Università degli studi di Roma “Tor Vergata”
Macroarea di lettere e filosofia
Corso di Laurea Triennale in Beni culturali
Tesi di laurea in Letteratura italiana
Una via per l’impossibile. Carlo Michelstaedter
Relatore Laureando
Chiar.mo Prof. Fabio Pierangeli Ludovica Iorio
Matr.: 0230538
Anno Accademico 2019/2020
Ai miei genitori che rendono ogni mio sogno realtà e come nessuno amano la mia libertà
Indice
- Introduzione
- La persuasione. Alla ricerca del fiore blu……………………………………..3
- Premessa metodologica. Parlare di Michelstaedter……………………………8
- Un problema nel problema. La via per l’impossibile…………………………11
- I. Parte prima……………………………………………………………………14
- Capitolo I - Tempo fuori dal tempo
- 1.1. Divenire e tempo. La Persuasione nell’immanenza………………………15
- 1.2. Sintesi degli opposti. Essere nell’ora………………………………………21
- 1.3. Oltre la sintesi degli opposti. Lo spaesamento……………………………27
- Capitolo II - Persuasione e rettorica. L’essere e il nulla
- 2.1. Persuasione e rettorica. Una filosofia dei pesi……………………………37
- 2.2. La retorica e il padre………………………………………………………41
- 2.3. La persuasione e la madre…………………………………………………45
- 1
- II. Parte seconda…………………………………………………………………49
- Capitolo III - L’essere. L’übernichts
- 3.1. Tutto nel nulla………………………………………………………………50
- 3.2. Essere. L’individuo…………………………………………………………55
- 3.3. Distruzione e sacrificio……………………………………………………58
- Capitolo IV - La quarta via. La persuasione
- 4.1. Universo frattale. La quarta dimensione…………………………………64
- 4.2. Sogni. Lo specchio dell’essere……………………………………………69
- 4.3. Una via nel mare……………………………………………………………74
- 4.4. Il varco per l’impossibile…………………………………………………87
- Bibliografia……………………………………………………………………101
- 2
Introduzione
La persuasione. Alla ricerca del fiore blu
Con la seguente tesi entreremo nel pensiero e nelle opere di un giovane, tormentato, artista dell’Assoluto, Carlo Michelstaedter. Ma come riferirsi a una persona che ritenesse retorica, ergo vuota, la natura del linguaggio? È infatti l’incipit metodologico attraverso il quale, lo scrittore goriziano, muove la famosa critica alla persuasione e alla retorica: il silenzio interpretativo. Essendo nel linguaggio intrinseco il suo valore distruttivo, in quanto l’oggetto comunicato è cosa altra rispetto al soggetto comunicante -e il soggetto comunicante in rari casi perviene con coscienza a ciò che è- risulta oltremodo effimero e deviato il carico significativo che le parole portano con loro.
In una dimensione che trascende i valori che siamo soliti attribuire ai segni linguistici, il nome si pone nella sfera dell’illusione. Il modo in cui chiamiamo le cose è lo sforzo infinito e vano di dare un senso e valore a qualcosa che ci illudiamo di possedere perché illusi siamo di possedere noi stessi. Nel tentativo di oggettivare la realtà del singolo pensante vi è la totale rinuncia all’individualità. È la morte il destino delle parole, poiché tendendo in avanti il proprio valore esplicativo, sono in continuo divenire. Non vi è spazio per l’assoluto nel divenire, nella stessa maniera in cui non vi è nelle parole.
Ciascuna cosa, una volta appellata, perde il valore in sé, poiché l’uomo spinto dal desiderio di far suo ciò che in realtà non gli appartiene, la 3 condanna a morte certa. «La lingua arriverà al limite della persuasività assoluta […] quando ogni atto avrà la sua efficienza assoluta ».1
Ma l’atto non avrà mai efficienza assoluta (e quindi valore di per sé) finché la lingua lo incatenerà entro presupposti ontici: tutto ciò che è definito perde la propria identità -o coscienza. Si trasforma, e la trasformazione porta il carico della finitezza, quindi illusione, decadimento. In una parola, morte. L’atto -così come l’essere- non avrà mai efficienza assoluta finché rimarrà schiavo del divenire. Analogamente, l’uomo non sarà mai compiuto in se stesso finché al divenire affida il suo volere di esistere.
Egli ha bisogno di confortarsi nella sfera del possibile (definendo una cosa non si fa altro che inserirla nei parametri della non-contraddizione e quindi del possibile), fuggendo dall’impossibilità che qualcosa possa non essere comunicata. Di fronte ai sogni talvolta questo accade, tanto è inesprimibile l’oggetto sognato da non poterlo trasmettere, «poiché viene il sogno con groviglio di cose e la voce dello stolto con groviglio di parole» . Nonostante ciò, l’uomo ha bisogno di esprimersi e finché 2 renderà tutte le cose morte affidando a queste dei nomi, non possederà mai la persuasione assoluta.
Il primo problema è quindi quello del silenzio, sacra natura primordiale e custode della verità incontaminata in quanto, appunto, non-finito. L’altro, connesso al primo, riguarda la presa di consapevolezza del pubblico a cui si è rivolto Michelstaedter -e contro cui ha mosso l’intera critica all’inautenticità del vivere-: noi «buoni borghesi, funzionari efficienti, studiosi infaticabili, colti dilettanti, amanti fedeli, fakiri e libertini» 3
Lo stesso silenzio che conduce il Nostro alla ricerca di una lingua universale che possa risolvere la frammentarietà caratteristica del linguaggio, il quale priva una parte dall’ente assoluto per esplicarla attraverso la dialettica. Un’arte del discorso, come abbiamo visto, fine a se stessa. È però presente una contraddizione, o varco, che sembra risolvere lo scacco del linguaggio, e risiede nella necessità di Carlo di cercare un modo di esprimersi che oltrepassi la soglia della retorica. Da una veloce lettura della Persuasione appare subito evidente, ancor prima del resto, l’uso prolisso di grecismi e annessi riferimenti al pensiero greco. Come osserva Graziella Spampinato, «La lingua universale è la lingua che, unica, può accogliere questa forza profetica; è la lingua che precede e esclude la storia» . Indizio, questo, di fondamentale 4 importanza, essendo la scrittura un modo di manifestare l’incosciente e, se pensiamo alla spasmodica ossessione di Carlo della ricerca di un ente perfettamente consistente, unitario, al di fuori del tempo, comprendiamo immediatamente come l’uso attento della parola sia coincidente con quella autenticità dell’essere che desiderava trovare. La lingua greca per Carlo Michelstaedter è il mezzo attraverso il quale esprimere quell’esattezza di pensiero o automaton, cioè quanto di più bramato - e al tempo stesso maledetto - dal Nostro goriziano.
C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1999, pp.132-133, (MICHELSTAEDTER).
Ecclesiaste, V.2 4
M. Cerrutti – M. Fortunato – A. Gallarotti – C. La Rocca – E. S. Storace – R. Visone, Carlo 3 Michelstaedter: l'essere come azione, a cura di E.S. Storace con uno scritto di R. De Monticelli, Edizioni Albo Versorio, Milano, 2007, p. 120.
Sergio Sorrentino - Angela Michelis, E sotto cielo avverso ciel più chiara (Carlo 4 Michelstaedter tra nichilismo, Ebraismo e Cristianesimo), Troina (En), Città Aperta Edizioni, 2009, p. 247. 5
Mi domando allora, lecitamente, se sia necessario abbandonare i vestiti attraverso i quali, illusi di essere e possedere, definiamo noi e il mondo che ci circonda, in una vera e propria conversione dello spirito nel momento in cui varchiamo il pensiero di Michelstaedter.
Abbiamo un dovere da adempiere addentrandoci nel suo essere -o non essere?-: mettere da parte noi stessi aprendo il varco delle infinite impossibilità al di fuori dei confini della non-contraddizione. Abbracciamo l’ipocrisia piuttosto, le contraddizioni anche, gli interrogativi, e penetriamo nella solitudine che porta con sé il limbo della non-definizione. Non scappiamo dal dolore e piuttosto distruggiamoci, ma non costruiamoci aprioriticamente.
Non nasce come una strada per la sapienza, questo tentativo di ricerca, poiché non vi sono valori presupposti a cui fare affidamento. Il valore attribuito alle cose distanzia l’uomo irrimediabilmente dall’assoluto: l’uomo è così bloccato all’ ‘’io so’’ e non sa vedere oltre la conoscenza. Dando un nome alle cose, egli le allontana a una distanza esponenzialmente infinita. È solo colui il quale vive l’eterna attualità dell’attimo che fa vicine le cose lontane.
Nel silenzio e nell’invito che ho colto -e mi auguro cogliate anche voi- negli scritti dell’autore goriziano di pervenire a me stessa, spogliamoci e attendiamo che qualcosa erompa da noi.
Togliamoci le scarpe ed entriamo in punta di piedi nell’esplosione di vita che quest’uomo ci ha lasciato in eredità.
Nella speranza che il compimento del suo essere -o destino- non sia stato vano, affianchiamoci ai suoi passi e, chissà, a qualcuno non s’accenda una fiamma. 6
Non mi propongo qui di tradurre e quindi tradire il suo messaggio, nella presa di coscienza che non vi è cosa che non sia stata già detta e, forse soprattutto, conscia dell’illusione che porta con sé una pretesa di critica e\o interpretazione.
L’unico modo che sento mio nel percorso di affiancamento ai passi di quest’uomo, è quello della strada verso di me, perché «L'esperienza del Calvario [...] non è imitabile, ma non per questo è irripetibile. Il persuaso non imita la vita del Messia, ma come lui traccia un destino assoluto attraverso un'inesausta e solitaria visione morale di se stesso». 5
Lo scrittore si è proposto di compiere il suo essere tramite l’esempio di uomini che hanno cercato dio in sé e non au de là, seguendone lo spirito ma non i passi. Ciascun uomo che previene a sé ha infatti il proprio sacrificio da compiere, non emulando ma, mosso dal medesimo spirito di ricerca o ansia dell’Assoluto, cercarsi da sé la via nel proprio dolore.
È da questo spirito che muovo i miei passi nella compilazione di quanto a breve seguirà (e l’unico modo per cui mi sembra giusto parlare di Carlo Michelstaedter); scalza, col silenzio sacro che accompagna le mie parole, e alla ricerca di quello che un famoso scrittore definì il fiore blu , lo 6 stesso fiore che prima di me un uomo ha cercato e forse trovato in quell’al di là del possibile.
P. Pieri, La differenza ebraica, grecità, tradizione e ripetizione in Carlo Michelstaedter, 5 Bologna, Pendragon, 2002, pp. 158-160.
Metafora con cui lo scrittore tedesco Novalis, pseudonimo di Georg Friedrich 6 Philipp Freiherr von Hardenberg Novalis, rappresenta nel suo famoso romanzo incompiuto, Heinrich von Ofterdingen, il desiderio di chi cerca l’infinito, l’impossibile, l’irraggiungibile. 7
Rappresentare e significare l’eterno nell’intarsio dell’unicità 7
(Hermann Hesse, Demian)
Premessa metodologica. Parlare di Michelstaedter
Come ho già precedentemente accennato, scrivere a proposito Carlo Michelstaedter costituisce di per sé un problema. Nella sua opera maggiore, Persuasione e Rettorica, egli pone al vaglio di chi legge la riflessione sull’autenticità della vita vissuta cogliendo nell’attimo la sua eternità e facendo di questa il massimo compimento del sé, contrapposta a quella inautentica fatta di sempiterno divenire nell’illusione (mai compiuta) di afferrare le cose per possederle.
La prima, identificabile con la Seinslust (gioia del consistere) è la sola vita per cui valga la pena di vivere ed è realizzata dall’uomo persuaso, ossia colui il quale, pervenendo alla caducità dell’esistenza vissuta nella smaniosa e insensata ricerca di permanere all’interno di un inevitabile divenire, decide di non soccombere ai pesi che lo trascinano nel futuro. È infatti impossibile pensare di manifestare l’essere (assoluto) all’interno di un sistema in divenire (mutamento): è un’illusione pensare di poter consistere e manifestare sé all’interno di un tempo se prima a questo non si è sottratto il valore della caducità. Ne deriva quindi la distruzione dell’essere, e chi vive retoricamente seguendo la Werdelust (gioia del divenire) è già morto perché non fa suo nessun istante. Il linguaggio si pone inevitabilmente nella sfera della retorica, essendo infatti frutto del tentativo dell’uomo di afferrare le cose per farle proprie. Non è quindi al linguaggio che dobbiamo fare riferimento nel tentativo di dire a proposito di Michelstaedter. O meglio, non nel modo in cui, retoricamente, ne Hermann Hesse, Demian, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, 1972, p.1.7 8 facciamo uso.
Il problema sulla natura del linguaggio michelstaedteriano ci serve come punto germinale per una più ampia riflessione che abbraccia la completa esistenza dell’uomo nella misura in cui sia possibile, attraverso il naufragio della volontà, giungere alla redenzione dell’uomo persuaso. Se consideriamo l’alienazione dai meccanismi della retorica una delle massime espressioni della parola persuasa nella stessa misura in cui ci riferiamo all’uomo persuaso come colui il quale, servendosi dei meccanismi della retorica giunge alla persuasione, siamo allora di fronte allo ‘’scacco’’ e alla ‘’redenzione’’. Lo scacco è la condizione inevitabile della persuasione che necessita degli strumenti della retorica per potersi definire, di conseguenza affermare. Proveremo, attraverso l’uso della parola in seno alla sua decostruzione necessaria al raggiungimento del silenzio ontologico, a tracciare un percorso verso la redenzione e penetrare nell’universale .8
Parlare di Carlo Michelstaedter richiede una visione binoculare attraverso la quale la dimensione dell’ ‘’io persuaso’’ è disgregata e ricongiunta all’interno dell’universalità ontologica. Lo scrittore goriziano non parla della persuasione bensì attinge a essa ponendola al vaglio delle coscienze che, come lui, si trovano ad affrontarla, o quanto meno aspirano a cercarla. Egli rivolge anzitutto l’attenzione a se stesso ed è proprio attraverso la strada della più sacra forma di individualità che arriva a
«Parlare non basta; occorre il coraggio di una lingua nuova, che vada contro la storia. Essa, 8 svelando l’inganno implicito nelle opinioni, può sconfessare la trappola del molteplice nelle opinioni e ripudiare l’affanno servile in nome dell’eterno scorrere in cui ogni contrario giunge circolarmente a coincidere. Il persuaso conosce, come prescrisse l’oracolo di Delfo, se stesso e il suo dolore; questa conoscenza è la sua lingua». Sergio Sorrentino - Angela Michelis, E sotto cielo avverso ciel più chiara (Carlo Michelstaedter tra nichilismo, Ebraismo e Cristianesimo), cit., pp. 244-245. 9
parlare di tutti. Se obiettivo del suo pensiero messo per iscritto fosse stato ‘’giungere a noi’’, a causa dell’intrinseca natura illusoria del linguaggio che tende a ‘’comunicare’’, avrebbe a noi parlato, e questo dialogo si sarebbe inserito nella sfera dell’inautenticità retorica : non si può dare 9 nulla agli altri se nulla si possiede in sé. Analogamente, è riuscito a parlare di noi e per noi, proprio attraverso la sua individualità e totalità.
In conclusione, parlare di Michelstaedter ci pone davanti un bivio da cui non possiamo scappare. È Carlo a porci questa domanda: «Sei persuaso o no di ciò che fai? Tu hai bisogno che questo avvenga o non avvenga per fare quello che fai, che le correlazioni coincidano sempre, poiché il fine non è mai in ciò che fai, se anche sia
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Persuasione
-
La persuasione
-
Appunti Comunicazione e persuasione
-
Psicologia della persuasione - Schemi