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Gli schiavi del sultano: i giannizzeri

Università degli studi Roma Tre

Corso di laurea in Storia, territorio e società globale

Luca Fioravante D’Addio

Matr. 581086

Relatore: Prof. Gennaro Gervasio

A.A. 2024/2025

Indice

  • Introduzione
  • Capitolo 1: La schiavitù
  • 1.1 La concezione della schiavitù
  • 1.2 Il mercato
  • 1.3 Le condizioni degli schiavi
  • 1.4 Il lungo diciannovesimo secolo
  • 1.5 Gli schiavi del sultano
  • Capitolo 2: Il devşirme
  • 2.1 Le origini
  • 2.2 L’arruolamento
  • 2.3 L’allontanamento da casa
  • 2.4 La riforma del XVI secolo e l’opposizione
  • 2.5 L’esempio dell’Erzegovina
  • Capitolo 3: I giannizzeri
  • 3.1 L’identità dei giannizzeri
  • 3.2 I giannizzeri e la società
  • 3.3 Le rivolte
  • 3.4 L’abolizione
  • Conclusioni
  • Ringraziamenti
  • Bibliografia

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Introduzione

Nel corso della storia dell’impero ottomano più volte compare l’utilizzo di forme di lavoro coatto. Ovviamente l’impiego degli schiavi non era una prerogativa né turca né tantomeno medio orientale o islamica, ma una pratica estremamente diffusa a livello mondiale, la cui abolizione avvenne tendenzialmente nel corso del XIX secolo.

Ogni forma di schiavitù è unica e presenta caratteristiche che la distinguono dalle altre e quella ottomana non fa eccezione. In questa tesi si discuterà proprio della schiavitù nell’impero ottomano, in particolare di una sua forma specifica, quella degli schiavi-soldati del sultano. Non si parlerà dei kapıkulu in generale, ma si entrerà più nel dettaglio concentrandosi su un corpo di quest’esercito, cioè quello dei giannizzeri.

Nel primo capitolo si affronterà il tema della schiavitù da un punto di vista generale, esaminando quali compiti potevano svolgere gli schiavi, come era organizzato il mercato in cui venivano venduti, come questa pratica veniva percepita dagli ottomani e dagli schiavi stessi e infine tramite quali modalità è stata abolita.

Nel secondo e terzo capitolo ci si concentrerà sui giannizzeri. Nella tesi verranno affrontati vari temi relativi ad essi: si parlerà in primis del sistema del devşirme, in seguito verrà affrontato il tema dell’addestramento preceduto dalla divisione tra chi sarebbe diventato un soldato e chi un burocrate.

Il sistema del devşirme, come vedremo, si caratterizzerà dal controllo dei corpi da parte dello Stato e da un processo di acculturamento il cui scopo era quello di formare una nuova identità che a sua volta avrebbe dovuto garantire, almeno in teoria, fedeltà nei confronti del sultano, anche se come dimostrano le rivolte non fu sempre così.

Oltre a questi aspetti si parlerà del peso che i giannizzeri avranno nella società civile, come il corpo cambierà con l’apertura di quest’ultimo a categorie fino ad allora escluse e di conseguenza cosa ciò significherà per la società e i rapporti tra essa e i giannizzeri. Infine si affronterà il discorso delle rivolte e dell’abolizione del corpo.

La tesi ha quindi come obiettivo descrivere questi soldati e il peso che essi hanno avuto nella storia dell’impero, dimostrando indirettamente quanto la loro condizione non sia assimilabile a quella di uno schiavo in senso stretto e che questa denominazione nel loro caso sia praticamente solo teorica.

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Capitolo 1: La schiavitù

1.1 La concezione della schiavitù

La schiavitù nell’impero ottomano si basava sulla visione che ne aveva l’islam. Come scrive Bausani “il Corano considera la schiavitù come un dato di fatto sociale dell’epoca, riconoscendola come cosa naturale, pur sforzandosi di in vari modi di mitigarla”1.

Consideriamo ora il contesto in cui nasce l’Islam. L’Arabia dell’inizio del VII secolo era caratterizzata dalla convivenza di varie tribù che frequentemente combattevano tra di loro; di conseguenza, la forza diventò un elemento cruciale per sopravvivere e proteggere la propria tribù, i suoi territori e i suoi possedimenti. Infatti non era raro che nel corso di questi scontri venisse rubato del bestiame o resi schiavi dei componenti di tribù nemiche.

La schiavitù era quindi una pratica talmente tanto radicata nella società e nell’economia che sarebbe stato impossibile vietarla improvvisamente. Eppure, sono evidenti i tentativi di limitarla se non di eliminarla in maniera graduale. Nelle varie sure che affrontano il tema si parla espressamente di liberare gli schiavi, di dare da mangiare a indigenti, orfani o prigionieri, di usare parte della Zakat per riscattarli; si incita a sposare persone anche di altre classi sociali, facendo riferimento in particolare agli schiavi e si proibisce lo sfruttamento sessuale di quest’ultimi 2.

Affrancare schiavi in linea di massima è caldamente consigliato, anche perché condurrebbe al “paradiso eterno” 3, ma diventa un obbligo in caso di omicidio colposo, utilizzo dello Zihar, rottura di una promessa o nel caso di abusi fisici su uno schiavo 4. Inoltre, bisogna ricordare che non è permesso rendere schiavi altri musulmani. Nonostante ciò, sembrerebbe che nell’impero ottomano ci siano stati vari casi in cui questa norma è stata disattesa 5.

D’altronde, come le maggiori potenze islamiche, anche quest’impero viveva una situazione particolare: da un lato l’islam imponeva una certa tutela dei diritti del singolo, mentre dall’altro c’era la necessità di amministrare un’istituzione enorme. Va da sé che le due cose non potevano sempre coesistere per cui, in certi casi, si dovevano mettere da parte le questioni morali o adattarle alla situazione. Comunque la schiavitù accompagnerà tutta la storia dell’impero ottomano presentando caratteristiche per certi versi uniche.

Gli schiavi non erano tutti uguali e non venivano considerati tutti allo stesso livello: nell’impero c’era una grande varietà per quanto riguarda etnia, età, classe sociale di origine e religione, senza contare che potevano essere impiegati in contesti e con funzioni molto diverse. Nonostante la loro diversità esisteva comunque una concezione di fondo che li accomunava tutti agli occhi dei liberi: gli schiavi erano persone la cui lealtà poteva essere comprata.

Nel caso dei kul o degli schiavi dell’harem si fa un ulteriore passo avanti perché, soprattutto per quanto riguarda i primi, i sultani sono convinti che la “dipendenza assoluta favorisca la lealtà assoluta” 6. Gli schiavi kul, i più vicini all’argomento centrale della tesi, e per certi versi anche quelli dell’harem del sultano, avranno un peso molto diverso rispetto a quello degli schiavi “normali”.

Oltre ad avere un rapporto speciale nei confronti del loro padrone, il sultano appunto, godranno di una serie di diritti e di un accesso al potere, tali da poter mettere in discussione anche solo l’utilizzo della parola “schiavo” per definirli. Queste due categorie sono, infatti, il miglior esempio di quanto la schiavitù nell’impero ottomano fosse un fenomeno complicato e con numerose sfaccettature.

Peraltro costituiscono un’eccezione anche per quanto riguarda le modalità in cui diventavano schiavi: spesso le donne dell’harem erano un regalo al sultano e i kul venivano prelevati dall’esercito nei loro villaggi d’origine. Tutti gli altri invece o erano parte del bottino di guerra oppure venivano acquistati al mercato.

1 Alessando Bausani, “Il Corano” (a cura di) Layla Mustapha Ammar, Bur 2022, pp 757-758

2 Sura Al-Balad, Al-Insan, At-Tawba, An-Nur, citate in ibidem e Christiane Paulus, Magda Hasabelnaby, “Slavery and Anti-Slavery Discourse in the Qur’an A New-Historicist Reading” in (a cura di) Albrecht Classen, Incarceration and Slavery in the Middle Ages and the Early Modern Age: A Cultural-Historical Investigation of the Dark Side in the Pre-Modern World, Rowman & Littlefield, 2021, pp 133-153

3 Christiane Paulus, Magda Hasabelnaby op.cit

4 Ibidem

5 Nel contesto ottomano un esempio è il caso dei circassi, seppur considerati solo nominalmente musulmani, tanto che le loro pratiche erano viste dall’élite ottomana come “selvagge e incivili”. Michael Ferguson, Ehud R. Toledano, “Ottoman slavery and abolition in the nineteenth century”, in David Eltis, Stanley L. Engerman, David Richardson, Seymour Drescher (a cura di), The Cambridge world history of slavery Vol. IV AD. 1804- AD. 2016, Cambridge University press, 2017, pp.197-225

6 Madeline Zilfi, “Servants, slaves, and the domestic order in the ottoman middle east”, Hawwa II, 2004, pp 1-33

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1.2 Il mercato

Fino all’inizio del XVII secolo la maggioranza degli schiavi arrivava come prigionieri di guerra. Per via della riduzione significativa delle conquiste territoriali, da questo momento e soprattutto dall’inizio del XVIII secolo, gli schiavi diventavano tali per via della cattura e del commercio.

I mercati di schiavi, detti esir pazarı, si trovavano in molte delle città dell’impero, spesso in edifici appositi, chiamati esir hanı, adiacenti al mercato, mentre sembrerebbe che solo il mercato degli schiavi di Kefe e quello di Istanbul si trovassero ad una certa distanza dagli altri mercati.

Le regioni dell’impero in cui la compravendita di esseri umani era più diffusa erano anche le regioni in cui questo mercato si era affermato già prima della conquista ottomana: la provincia di Kefe, le province arabe, specie tra il XVI e il XVII secolo, le province delle più importanti città mercantili dei Balcani e infine Istanbul.

Gli ottomani, infatti, amministravano le loro province tenendo conto delle differenze che intercorrevano tra una e l’altra. Per quanto ogni parte dell’impero fosse tenuta a rispettare i codici del governo centrale è anche vero che ogni provincia avesse delle leggi uniche di carattere economico e sociale che si basavano su peculiarità pre-ottomane. Queste leggi erano presenti in dei codici che differivano da provincia a provincia e che si basavano su dei censimenti fatti dal governo dopo ogni conquista 7.

Comunque tra i vari mercati uno dei più importanti era quello di Istanbul che, con tutta probabilità, sorgeva dove era situato il mercato bizantino degli schiavi e che verrà chiuso ufficialmente nel 1849.

L’esir pazarı di Istanbul era sottoposto ad una rigida regolamentazione e, secondo le testimonianze, erano sempre presenti figure come intermediari, forze di polizia e guardiani 8. Inoltre qui risiedeva un’altra figura molto importante, l’esirhane emini, il cui compito era quello di supervisionare la raccolta delle tasse sulla vendita di schiavi.

I principali protagonisti di questo mondo però, erano i mercanti. Nonostante il mercato fosse così controllato, non era raro che questi riuscissero a darsi a pratiche ritenute scorrette se non proprio illegali, come truccare le schiave per farle sembrare più giovani, vendere schiavi a cristiani o ebrei, vendere come schiavi dei musulmani e così via.

Lo dimostrano tutti gli editti pubblicati dal kadı di Istanbul che hanno lo scopo di fermare queste pratiche e che porteranno, nel 1641, addirittura a richiedere una riorganizzazione della corporazione dei mercanti con tanto di espulsioni 9. Ciò però non risolse il problema, tanto che fino a che non venne chiuso il mercato, i kadı continuarono a pubblicare editti simili.

Eppure, nonostante molti mercanti non rispettassero le leggi, non esitavano a richiedere l’aiuto dello Stato in caso di bisogno. Infatti agli inizi del XVII secolo, i mercanti denunciarono al kadı un giro di prostituzione operato da dei finti mercanti di schiavi non iscritti nella corporazione.

Un ultimo aspetto del mercato della capitale riguarda l’edificio in cui avveniva la compravendita. Oggi della struttura in cui erano alloggiati e venduti gli schiavi non è rimasta alcuna traccia architettonica; tuttavia, sulla base di mercati di altre città e di descrizioni che ci sono arrivate, possiamo supporre che l’esir hanı fosse un cortile quadrato con una piattaforma, dove avveniva la vendita vera e propria, una fontana e una piccola moschea.

Il cortile era poi circondato da un muro con un enorme cancello a fianco al quale si trovava l’ufficio del direttore del mercato, il pazar emini. Il muro era costituito da celle, disposte su due piani, dove risiedevano gli schiavi suddivisi in base al loro colore della pelle. Riguardo a quest’ultimo punto è interessante notare come esistesse una sorta di gerarchia basata sull’etnia.

Bisogna considerare infatti che la maggior parte degli schiavi che venivano venduti nel mercato erano donne e che spesso era l’origine etnica a decretare se sarebbero state domestiche o concubine. Nonostante fosse illegale vendere schiavi all’infuori del mercato preposto, era diffuso anche un altro tipo di mercato che aveva sede nelle case private e che riguardava principalmente donne bianche, spesso educate dalla moglie del mercante nella speranza che venissero comprate da membri dell’élite. 10

7 Peraltro questi censimenti danno anche un’idea su quante e che tipo di tasse pagassero i mercanti di schiavi. Alan W. Fisher, “The sale of slaves in the ottoman empire: markets and state taxes on slave sales, some preliminary considerations”, Beşeri Bilimler-Humanities VI, Bogazici Üniversitesi Dergisi, 1978, pp 149-174

8 Ibidem

9 Ibidem

10 Ibidem

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1.3 Le condizioni degli schiavi

Come accennato precedentemente, gli schiavi nell’impero ottomano potevano avere origini molto varie, per dirlo con le parole di Toledano, poche erano le società che “avevano sviluppato una popolazione non libera così stratificata e altamente diversificata” 11. Sempre Toledano propone a tal proposito alcuni criteri in base al quale può essere definito uno schiavo e di conseguenza sulla base della quale potevano cambiare le sue condizioni e il suo benessere: il genere, l’etnia, la mansione, la classe sociale del suo padrone, la posizione e infine l’ambiente 12.

Tuttavia a mio modo di vedere, bisognerebbe fare un’ulteriore distinzione. Quella tra schiavi ordinari e schiavi del sultano. Quest’ultimi infatti erano posti in una posizione, soprattutto da un punto di vista gerarchico, troppo distante dai primi: quindi ritengo opportuno trattarli come un gruppo a sé in un secondo momento.

Per comprendere le condizioni degli schiavi può essere utile partire da alcune considerazioni di ambito legale. Su questo piano l’impero ottomano aveva una legislazione di ispirazione hanafita e a tal proposito ci possiamo affidare al commento legale del giurista hanafita Ibrahim al-Halabi (morto nel 1549), secondo cui è possibile diventare schiavi o per nascita o a seguito della cattura in una guerra da parte di un musulmano.

Non si può diventare schiavi se si è musulmani o per via di un debito, né è possibile vendere come schiavi dei bambini. Uno schiavo si può sposare, ma deve avere l’autorizzazione del padrone, che a sua volta si prende la responsabilità per quanto riguarda i costi del matrimonio e può decidere di vendere lo schiavo per coprirli. Il padrone inoltre può costringere due schiavi a sposarsi.

L’uccisione di uno schiavo deve essere punita come se si trattasse dell’uccisione di una persona libera, ma ciò non vale per lesioni o ferite. Uno schiavo può essere l’esecutore testamentario del padrone purché i figli di quest’ultimo siano tutti minorenni; inoltre la sua parola è valida su transazioni immobiliari e in certi casi anche su questioni religiose. Tuttavia, non può testimoniare in tribunale.

Infine, nel caso di schiave donne, qualora partoriscano un figlio e questo venisse riconosciuto dal padrone, il bambino nasce libero e quando il padrone morirà lo sarà anche la schiava. Un’altra modalità per affrancarsi era quella di “auto-acquistarsi” tramite un contratto. Nel caso in cui questo contratto prevedesse un pagamento a rate, nel lasso di tempo in cui avvenivano i pagamenti nessuno poteva disporre di questo schiavo 13.

Bisogna tenere conto comunque che l’esistenza di regole simili non indica che queste venissero necessariamente seguite. Per esempio, come già accennato, ci furono casi in cui dei musulmani vennero resi schiavi, mentre erano abbastanza diffuse consuetudini in un qualche modo a loro tutela, pur non rappresentando un obbligo.

Un esempio può essere l’abitudine di liberare uno schiavo dopo un periodo considerato lungo, mediamente tra i 7 e i 10 anni, continuando questo il più delle volte, a lavorare per l’ex padrone come dipendente. Ovviamente le mansioni di uno schiavo dipendevano anche dal genere.

Sembra che fino al 1600 la domanda di “schiavi guerrieri”, sia da parte del sultano che dell’élite urbana, abbia fatto sì che 14 la maggioranza degli schiavi fossero uomini. Da questo momento in poi e, specialmente nel XIX secolo, la situazione si ribalterà, tanto da portare ad associarela

11 Ehud R. Toledano, “Enslavement in the Ottoman Empire in the Early Modern Period” in David Eltis and Stanley L. Engerman (a cura di), The Cambridge World History of Slavery III AD 1420-AD 1804, Cambridge University Press, 2011, pp 25-46

12 Con “posizione” intende se si tratta di una regione centrale o periferica, mentre con “ambiente” si riferisce a se si tratta di una città, un villaggio o un contesto nomade. Ibidem

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/10 Storia dei paesi islamici

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Floovent di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e istituzioni dei paesi islamici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Gervasio Gennaro.
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