La libertà dei memi. Evoluzione, memetica e approccio Open
Laureando
Relatore
Ludovico Maria Ottolina
Simone Flaviano Pollo
La libertà dei memi. Evoluzione, memetica e approccio Open
Facoltà di Lettere e Filosofia
Dipartimento di Filosofia
Corso di laurea in Filosofia (L-5)
Ludovico Ottolina
Matricola 2031424
Relatore
Simone Flaviano Pollo
A.A. 2024-2025
La libertà dei memi. Evoluzione, memetica e approccio Open © 2025 di Ludovico Ottolina è concesso in licenza CC BY-NC-SA 4.0. Per visualizzare una copia di questa licenza, visitare https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/4.0/
Indice
- Introduzione 3
- 1. Le teorie evoluzionistiche 7
- 1.1 Charles Darwin e L’origine delle specie 7
- 1.2 Richard Dawkins e Il Gene egoista 12
- 1.3 Dawkins e il meme egoista 17
- Un approfondimento al meme egoista 22
- 2.2.1 Luci e ombre nella teoria del meme egoista 22
- 2.2 La definizione di meme 23
- 2.3 Strategie di sopravvivenza dei memi 31
- 3. L’open content e la Free Culture 38
- 3.1 Storia dell'approccio Open e della Free Culture 38
- 3.2 Dibattito e principi del Copyleft 49
- 3.3 Due esempi attuali: Wikipedia e i meme nei New-media 62
- 4. Conclusioni 72
- Bibliografia 77
Introduzione
La seguente tesi nasce dall’esigenza di approfondire quella che negli ultimi anni è stata definita disciplina memetica, tentando di indagare nello specifico la relazione tra i memi e le modalità con cui la conoscenza si trasmette da un individuo all’altro con una particolare attenzione all’Open Content e al mondo delle licenze Copyleft.
La disciplina memetica trova una sua prima formalizzazione compiuta nel libro di maggior successo di Richard Dawkins, Il gene egoista (1976), nel quale dedica un intero capitolo all’intuizione del meme egoista. Il meme egoista è un concetto eterodosso rispetto alla disciplina evoluzionista darwinista, poiché tenta di utilizzare i principi della biologia e della genetica per descrivere la modalità di trasmissione delle idee. Dal 1976, tra critiche e conferme, i memi sono diventati un argomento di continuo dibattito nel mondo accademico e scientifico.
L’Open Content è un concetto più complesso da definire con chiarezza, ha infatti trovato definizioni differenti nella sua breve storia. Si tratta di un approccio che ha dato vita da una parte a una serie di sperimentazioni pratiche, spesso anche di massa come Wikipedia o le licenze Linux, e dall’altra a una discussione non necessariamente sistematica e spesso esterna ai luoghi accademici. I teorici e gli studiosi dell’Open Content spesso sono coloro che si sono impegnati in prima persona a dare avvio a sperimentazioni di Open Content, dando vita a movimenti e strutturando il loro lavoro e la loro esistenza in un terreno di mezzo tra studio e attivismo. Proprio per questo motivo sarà necessario dare una definizione il più possibile solida e precisa al termine senza cadere in un approccio riduzionistico. Se dovessimo, per iniziare, dare una definizione introduttiva a l’Open Content ci possiamo riferire prima alla creazione delle Creative Commons di Lawrence Lessig e poi a una sua prima stesura formale risalente al 3 aprile del 2006, scritta nel corso del Summit Mondiale della Società dell’Informazione e che approfondiremo successivamente.
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La tesi ha la tensione ad avere un approccio materialista e scientifico, è necessario infatti misurarsi con la difficoltà e porre gli anticorpi a quegli approcci finalistici, ideologici e alle derive moralistiche che hanno caratterizzato la discussione sull’evoluzionismo pre-darwinista e caratterizzano gli ambienti dell’attivismo sostenitori dell’Open Content. La tesi si propone di studiare le interazioni tra la memetica e l’Open Content, non tanto inteso come invenzione umana da relazionare alla replicazione dei memi quanto come elemento da studiare intrinsecamente alla memetica e centrale per la comprensione di essa. Se, infatti, ad oggi si pensa all’Open Content come a un’invenzione, forse proprio come a un meme tra i tanti, il tentativo che facciamo qui è quello di pensare a quest’ultimo come a una caratteristica intrinseca alla legge di trasmissione dei memi e al loro processo evolutivo.
Risulta, però, fondamentale premurarsi anche dai rischi del riduzionismo con cui è facile scontrarsi quando proviamo a applicare regole biologiche alla conoscenza e alle idee, errore di cui spesso viene accusato Richard Dawkins e che approfondiremo successivamente.
Il testo si sviluppa in due macroaree principali. In una prima parte, e nello specifico nei primi tre capitoli, troviamo una trattazione che tenta di contestualizzare i due temi principali che vengono trattati, la disciplina della memetica e l’Open Content, ripercorrendo la storia da cui si originano e in cui si originano i due concetti, tracciando delle coordinate per dare delle definizioni abbastanza precise per la trattazione successiva e facendo ampio riferimento alla letteratura già esistente. Nella seconda parte, il quarto capitolo, si tenterà di percorrere un sentiero ancora poco battuto, trovando le relazioni che legano l’Open Content alla memetica nel contesto attuale di circolazione delle idee e della conoscenza.
La tesi, più nello specifico è suddivisa in quattro capitoli. Il primo capitolo prova a ripercorrere il sentiero che parte dalla teoria elaborata da Charles Darwin nel libro L’origine delle specie e arriva all’intuizione del meme egoista di Richard Dawkins passando per il testo in cui questa idea è contenuta, Il gene egoista. In
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questo capitolo si provano a mettere le basi per una comprensione chiara di un percorso durato più di cento anni e non ancora concluso, un percorso che si può dire aver rivoluzionato radicalmente dal 1859, anno di pubblicazione del capolavoro di Charles Darwin, la scienza moderna tanto nel suo contenuto quanto nel suo approccio. Quella di Darwin è infatti una tappa fondamentale per il processo di secolarizzazione del sapere iniziato già precedentemente. Richard Dawkins porterà poi questa intuizione alle sue estreme conseguenze, riconoscendo nel gene e non nell’individuo l’unità fondamentale e protagonista della selezione naturale, togliendo ulteriore centralità e privilegio, quindi, all’essere umano rispetto alle altre specie, tutte ridotte a essere macchine di sopravvivenza per i geni. Dawkins infine porrà un’altra sfida, forse ancor più dirompente, riconoscendo gli esseri umani (come unica specie) come macchine di replicazione di memi, di idee, indipendenti dall’individuo stesso, dalla sua volontà e libertà.
Il secondo capitolo mira ad approfondire il concetto di meme, ricostruendo gli studi fino ad ora condotti e analizzando il pensiero dei teorici successivi a Dawkins che si sono interrogati su questo tema. Per avere un quadro completo della teoria è necessario infatti capire in primis le critiche, le conferme e le domande aperte che lascia la teoria del meme egoista. Serve successivamente interrogarsi sugli sviluppi di quella che ormai è una vera e propria disciplina, la memetica, conoscendo i pensatori che l’hanno approfondita maggiormente (Blackmore, De Jong, Speel, Gabora).
In ultimo per la trattazione successiva sarà necessario approfondire, con l’aiuto degli autori sopracitati, due domande: “Qual è l’unità minima per cui si può parlare di meme?” e “Quali strategie di sopravvivenza adotta un meme?”
Alla luce di queste due domande è fondamentale, e nel corso della trattazione sarà ricordato più volte, che per quanto erroneo talvolta è utile attribuire caratteri antropomorfi ai geni e ai memi (come anche Dawkins fa) per rendere maggiormente chiaro il testo. Come vedremo, però, i geni e i memi non hanno intenzioni e non fanno scelte; quando parliamo di strategie di sopravvivenza, ovviamente, non parliamo di strategie consapevoli adottate dai geni e dai memi
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ma di elementi di una legge. Per chiarire questo concetto fondamentale può essere utile un esempio: se parliamo di una mela che cade da un albero e descriviamo il suo comportamento non parliamo di una sua azione intenzionale ma del suo comportamento necessario descritto dalla legge di gravitazione universale, lo stesso vale per i geni e per i memi.
Nel terzo capitolo si proverà a ripercorrere la storia dell’approccio Open, spesso non chiara, per arrivare alla definizione di quello che è l’Open Content. In questo capitolo si approfondirà il dibattito intorno a questo concetto che spesso si sviluppa all’interno di categorie etiche o politiche. Riuscire a entrare in profondità a questo dibattito sarà utile per tracciare una fenomenologia dell’Open Content ma anche per affrontare la trattazione dell’ultimo capitolo il più possibile distante da queste categorie lasciando spazio a un approccio scientifico e descrittivo.
Il quarto capitolo, in ultimo, tenterà di comprendere il ruolo del concetto di Open Content nella disciplina memetica. Verranno approfonditi i concetti di Copyright e Copyleft, di diritto d’autore, di contenuto aperto e libero provando ad andare oltre ad un approccio riduzionista che vede questi concetti come semplici memi tra i memi ma dandogli un ruolo centrale nella teoria memetica stessa e nel suo funzionamento interno.
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1. Le teorie evoluzionistiche
1.1 Charles Darwin e L’origine delle specie
Charles Darwin nacque nel 1809 in Inghilterra a Shrewsbury e morì nel 1882 a Londra. È tuttora complesso definire in modo preciso l’ambito di competenza dei suoi studi essendo stato uno studioso prolifico in varie discipline. In questo capitolo ci concentreremo su Charles Darwin inteso come biologo, naturalista e specialmente come teorico di una formulazione ben specifica e ancora egemone nel panorama scientifico dell’evoluzione della specie basata sul concetto di selezione naturale.
Il biologo inglese prese spunto da due studi: Principi di Geologia scritto nel 1830 da Charles Lyell e Saggio sul principio di popolazione pubblicato da Thomas Robert Malthus nel 1798. Charles Lyell fu un geologo nato in Scozia nel 1797 e morto nel 1875 a Londra, contribuì ad avvalorare la tesi dell’uniformitarismo (o attualismo), già proposta da James Hutton. L’attualismo sosteneva come i grandi cambiamenti siano frutto di un processo graduale. Lyell era inoltre amico di Charles Darwin tanto che sarà lui a spingerlo nella pubblicazione della sua teoria dell’evoluzione della specie per selezione naturale. Principi di Geologia è un trattato di geologia il quale sostiene come i fenomeni naturali del presente fossero capaci di spiegare con completezza le trasformazioni terrestri del passato se pensati su scale temporali molto lunghe. Le grandi trasformazioni non sarebbero quindi state provocate da catastrofi o eventi epocali ma da cambiamenti lenti, costanti e graduali (Lyell, 1830). Thomas Robert Malthus, invece, fu un economista, filosofo, pastore protestante e demografo inglese, considerato un precursore della sociologia moderna. Quello di Malthus è un testo di sociologia che mette in luce un problema cardine vissuto dall’umanità tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, ovvero il rapporto sempre più instabile tra umanità, e più nello specifico l’aumento della popolazione conseguente al miglioramento delle condizioni di vita, e l’ambiente. La popolazione umana secondo Malthus, conseguentemente alla prima rivoluzione industriale, si sarebbe trovata davanti a un problema di mancanza di risorse, la popolazione infatti al contrario delle risorse vede un incremento esponenziale (detto incremento
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geometrico) (Malthus, 1868). Darwin cogliendo dal primo alcuni spunti legati alla concezione gradualistica della storia naturale e dal secondo l’idea per la quale le specie combattano per un numero limitato (non infinito) di risorse iniziò a elaborare una sua prima teoria evoluzionistica.
Le intuizioni di Darwin trovarono alcuni primi riscontri durante il viaggio intorno al mondo che il biologo intraprese a partire dal 27 dicembre 1831 a bordo della nave Beagle. Questo viaggio che gli permise di visitare alcuni luoghi centrali per i suoi studi come le Isole Galapagos, Capo Verde, il Sud America e l’Australia gli diede la possibilità di approfondire e confermare sul campo una serie di idee che aveva sviluppato già in Inghilterra, la sua terra natia. Il viaggio della Beagle continuò per circa quattro anni, periodo in cui Darwin osservò l’ambiente circostante e le sue differenze tra le varie aree geografiche e raccolse organismi viventi e fossili lungo i vari continenti (Darwin, 1839) (Darwin, 1838).
Al suo ritorno C. Darwin iniziò a sistematizzare accuratamente le testimonianze e le prove raccolte durante il suo viaggio cominciando la stesura di quella che diventerà la sua opera maggiormente celebre, L'origine delle specie pubblicata solo il 24 novembre 1859. La teoria dell'evoluzione dello scienziato rifiutava totalmente la teoria dominante all’epoca, il creazionismo, a cui già negli ultimi anni del 1700 venivano poste le prime critiche. Il creazionismo è la credenza, ricostruita a partire dall’Antico Testamento, per la quale il mondo, l’universo e le specie viventi fossero state create dal Dio della tradizione ebraico-cristiana. Il creazionismo nega quindi l’evoluzione in generale e, anche nelle forme odierne maggiormente inclini ad accogliere l’interpretazione scientifica, nega la possibilità che la specie umana e le specie di animali non umani abbiano un’origine comune, uno stesso antenato (Omodeo, 2022). Darwin era ben consapevole che la sua scoperta sarebbe stata dirompente e di rottura rispetto al pensiero dominante e proprio per questo decise di aspettare quasi trent’anni di raccolta di ulteriori prove, di indagini e di studi per pubblicare una prima stesura del libro.
La teoria al centro del trattato è chiara e semplice quanto innovativa. Gli individui di una stessa specie e di specie diverse sono in competizione tra loro e lottano per
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sopravvivere in un determinato ambiente e per potersi riprodurre. La prole non ha esattamente gli stessi caratteri ereditari dei propri antenati mostrando sempre delle variazioni che saranno più o meno adatte all’ambiente in cui l’individuo vive. I caratteri ereditari vantaggiosi permetteranno all’organismo di vivere più a lungo e riprodursi maggiormente, facendo sì che sempre più esemplari abbiano il carattere vantaggioso nel loro patrimonio genetico. L’evoluzione si intende quindi come una progressiva e graduale accumulazione di caratteri vantaggiosi in un’intera specie, o in una determinata popolazione, in uno specifico ambiente mediamente stabile permessa dalla selezione naturale. La teoria della selezione naturale prevede che all'interno di tale variabilità di caratteri, derivante da mutazioni genetiche casuali, nel corso delle generazioni successive al manifestarsi della mutazione, vengano selezionate quelle mutazioni che portano gli individui ad avere caratteristiche più vantaggiose in date condizioni ambientali, determinandone, cioè, un vantaggio adattativo in termini di sopravvivenza e riproduzione (Darwin, 2019). La selezione naturale richiede quindi che la popolazione abbia delle differenze di caratteri tra i suoi individui, che esse siano replicabili e che influenzino l’idoneità riproduttiva. È fondamentale avere chiaro che il vantaggio che la variazione ereditaria garantisce si misura non tanto sul vantaggio rispetto alla sopravvivenza dell’individuo quanto sulla sua capacità di riprodursi (Williams, 1966). Il successo riproduttivo di un organismo viene detto Fitness e consiste nella capacità di trasmettere i propri geni alla generazione successiva in rapporto agli altri membri della popolazione. La fitness di un individuo si può misurare sulla base di quattro componenti: sopravvivenza, tasso di sviluppo, successo nell’accoppiamento e capacità di riprodursi. Per sopravvivere alla selezione naturale quindi non basterà essere adatti all’ambiente ma sarà necessario essere prolifici, un individuo sterile non avrà infatti nessuna possibilità di trasmettere il proprio patrimonio genetico. Darwin riassume i concetti fondamentali dell’evoluzione per selezione naturale in queste celebri ed esaustive righe.
Se in condizioni mutevoli di vita gli esseri viventi presentano differenze individuali in quasi ogni parte della loro struttura, e ciò non è discutibile; se a cagione del loro aumento numerico in progressione geometrica si determina una severa lotta per la
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vita in qualche età, stagione o anno, e ciò certamente non può essere discusso; allora, considerando la infinita complessità delle relazioni di tutti gli esseri viventi fra di loro e con le loro condizioni di vita, la quale fa sì che un'infinita diversità di struttura, costituzione e abitudini sia per essi vantaggiosa, sarebbe un fatto quanto mai straordinario che non avessero mai avuto luogo tante variazioni utili nell'uomo. Ma se mai si verificano variazioni utili a un qualsiasi essere vivente, sicuramente gli individui così caratterizzati avranno le migliori probabilità di conservarsi nella lotta per la vita; e per il saldo principio dell'eredità, essi tenderanno a produrre discendenti analogamente caratterizzati. Questo principio della conservazione, o sopravvivenza del più adatto, l'ho denominato selezione naturale. […] La selezione naturale conduce anche alla divergenza dei caratteri; infatti quanto più gli esseri viv
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