La ricerca dell’essenza dell’uomo: come si è giunti al concetto di razza, come si può abbandonare
Introduzione
Nata per necessità politiche nel mondo postcoloniale, da sempre discussa in ogni disciplina e costantemente sottoposta all’indagine della scienza, l’idea che la specie umana sia divisa in razze, intese come gruppi all’interno della nostra specie, non è mai stata in alcun modo dimostrata con strumenti scientifici.
Eppure è un’idea impossibile da sradicare dalle nostre menti, ancora oggi che una maggioranza schiacciante all’interno della comunità scientifica (e non solo) concorda sul fatto che si tratti di una bugia. La colpa, per così dire, potrebbe essere della nostra storia culturale ed evolutiva; apparentemente, un’eredità con radici troppo profonde per sradicarle con la sola forza della ragione.
Prima di partire con l’indagine delle cause e delle motivazioni che hanno spinto l’uomo a creare il concetto di razza è necessario partire dalle origini; ciò che ha portato l’uomo a creare una qualsiasi forma di organizzazione della sua stessa specie in gruppi è la stessa curiosità che lo ha da sempre spinto alla ricerca di se stesso: che cosa è l’essenza umana? Che cosa mi rende quello che sono? Da qui proviene ogni svariato tentativo più o meno ordinato di spiegarsi le uguaglianze e le differenze che siamo portati a scorgere osservando gli altri esseri umani, dunque dalla ricerca dell’essenza deriva anche il concetto di razza.
1. L’essenza dell’uomo: dentro, fuori
1.1. Spirito: le sfumature dell’essere
L’essere umano ha la tendenza a concentrare le sue indagini nelle caratteristiche che lo differenziano da ciò che c’è di “altro” nel mondo. Ecco che già nell’antichità pagana Platone e Aristotele parlavano della distinzione tra i greci e i barbari: questi ultimi erano coloro il cui linguaggio risultava incomprensibile al greco.
Le differenze di cui gli antichi parlavano non erano definibili sul piano fisico e biologico piuttosto sul piano intellettuale; Platone sosteneva infatti che l’essenza dell’uomo, virtù morale ed intellettiva, fosse distribuita in maniera diseguale, la vera virtù apparteneva soprattutto ai filosofi che si potevano elevare al mondo delle idee. Aristotele allo stesso modo descriveva la virtù come il raggiungimento della massima espressione dell’essere umano, la polis: anche qui la diversità tra greco e barbaro non è biologica, ma sociale, il secondo nel pensiero aristotelico è ancora legato ad un modello di vita primitivo ed imperfetto.
Difficile affermare cosa spinga l’uomo a definire se stesso rispetto a qualcun altro. Il greco è tale in quanto è diverso dal barbaro, il barbaro in quanto non è greco, e questo nell’istante non può cambiare. Grazie al principio di non contraddizione riconosciamo gli oggetti del mondo e riusciamo ad afferrarli con la mente: la sedia non può essere niente altro (non-sedia) nello stesso tempo e spazio, così come “questo” uomo non può essere un altro. Ciò accade nella ricerca dell’essenza. Ciò che sono non è ciò che non sono, quello che mi rende ciò che sono deve essere la stessa cosa che mi rende diverso dal resto. Dalla definizione del Sé sono nate le rispettive differenze tra gli oggetti del mondo, tra gli uomini.
Troviamo nella storia infiniti modi per spiegare le differenze tra gli uomini.
Il pensatore Giordano Bruno (1548-1600) sosteneva che l'intera realtà ha una struttura gerarchica in quanto frutto di un processo di emanazione che parte da un principio metafisico-ontologico unico, secondo una dottrina di origine platonica e neoplatonica; seppure il filosofo definisce una piramide dell’essere in cui gli uomini di un colore risiedono ad un livello inferiore rispetto a quello degli individui bianchi, il pensiero che lo contraddistingue è quello del monismo della sostanza, tutto è la stessa cosa. Gli individui sono onde del mare che vengono e scompaiono, ma sono sempre lo stesso mare; c’è la stessa unità del reale, un disegno generale di manifestazione della vita. Per Bruno quando gli individui saranno consapevoli del rapporto che intercorre tra loro, ognuno come volto dell’infinita sostanza, a quel punto sarà possibile costituire uno stato in pace.
Trovare l’essenza dell’uomo nella dimensione spirituale non permetteva di parlare di differenze essenziali tra gli uomini. Seppur la persona di colore era in una scala inferiore rimaneva comunque nella categoria degli esseri umani. Quando poi la scienza ha assunto un ruolo determinante nella ricerca dell’essenza le cose sono cambiate: dalla profonda unità essenziale dei diversi gruppi si è passati a considerare la differenza come qualcosa di sostanziale.
L’aspetto, le abitudini, le diverse culture come il fattore discriminante tra qualcosa che poteva chiamarsi umano e qualcosa che al contrario nella scala dell’evoluzione restava a metà tra l’animale e l’essere umano. All’inizio dunque la catalogazione non si tramuta di fatto in un dispositivo razzista, nel ‘600 avviene questo passo che spinge poi all’insorgenza dello schiavismo, che presuppone il concetto di razza e soprattutto prevede una scala di gradi, la differenza tra razze “discrete” e razze inferiori.
1.2. Corpo: la questione della “razza” dopo la rivoluzione scientifica
Dopo la rivoluzione scientifica, il dominio della verità spettò alla scienza che si assunse il compito di indagare sull’essenza del mondo e dell’essere umano. Gli studi naturalistici hanno preso il sopravvento collocando l’essenza dell’uomo nel piano del visibile. Ciò che l’uomo è doveva essere verificabile e analizzabile attraverso l’esperienza scientifica.
Le razze umane entrano in scena con l’espansione coloniale da parte degli europei, in epoca rinascimentale. A quel tempo si faceva largo una nuova disciplina: la tassonomia. Nel 1584 il medico, viaggiatore e filosofo François Bernier propone per l’umanità una divisione in 4 o 5 specie o razze. Linneo per gli umani parlò di sottospecie, mentre l’antropologo Johann Friedrich Blumenbach parlò di cinque varietà. Quest’ultimo introdusse come metodo di distinzione la misurazione dei crani, rendendo apparentemente più oggettiva la supposta demarcazione[i].
Il concetto di razza nasce per dare in maniera definitiva un’organizzazione alla diversità; ridurre l’essenza dell’uomo a qualcosa di fisico e materiale è stato determinante in quanto ha legittimato le scale di valori degli esseri umani; seppure la scienza non abbia mai dimostrato le differenze essenziali tra un uomo e l’altro, alcuni individui si sono appoggiati su teorie scientifiche per legittimare le considerazioni sul disvalore e ancor più le infelici azioni a cui queste considerazioni hanno condotto.
È evidente nel percorso del pedagogo Alfred Binet (1857-1911), studioso che si è occupato di alcuni casi particolari che mostravano difficoltà di apprendimento, come l’indagine scientifica fosse fortemente influenzata dall’osservatore. L’esperimento in questione dimostra l’uguaglianza tra un cranio di una persona cosiddetta “normale” e una con difficoltà di apprendimento: l’esperimento constatava nel far misurare i crani di “ritardati” e di “normali” ad un gruppo di controllo che si preoccupava di effettuare cranioscopie.
Binet prima dello studio dei crani, all’insaputa degli analizzatori, sostituisce i crani di soggetti “problematici” inserendo come oggetto di analisi soltanto crani di soggetti “sani”. Il risultato è che il gruppo di studio comunque identifica come sani alcuni crani e come crani di soggetti con difficoltà di apprendimento altri. In questo caso specifico è evidente come nell’analisi scientifica l’occhio dello studioso e ancor prima i suoi preconcetti facciano la differenza; è il pregiudizio a creare una diversità che nella realtà non sussiste.
Sia in ambito prescientifico che scientifico, è l’individuo a determinare scale di valori di purezza della specie in cui inserire diversi uomini: il razzismo dunque nasce molto prima del concetto di razza, se così non fosse, non si sarebbe mai arrivati al concetto stesso. Esistono delle differenze tra gli uomini? Sono queste differenze essenziali? Sono i preconcetti mentali a limitare l’esperienza vincolandola ad un mondo delle idee precostituito?
La scienza dimostra che scientificamente, biologicamente le differenze non sussistono, non resta più alcun modo di parlare di differenze essenziali all’interno della stessa specie umana. Lo spiega Darwin: “Chi legge le interessanti opere di Taylor e di Sir J. Lubbock, non può fare a meno di essere profondamente colpito dalla stretta somiglianza tra gli uomini di tutte le razze, nei gusti, nelle disposizioni e nelle abitudini; e lo dimostra nel piacere che tutti provano, a ballare, far musica, recitare, dipingersi, tatuarsi o adornarsi in qualche modo; lo prova il fatto che gli uomini si comprendono a vicenda col linguaggio dei gesti; (…) [ii]”.
Eppure c’è qualcosa che non permette alla mente di liberarsi da alcuni concetti in essa radicati, tra questi il concetto di razza. Tale concetto non ha radici biologiche, sembra quasi che sia il razzismo ad averne. Come se il concetto di una gerarchia tra razze sia trasmissibile a livello genetico nelle diverse generazioni culturali.
Da cosa può dipendere la creazione e il mantenimento nei secoli del concetto di razza?
2. Perché approdare al razzismo?: possibili spiegazioni
Prima nello spirito, poi nel corpo. La fiducia in principio era nella sensazione, poi nell’analisi scientifica, metodi entrambi validi ma probabilmente non in senso assoluto. L’uomo sente il bisogno di identificarsi e contraddistinguersi: se stesso non è un altro, la sua società non è un’altra, la sua razza non è un’altra, ecc.. Questo è il presupposto di avvenimenti storici infelici, atroci.
Vedere nell’uomo l’infinità dell’essere, è molto diverso dall’analizzarne i crani e lo scheletro in gen
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