Il determinismo biologico e le sue implicazioni
Il determinismo biologico, pur avendo lontani antecedenti, si è delineato nel Novecento in opposizione radicale al determinismo psicologico e sociologico, che accentuava in maniera estrema, sulla base della plasticità del cervello, l'influenza dei fattori storico-culturali. Come sempre accade quando un dibattito sulla natura umana si avvia su di una base scientifica, le componenti ideologiche che ineserabilmente caratterizzano le opposte teorie tendono a degenerare. Nella temperie degli anni '70, esso si è rapidamente politicizzato. I deterministi genetici sono stati identificati come conservatori o addirittura criptofascisti, i deterministi ambientali come progressisti o criptomarxisti.
L'intreccio tra istinto e cultura
Nella postfazione, intitolata "C'era una volta Lorenz", Celli, pur confermando sostanzialmente l'ipotesi di fondo del saggio (il mister Hyde che è in noi) avanza almeno un dubbio sull'intreccio tra istinto e cultura. Che scopo perseguono, in sostanza, gli esseri viventi combattendo fra loro? La lotta è un processo onnipresente nella natura, tanto i meccanismi comportamentali come le armi d'offesa e di difesa di cui si serve sono perfezionati e chiaramente frutto di una pressione selettiva imposta dalle rispettive funzioni conservative delle specie, che è senza dubbio nostro dovere porci questo quesito darwiniano.
Forme di lotta interspecifica
La lotta interspecifica, di fatto, esiste e si realizza in tre forme: il comportamento aggressivo del predatore verso la preda, la reazione aggressiva della preda verso il predatore, la "reazione critica" di colui che, attaccato da un nemico più forte, non vedendo altra soluzione, reagisce con la forza della disperazione attaccando l'aggressore. Alle tre funzioni fondamentali del comportamento aggressivo - la distribuzione equilibrata di esseri viventi della stessa specie nello spazio vitale disponibile, la selezione del più forte attraverso i combattimenti fra rivali e la difesa della discendenza - occorre poi aggiungere “il ruolo che spetta all'aggressività nella complessa struttura di una società fra animali altamente sviluppati.
Il principio gerarchico e la selezione intra-specifica
Nonostante molti individui interagiscano in un sistema sociale, i meccanismi interni di quest'ultimo sono spesso più facili da capire che non le interazioni di impulsi in un singolo individuo. Un principio ordinatore, senza il quale non può evidentemente svilupparsi una qualunque convivenza comunitaria fra animali superiori è il cosiddetto principio gerarchico. Il combattimento debba quindi venire evitato solo all'interno del gruppo. È più che probabile che l'intensità distruttiva della pulsione aggressiva, tuttora un male ereditario dell'umanità, sia la conseguenza di un processo di selezione intra-specifica che ha agito sui nostri avi per circa quarantamila anni, ossia per tutto il paleolitico superiore.
Quando l'uomo ebbe conquistato le armi, i vestiti, e un principio di organizzazione sociale, per cui poté superare i pericoli della fame, del freddo, e del venir mangiato dai grossi animali feroci, e questi pericoli cessarono di essere i fattori essenziali a determinare la selezione, deve aver avuto inizio una maligna selezione intra-specifica. Il fattore che ora determinava la selezione era la guerra, che le tribù vicine e ostili conducevano loro. Essa deve aver prodotto un'estrema fermentazione di tutte le cosiddette «virtù guerresche», che purtroppo sono ancora oggi per molti uomini gli ideali veramente meritevoli d'esser perseguiti.
La ritualizzazione
La ritualizzazione consiste “nel sorgere d’un moto istintivo la cui forma ricalca quella d'un comportamento variabile e originato da diverse motivazioni indipendenti” (p. 104). Ciò significa che “certi comportamenti perdono nel corso della filogenesi la loro originale funzione per diventare pure cerimonie simboliche, puri movimenti rituali” (p. 105):
“Attraverso il processo di ritualizzazione filogenetica, nasce ogni volta un nuovo istinto completamente autonomo, che per principio è indipendente esattamente quanto qualsiasi altra delle cosiddette «gran » pulsioni - la fame, la sessualità, la fuga e l'aggressività -, e che, esattamente come queste, ha seggio e voto nel grande parlamento degli istinti. Questo fatto è a sua volta importante per il nostro tema perché molto spesso è compito particolare degli impulsi formatisi da poco, attraverso la ritualizzazione, di opporsi in quel parlamento all'aggressività, di dirottarla in canali innocui e di frenare i suoi effetti dannosi alla conservazione della specie.” (p. 109)
La coesione di gruppo e le buone maniere
Ogni gruppo umano che oltrepassi in grandezza quanto può venire unito dall'amore personale e dall'amicizia, dipende per la sua esistenza da queste tre funzioni di moduli comportamentali storico-culturali ritualizzati. Il comportamento sociale umano è talmente permeato da ritualizzazione storico-culturale che non ce ne possiamo render conto giusto a causa della sua onnipresenza. Anzi, per portare esempi di comportamenti umani che con certezza possano venir descritti come non ritualizzati, dobbiamo ricorrere a moduli la cui esecuzione in pubblico è proibita, come lo sbadigliare e lo stirarsi senza inibizioni, il ficcarsi le dita nel naso o il grattarsi in posti non nominabili. Tutto quello che vien chiamato «maniera» è naturalmente rigidamente determinato da ritualizzazione storico-culturale. Le «buone» maniere sono per definizione quelle che sono caratteristiche del proprio gruppo e noi ci conformiamo costantemente alle loro imposizioni tanto che sono diventate per noi una «seconda natura». Non realizziamo in genere né la loro funzione di inibire l'aggressività né quella di formare un legame. Eppure sono esse che producono quello che i sociologi chiamano «coesione di gruppo»...
L'aggressività prodotta da ogni deviazione dalle maniere e dai manierismi caratteristici di un gruppo costringe tutti i suoi membri ad attenersi rigidamente e uniformemente a queste norme di comportamento sociale. Da diversi sociologi è stata sostenuta l'opinione che la famiglia sia la forma più primitiva di compagine sociale e che da essa derivino filogeneticamente tutte le diverse forme di associazioni che ritroviamo presso gli animali superiori. Questo può essere limitatamente giusto per alcuni insetti che formano stati e possibilmente anche per alcuni mammiferi, i vicompresi i primati ai quali appartiene l'uomo; ciò non deve però venire generalizzato. La forma più primitiva della «società» nel senso più...