentare è invece fornita dalla FAO: “Ogni sostanza commestibile cruda o cotta che viene scartata o si intende 3 scartare o è necessario scartare”.
2 Segrè A e Falasconi L, il libro blu dello spreco in Italia: Edizioni Ambiente, 2012
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La Commissione Europea inserisce gli alimenti con data di scadenza superata nella categoria dei rifiuti, con la Direttiva (75/442)EEC emanata nel 1991 (91/150).
I rifiuti, come lo scarto, vengono a crearsi durante il processo produttivo anche se la quantità di scarto vera e propria è difficile da quantificare. Una grossa parte di cibo viene persa nei magazzini a causa di insetti, questa causa viene registrata principalmente nei paesi con un clima particolarmente caldo e umido, poiché queste caratteristiche favoriscono la riproduzione di microorganismi. In Italia lo smaltimento dei rifiuti alimentari genera un consumo d’acqua pari a 105 milioni di metri cubi all’anno.
Alcuni cibi a causa dei problemi descritti precedentemente possono perdere valore nutrizionale, valore calorico e soprattutto commestibilità e di conseguenza risulteranno impossibilitati alla vendita.
Essendo quello dello spreco alimentare un problema che interessa l’intero pianeta la FAO e le Nazioni Unite hanno istituito il 29 settembre come “Giornata Mondiale di sensibilizzazione sulla perdita e lo spreco alimentare” al fine di promuovere una maggior consapevolezza riguardo questo problema e cercare di abbatterlo.
1.2 Impatto sull’economia italiana
Lo spreco alimentare sotto il profilo economico in Italia incide in modo profondo soprattutto sul PIL. Secondo i dati riportati dalla FAO di Roma lo spreco alimentare vale come lo 0,88% del PIL italiano (valori a prezzi 4 correnti fonte Istat), oltre 15 miliardi di euro che non sono altro che la
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somma degli sprechi delle filiere e dello spreco alimentare. 3 miliardi di euro sono derivanti dallo spreco nelle filiere produttive e di distribuzione, ma i dati più allarmanti arrivano dallo spreco domestico che corrisponde a quasi 12 miliardi di euro, analizzato attraverso i test dei Diari di Famiglia (alle famiglie viene chiesto di scrivere ogni giorno e ad ogni pasto un diario di ciò che buttano, che verrà poi verificato con gli scontrini e con l’analisi della spazzatura).
I distributori, pur avendo adottato, nella filiera, dei comportamenti volti ad evitare lo spreco e avendo attuato delle misure di recupero del cibo che si trova in prossimità di scadenza, non riescono comunque a colmare alcuni vuoti. Secondo Falasconi «Da alcune stime svolte all’interno di un ipermercato tra il 2000 e il 2001 risulta che lo spreco rappresenta circa l‟1,5% del fatturato e di questo circa il 95% 5 potrebbe essere ancora utilizzato». I dati aggiornati, fortunatamente, riportano, tramite il progetto Reduce (2018), una stima italiana di perdita di cibo pari a 220 mila tonnellate, 2,89 kg/pro-capite, corrispondenti a 18,7 kg di prodotti commestibili sprecati ogni anno per metro quadrato di 6 superficie di vendita.
Nei luoghi pubblici come scuole, università, ospedali, invece, lo spreco di cibo risulta avere una grossa ripercussione sui conti pubblici. Nelle scuole viene stimato un avanzo medio di quasi 100g nei piatti degli studenti nelle mense. Negli ospedali la stima è di circa il 40% del cibo derivante da 7 colazione, pranzo, cena che finisce nella pattumiera, di conseguenza il danno economico è importante considerando che il costo medio di un pasto è compreso tra i 10 e i 20 euro e in Italia vengono rilevati 10 milioni di ricoveri l’anno.
5 Segrè A, Falasconi L., abbondanza e scarsità nelle economie sviluppate, per una valorizzazione sostenibile dei prodotti alimentari invenduti, Franco Angeli, 2002
6 https://www.sprecozero.it/cose-il-progetto-reduce/
7 https://www.nonsprecare.it/ospedali-spreco-cibo-recupero-pasti
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Secondo le interviste fatte agli italiani la maggior parte dello spreco deriva dalla filiera di produzione e dalla vendita al dettaglio anche se i dati riportati dalla FAO manifestano esattamente il contrario. Il fondatore di Last Minute Market, Andrea Segrè, afferma che «La percezione degli italiani è ancora poco consapevole della necessità di una grande svolta 8 culturale nella gestione del cibo a livello domestico», promuovendo la campagna Spreco Zero (avviata da Last Minute Market nel 2010).
Lo stesso Segrè ha individuato il comportamento errato delle famiglie nei supermercati:
- Distrazione, dovuta dalle varie offerte dei supermercati che portano i consumatori ad acquistare più prodotti rispetto a quelli che effettivamente servano o che siano scritti nella lista della spesa.
- Le scadenze, che possiamo suddividere in due categorie:
1. Da consumarsi entro, che indica il periodo entro il quale il prodotto può essere consumato in sicurezza, mantenendo intatti tutti i suoi principi nutritivi (Es. yogurt), quasi sempre questi tipi di prodotti, se prossimi alla data di scadenza, portano il consumatore a scegliere anche lo stesso prodotto ma con scadenza posticipata rispetto al precedente;
2. Da consumarsi preferibilmente entro, viene descritto da Segrè come “Scelta Commerciale” 9 in quanto a suo avviso si vogliono “ruotare gli scaffali”, dunque il consumatore è portato a non scegliere il prodotto anche se questo risulta essere ancora utilizzabile e perfettamente commestibile. In conclusione, i prodotti che riportano tale locuzione in realtà non scadono nella data indicata, essendo questa solo un consiglio da parte
8 Segrè A., Last minute Market, 2010.
9 Segrè A., TEDxBologna, 2012.
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dell’azienda produttrice per avere una maggiore freschezza del prodotto.
Queste cause determinano un costo a livello economico per le imprese produttrici che è pari a 20 milioni di euro.
Quello del cibo può essere visto come un paradosso in quanto: circa 800 milioni di persone nel mondo muoiono di fame; 1 persona su 4 è malnutrita e nel mentre 1 su 8 è considerata obesa. In Italia in generale vengono rilevati circa il 54,6 % di uomini in sovrappeso, mentre il tasso per le donne corrisponde a circa il 36,2% e quello dell’obesità a 11,2%. 10
Il danno derivante dagli sprechi alimentari oltre ad essere economico, risulta incidere anche sull’impatto ambientale: esso corrisponde a circa 11 24.5 tonnellate di CO2.
I cibi scartati che finiscono nelle discariche producono inquinamento perché quando vengono smaltiti producono gas serra, accelerando così il cambiamento climatico.
1.3 Quanto sprecano i paesi dell’Unione Europea?
In Europa le perdite causate dallo spreco alimentare in termini di chili corrispondono a 88 milioni di tonnellate di cibo ancora commestibile gettato nella spazzatura. Le stime aggiornate al 2017 del Parlamento Europeo riportano che queste perdite sono generate da: vendita al dettaglio/all’ingrosso, produzione primaria, ristorazione e catering, trasformazione degli alimenti e soprattutto dal nucleo familiare.
10 https://www.epicentro.iss.it/obesita/epidemiologiaitalia#:~:text=L
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