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Università degli Studi di Perugia - Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione

Corso di Laurea in Filosofia e Scienze e Tecniche Psicologiche

Stress lavoro correlato: la differenza di genere fa la differenza?

Candidato: Sheyla Piccotti

Relatore: Prof. Franco Cocchi

Anno Accademico 2024-2025

Indice

  • Introduzione
    • Introduzione al concetto di stress lavoro-correlato
    • Motivazioni e obiettivi
    • Struttura della tesi
  • Capitolo 1: Studi e ricerche in tema di differenze di genere nell’esposizione a stress sul luogo di lavoro
    • Evidenze statistiche
    • Studi dedicati
  • Capitolo 2: Principali stressors con incidenza differenziata per genere
    • Introduzione: la differenza tra genere e sesso
    • I principali stressors
    • Incidenza differenziata per genere: una lettura comparata
    • L’impatto degli stereotipi e delle aspettative sociali
    • I danni psicologici dello stress-lavoro correlato nelle donne
  • Capitolo 3: Differenze per genere nel documento di valutazione dei rischi come prima strategia di prevenzione nei contesti europei ed italiano
    • Utilità ed esemplificazioni
    • L’importanza dell’ottica di genere nella valutazione dei rischi. Strumenti e indicatori per una valutazione differenziata
  • Conclusioni
    • Proposte per il miglioramento delle condizioni lavorative delle donne
  • Bibliografia
  • Sitografia

Introduzione

Lo stress da lavoro correlato nel mondo contemporaneo rappresenta una delle più grandi fonti di disagio psico-fisico nei contesti occupazionali, con pesanti ripercussioni sulla salute psico-fisica dei lavoratori e sulla qualità complessiva dell’ambiente professionale. Infatti, le repentine trasformazioni del mondo del lavoro, il loro carattere globalizzato, l’aumento delle richieste prestazionali, unitamente alla precarizzazione delle carriere e la crescente pressione sull’ottenimento dei risultati professionali contribuiscono a rendere complesso il mantenimento di un equilibrio tra benessere individuale e produttività.

Volendo contestualizzare la tematica, possiamo citare una definizione operativa, fornita dall’Accordo europeo del 2004: “lo stress è uno stato, che si accompagna a malessere e disfunzioni fisiche, psicologiche o sociali e che consegue dal fatto che le persone non si sentono in grado di superare i gap rispetto alle richieste o alle attese nei loro confronti.”

I tratti della personalità e i diversi stili di coping di ciascun lavoratore contribuiscono a spiegare le significative differenze individuali nel modo in cui i lavoratori percepiscono o reagiscono alle richieste del lavoro e alle caratteristiche dell’ambiente lavorativo. Lo stress lavoro-correlato è ritenuto causa di effetti negativi sulla salute in particolare, secondo una recente rassegna di Navines et al. (2016), di malattie cardiovascolari e sindrome metabolica.

Per queste ragioni lo stress al lavoro provoca assenze dal lavoro ed elevati costi sanitari ed è oggetto di specifiche politiche delle organizzazioni dei lavoratori, delle aziende, delle direzioni di medicina del lavoro e del sistema sanitario in generale. È anche importante notare che lo stress lavorativo può essere positivo o negativo. Lo stress positivo (eustress) si riferisce alla risposta ai fattori di stress in modo adattivo. Le conseguenze di tale risposta non influiscono sulla salute generale dell'individuo e la sua durata coincide con la durata dello stimolo.

Se questo stress si prolunga nel tempo, la risposta s’intensifica e inizia a interferire con la salute del lavoratore (problemi come insonnia, tachicardia, ansia e depressione, tra gli altri) allora si tratterebbe di un caso di stress negativo sul lavoro e dovrebbe essere preso in considerazione.

Gli effetti dello stress variano tra i generi, collocando le donne in una categoria più svantaggiata e vulnerabile rispetto alle loro controparti maschili a causa dei sistemi biologici e psicosociali. La discriminazione di genere, la disuguaglianza di reddito e le barriere culturali, come si vedrà nel corso del lavoro, giocano un ruolo importante in questa materia, soprattutto nei paesi in via di sviluppo e sottosviluppati.

Alla luce di queste considerazioni, si rende necessario interrogarsi sia sull’intensità sia sulla diffusione del fenomeno, e sulle modalità di manifestazione in relazione a specifici fattori quali, ad esempio, il genere. Infatti, studi in letteratura e in differenti Paesi del mondo hanno suggerito che uomini e donne vivono lo stress in modo molto diverso, sia dal punto di vista della percezione dei fattori scatenanti, sia nella risposta fisiologica e psicologica e, di conseguenza, sui percorsi di cura. Tuttavia, la valutazione del rischio dello stress in ambito lavorativo tende, soprattutto in Italia, a essere costruita su modelli neutri e universali che non tengono conto delle differenze tra i generi. Questa lacuna rischia di occultare una parte importante della realtà vissuta, soprattutto da parte delle donne lavoratrici (Kireger, 2003).

Il presente elaborato nasce proprio da questa volontà: è necessario apprendere la tematica dello stress lavoro-correlato in ottica di differenze di genere, ponendo attenzione non solo sulle differenze più evidenti, come ad esempio il gender pay gap, ma anche e soprattutto sui fattori socioculturali e organizzativi che continuano ad alimentare questa disparità. Il lavoro, inoltre, si propone di offrire una riflessione su come le condizioni lavorative, unitamente alle aspettative sociali, a quelle familiari, contribuiscano in maniera differenziata alla generazione di stress in uomini e donne. Al contempo, si vogliono valorizzare gli strumenti di prevenzione previsti dalla normativa, nello specifico il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), al fine di mostrarne le potenzialità, ma anche i limiti che, se non adeguatamente calibrati e trattati, generano una visione non inclusiva e non attenta alle specificità di genere.

Al fine di fare ciò, il lavoro si articola in tre capitoli. Il primo capitolo è dedicato all’inquadramento teorico e scientifico del fenomeno; dopo aver dato una definizione di stress lavoro-correlato si procederà all’analisi delle principali conseguenze fisiche riscontrate nelle donne. A seguire, saranno presentati i dati statistici e gli studi dedicati al tema, per tracciare un quadro quali-quantitativo utile a comprendere l’incidenza reale del problema.

In secondo luogo, il capitolo due entra nel merito dei principali fattori di stress con incidenza differenziata per genere, esplorando gli stressors più rilevanti, come ad esempio i carichi di lavoro eccessivi, casi di discriminazione di genere, il doppio ruolo lavorativo e familiare, per poi soffermarsi su come questi elementi abbiano la capacità di impattare diversamente sulla salute psicofisica di uomini e donne. In particolare, si analizzerà il ruolo degli stereotipi sociali e delle attese culturali nella costruzione di esperienze di stress, ponendo l’accento su come tali fattori abbiano la capacità di contribuire a generare vulnerabilità specifiche e spesso invisibili.

Infine, il terzo capitolo è dedicato all’analisi del DVR, ritenuto strumento fondamentale per la prevenzione dello stress, con focus sull’importanza di includere una prospettiva di genere nella sua applicazione. Saranno discusse l’utilità del DVR, le buone pratiche già attivate in alcune realtà aziendali, e gli strumenti metodologici utili a una valutazione più equa e differenziata. Si proporranno inoltre indicazioni concrete per l’integrazione d’indicatori specifici e strategie organizzative che favoriscano il benessere lavorativo in chiave inclusiva.

L’obiettivo di questo lavoro non è solo quello di descrivere un fenomeno, ma anche di proporre una chiave interpretativa capace di superare la visione neutra e standardizzata della salute occupazionale. Solo riconoscendo le differenze di genere come elementi strutturali – e non marginali – dell’esperienza lavorativa, sarà possibile costruire ambienti professionali più equi, sostenibili e orientati al benessere di tutte e tutti.

Capitolo 1: Studi e ricerche in tema di differenze di genere nell’esposizione a stress sul luogo di lavoro

1.1 Evidenze statistiche

Il numero di persone che soffrono di condizioni legate allo stress causato dal lavoro è in costante aumento anche nelle regioni più sviluppate del mondo. In Inghilterra, ad esempio, secondo un'indagine nazionale condotta nel 2013, più del 12-16% dei lavoratori ha riferito di essere stressato, il 9-13% di sentirsi triste o depresso o il 13-19% di perdere il sonno, mentre in Europa, il 22% della forza lavoro soffre di stress lavoro-correlato (Hassard, Cox, 2020).

In merito alle evidenze statistiche sullo stress lavoro-correlato in riferimento al contesto italiano e al genere femminile, secondo il “Dossier Donne 2025” dell’INAIL, nel solo 2023 le lavoratrici hanno denunciato più di 200 casi di disturbi psichici legati al lavoro, pari all’1,1% delle loro malattie professionali riconosciute. Questo valore è circa tre volte superiore rispetto a quello registrato tra gli uomini (0,4%). Tra i disturbi psichici, prevalgono quelli nevrotici, fortemente associati allo stress lavoro-correlato, che rappresentano il 79% dei casi tra le donne (INAIL, 2025).

Più in generale, l’INAIL ha evidenziato come quasi il 37% delle donne ha sperimentato un forte burnout a seguito di violenze o molestie sul luogo di lavoro. A loro volta questi episodi hanno portato il 25% delle donne a dimettersi dal proprio posto di lavoro e il 14% a essere licenziate dai propri responsabili, rilevando l’impatto significativo dello stress lavoro-correlato sulla stabilità occupazionale delle donne (Tesei, 2025).

Inoltre, secondo l’ISTAT, sono circa due milioni e 322 mila le persone tra i quindici e i settanta anni che hanno subito una forma di molestia sul lavoro nel corso della vita, di cui l’81,6% donne (pari a circa un milione 895 mila, il 13,5% del totale delle donne tra i quindici e i settanta anni). A queste si aggiungono le donne che hanno subito ricatti sessuali sul lavoro, pari a 298 mila. Le donne tra i quindici e i settanta anni che hanno subito una qualche forma di molestia o un ricatto per ottenere un lavoro e/o avere un avanzamento di carriera sono circa due milioni 68 mila (ISTAT, 2024).

Altri dati particolarmente impattanti riguardano le specifiche malattie professionali. Nel 2023 le denunce di malattie professionali tra le donne sono aumentate del 20% rispetto al 2022, con oltre 19.000 casi (INAIL, 2023).

Seppure a livello europeo la situazione sia leggermente migliore, è comunque critica. L'indagine OSH Pulse 2022 dell'EU-OSHA (Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, 2022) ha rilevato che il 27% dei lavoratori europei ha sperimentato stress, ansia o depressione causati o aggravati dal lavoro, ma i dati non sono disaggregati per genere. Tuttavia, è noto che le donne sono spesso sovra rappresentate in settori ad alto rischio psicosociale, come la sanità e l'istruzione, e affrontano sfide aggiuntive legate alla conciliazione tra vita lavorativa e familiare.

Inoltre, un rapporto dell’EU-OSHA del 2024 ha evidenziato che le donne che lavorano da remoto o in modalità ibrida riportano più frequentemente aumento del carico di lavoro, pressione temporale e problemi muscolo-scheletrici. Questi dati sottolineano l'importanza di adottare politiche e pratiche lavorative sensibili al genere per prevenire e gestire efficacemente lo stress lavoro-correlato nelle donne.

Nel prossimo paragrafo saranno riportati alcuni tra gli studi più rilevanti in letteratura sul tema dello stress lavoro-correlato, con particolare attenzione agli approcci teorici e ai risultati di ricerche condotte in contesti nazionali e internazionali. Tali contributi offriranno un ulteriore supporto scientifico all’analisi e permetteranno di contestualizzare i dati emersi all’interno di un quadro di riflessione più ampio e strutturato.

In particolare, i dati statistici citati trovano un riscontro teorico e analitico nei due principali modelli fondamentali della psicologia del lavoro, ovvero il modello Domanda-Controllo-Sostegno di Karasek (1979) e il modello Sforzo-Ricompensa di Siegrist. Il primo propone che lo stress lavorativo emerga in particolar modo in situazioni intense caratterizzate da elevata richiesta lavorativa associata a un basso livello di controllo decisionale, unitamente ad un limitato supporto sociale sul luogo di lavoro. Questo schema, noto anche come job strain, è particolarmente diffuso tra le lavoratrici impiegate in settore ad alto carico emotivo ma con poca autonomia, come ad esempio l’istruzione (Karasek, 1979).

Il secondo, invece, pone l’attenzione sul disequilibrio tra impegno profuso e le ricompense ricevute, che possono essere di natura economica, relazionale o anche solo simboliche. Quando questo equilibrio viene meno, aumenta il rischio di sviluppare patologie da stress e burnout. Le donne, spesso impiegate in ruoli di cura che prevedono una bassa remunerazione e una scarsa valorizzazione sociale, risultano, quindi, maggiormente esposte (Siegrist, 1996).

1.2 Studi dedicati

A questa visione si collega, in particolar modo, il modello teorico Domande e Risorse Lavorative, proposto da Demerouti e colleghi, secondo cui ogni ambiente di lavoro può essere descritto in termini di richieste (come carichi cognitivi, pressione temporale, coinvolgimento emotivo) e risorse (supporto dei colleghi, autonomia decisionale e riconoscimenti) (Demerouti et al., 2001). Secondo questa teoria, quando le richieste superano le risorse disponibili, aumentano il rischio di stress e burnout e può spiegare non solo l’insorgenza dello stress, ma anche la sua cronicizzazione in assenza d’interventi sistemici. Tale squilibrio potrebbe riguardare in modo particolare le donne, che più frequentemente lavorano nelle professioni di aiuto, in contesti ad alta intensità relazionale e affettiva, sebbene con risorse inadeguate.

Generalmente caratteristiche lavorative come una leadership insufficiente, l'ingiustizia sul lavoro e un cattivo clima organizzativo sono state collegate alle assenze per malattia sia nelle donne che negli uomini. Inoltre, in diversi studi è stato riscontrato che le elevate richieste, il basso controllo e il basso supporto sociale aumentano il rischio di assenza per malattia e disturbi muscolo scheletrici e psichiatrici. L'aumento del carico di lavoro con elevate esigenze psicologiche e fisiche percepite è stato collegato ai sintomi della patologia, così come alle assenze per malattia, e questo è più pronunciato nelle donne. Le esigenze fisiche e mentali superiori alle proprie capacità e l'elevato stress lavorativo, combinati con la mancanza di controllo sull'orario di lavoro, costituivano un rischio di congedo per malattia tra le donne. Caratteristiche legate alla persona, come l'impegno eccessivo, lo sforzo intenso sul lavoro e la scarsa autoefficacia, sono state anche associate a una scarsa percezione della salute e alle assenze per malattia (Holmgren et al., 2009).

Questi fattori sono strettamente legati al concetto di giustizia organizzativa (Greenberg, 1987), che si articola in quattro dimensioni principali: distributiva, ovvero equità nei risultati, procedurale, ovvero correttezza nei processi, interpersonale, in altre parole rispetto e dignità nelle relazioni, e infine informativa, ossia chiarezza e trasparenza nella comunicazione. La percezione di ingiustizia, se reiterata, costituisce un potente predittore di stress cronico, alienazione e turnover. Le donne risultano più frequentemente esposte a forme d’ingiustizia organizzativa sistemica, come il gender pay gap o le mancate promozioni, e possono percepire con maggiore intensità la violazione del principio di equità, contribuendo allo sviluppo di disagio psicologico e demotivazione.

Esiste una notevole letteratura che collega il genere allo stress e al burnout dettato dall’ambiente lavorativo di appartenenza. La maggior parte delle ricerche ha esaminato le differenze di genere nelle reazioni allo stress piuttosto che l'esposizione a fattori di stress. Ad esempio, una meta-analisi (Purvanova & Muros, 2010) ha rilevato che le donne hanno sperimentato livelli più elevati di esaurimento emotivo rispetto agli uomini, mentre gli uomini erano un po' più spersonalizzati delle donne. La meta-analisi condotta indagando 409 dimensioni dell'effetto da 183 studi, ha evidenziato, attraverso i risultati, aspetti interessanti in merito alla situazione americana, sfidano la convinzione comune che le donne abbiano maggiori probabilità di sperimentare il burnout rispetto ai dipendenti maschi, rivelando invece che le donne sono leggermente più esauste emotivamente degli uomini (δ= 0,10), mentre gli uomini sono un po' più spersonalizzati delle donne (δ=-0,19). Sebbene questi effetti siano piccoli, sono degni di nota se tradotti in una statistica di sovrapposizione percentuale.

Uno studio (Silva-Costa et al., 2015) sull'effetto dei turni notturni sul diabete ha riscontrato un impatto più forte sulle donne ed ha evidenziato che le donne che lavorano su turni notturni per lunghi periodi mostrano una maggiore predisposizione a sviluppare il diabete rispetto agli uomini. Questo suggerisce una particolare vulnerabilità femminile agli effetti negativi del lavoro notturno sulla salute metabolica.

E ancora, la Canadian Community Health Survey del 2012 (https://borealisdata.ca/dataset.xhtml?persistentId=doi:10.5683/SP3/2ZPS2L), un'indagine basata su un campione nazionale di oltre 8.000 canadesi intervistati di età compresa tra venti e sessanta anni, ha fornito altre informazioni rilevanti.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/06 Psicologia del lavoro e delle organizzazioni

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bruno1997 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Vecchiocattivi Franco.
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