“L’enigma da risolvere”: epistemologia, sguardo
e costruzione della femme fatale nel discorso
cinematografico
Facoltà di Lettere e Filosofia
Dipartimento di Storia, Antropologia, Religione, Arte, Spettacolo
Corso di laurea in Scritture e Produzioni dello Spettacolo e dei Media
Esame:
Media e Industrie creative
A.A. 2025-2026 INDICE
“L’enigma da risolvere”: epistemologia, sguardo e costruzione della femme fatale nel
discorso cinematografico
Introduzione..........................................................................................................................3
Capitolo I L'eredità dell’ombra: la codificazione della “dark lady” nel noir classico.........5
Capitolo II Metamorfosi del discorso: dalla decostruzione alla agency del neo-noir..........12
Capitolo III L’oltre-genere: la femme fatale nell’era speculativa e post-femminista...........21
Conclusione..........................................................................................................................29
Bibliografia...........................................................................................................................30
Filmografia............................................................................................................................31 1
Introduzione
Il titolo del presente lavoro di ricerca, “L’Enigma da risolvere”, intende circoscrivere la figura
della femme fatale con come un semplice stereotipo di genere o un espediente narrativo
confinato all’universo del cinema di genere, bensì come un vero e proprio dispositivo
epistemologico. Nel discorso cinematografico, la femminilità destabilizzante agisce come una
perturbazione cognitiva per il soggetto maschile, incrinando la pretesa di controllo razionale
esercitata dallo sguardo. L'elaborato si propone di decostruire la traiettoria di questa icona
visiva, esaminando la tensione fondamentale tra la volontà di verità che guida l’istanza
ermeneutica (il logos) e la resistenza opposta dalla superficie delle apparenze (la seduzione).
Per mappare questa complessa dinamica, la ricerca adotta un approccio transdisciplinare che
intreccia tre direttrici teoriche fondamentali. Innanzitutto, la genealogia estetica consente di
rintracciare le radici letterarie e culturali dell’icona fatale, evidenziando come il cinema non
inventi la minaccia erotica dal nulla, ma traduca visivamente una fitta costellazione simbolica
ereditata dalla sensibilità romantica e decadente dell’Ottocento, in cui l’attrazione si fa
indissolubile dal terrore e dal lutto. La critica femminista e psicoanalitica offre gli strumenti
per analizzare la politica dello sguardo cinematografico, decostruendo le asimmetrie scopofile
che posizionano tradizionalmente la donna come oggetto passivo della visione e veicolo di
un’inquietudine profonda legata alla differenza sessuale e all’ansia di castrazione. Infine, la
semiotica del simulacro illumina la transizione della femme fatale da minaccia referenziale a
puro artificio di superficie, capace di sottrarre il discorso al suo senso profondo per sostituirvi
la fascinazione e la trappola delle apparenze, neutralizzando la legge del significato. Questa
indagine mira a superare l’interpretazione della femme fatale come una reazione difensiva a
repentine crisi sociali e identitarie perpetuata dalla saggistica tradizionale. L'icona della fatalità
femminile viene qui indagata nella sua preesistenza formale e semiotica, mostrandola come il
correlato oggettivo di una più profonda frattura cognitiva che attraversa la modernità e la
postmodernità. L’orizzonte analitico dell’elaborato è volta a tracciare le metamorfosi estetiche,
politiche e tecnologiche di questo trauma epistemologico.
La prima parte esplora la codificazione originaria dell’archetipo all’interno del discorso
visivo classico. In questo regime di rappresentazione, la femme fatale viene posta come un
enigma morale e conoscitivo che il logos maschile, incarnato dallo sguardo feticista o
investigativo, tenta di decodificare. Lo svelamento e l’analisi dei sintomi visivi della colpa
femminile servono a soddisfare una pulsione epistemofilica, tesa a ricondurre l’opacità del
desiderio entro i rassicuranti confini della legge e del significato. Il superamento della minaccia
2
si compie inevitabilmente attraverso una violenza ermeneutica che culmina nella sanzione
punitiva, ristabilendo l’ordine simbolico patriarcale.
La seconda sezione indaga la disarticolazione di questo dispositivo classico operata
dalla sensibilità cinematografica postmoderna. Venuta meno la stabilità delle sanzioni morali
e censorie del cinema classico, il destino dell’icona si biforca. Da un lato, l’indagine mette a
nudo la decostruzione della dark lady in una figura tragica, somatizzazione nevrotica e vittima
di una violenza sistemica e capitalistica insormontabile. Dall'altro lato, si assiste
all'affermazione di un’agency performativa radicale: la donna si appropria attivamente dello
sguardo feticista per farne una trappola semiotica fredda e lucida, costringendo il logos
maschile a misurarsi con la reversibilità del gioco erotico e cognitivo, dove lo spettatore e
l’investigatore vengono infine imprigionati dalle proprie stesse proiezioni.
La terza e ultima parte della ricerca si spinge oltre i confini del genere cinematografico
codificato, esaminando l'avvento di un “oltre-genere” speculativo e post-femminista. In questa
cornice contemporanea e fluida, la minaccia abbandona definitivamente la corporeità biologica
e la colpa metafisica per risolversi in una pura performance iperreale di superficie. Dalle
strategie mediatiche di simulazione del trauma alle configurazioni post-umane e tecnologiche,
la seduzione si fa algoritmo o specchio concavo che abita trans medialmente gli schermi.
L'enigma non nasconde più un segreto o un’assenza da svelare, ma l’assenza stessa di un
referente originario, segnando l’implosione definitiva di ogni pretesa diagnostica dello
sguardo.
Attraverso questa traiettoria decostruttiva, l’elaborato intende dimostrare che
l’evoluzione della femme fatale non descrive semplicemente un mutamento dei costumi sociali,
ma illustra il collasso al simulacro iperreale dell’oltre-genere, la femme fatale si rivela come la
configurazione estetica più compiuta della nostra contemporaneità: un’apparenza pura e
risplendente che, rifiutando la tirannia della profondità, rivendica la propria agency assoluta e
dimostra che, al di là delle superfici seducenti delle immagini, non vi è alcuna verità profonda
da svelare. 3
CAPITOLO I
L'eredità dell’ombra: la codificazione della “dark lady” nel noir classico
La figura della femme fatale, ampiamente codificata dal cinema classico hollywoodiano degli
anni Quaranta e Cinquanta, rappresenta una delle mistificazioni visive e culturali più compiute
di un immaginario femminile estetico molto più antico. Prima di stabilirsi come icona
cinematografica nel genere noir, essa prende forma e si sviluppa nella letteratura romantica e
decadente dell’Ottocento, dove emergono figure femminili caratterizzate dall’intreccio tra
bellezza, seduzione e distruzione. In questa prospettiva, il noir non inventa la femme fatale, ma
traduce in immagini una costellazione simbolica già consolidata nella cultura letteraria
europea, configurandosi come un dispositivo formale attraverso cui negoziare i traumi legati
al mutamento dei ruoli di genere.
Sotto il profilo storico-sociale, la saggistica cinematografica ha spesso interpretato la
dark lady del noir come una reazione difensiva alle dinamiche della Seconda guerra mondiale.
L’ingresso delle donne nel mercato del lavoro bellico e la conseguente conquista di
un’indipendenza economica e sociale avrebbero innescato una profonda crisi dell’identità
maschile, spingendo il sistema patriarcale a trasfigurare questa minaccia in un dispositivo
filmico perturbante, castrante e infine punitivo. Tuttavia, una simile lettura rischia di appiattire
l’icona femminile su una mera contingenza storica, trascurando la complessa e secolare
stratificazione estetica che ne governa la morfologia e ne determina la persistenza. La femme
fatale, dunque, non nasce nel vuoto industriale di Hollywood, ma eredita quel concetto di
“bellezza medusea” che lo studioso Mario Praz, nel suo saggio La carne, la morte e il diavolo
nella letteratura romantica, individua come cardine della sensibilità ottocentesca: «Quella
testa di donna giustiziata dagli occhi vitrei, quella orribile e affascinante Medusa, sarà l’oggetto
dell’amor tenebroso di romantici e decadenti per tutto il secolo. Per i romantici la bellezza
riceve risalto proprio da quelle cose che sembrano contraddirla: dalle cose orride; è bellezza
1
tanto più gustata quanto più triste e dolente. »
Sotto il profilo della messa in scena, questa attrazione per la bellezza medusea trova
una precisa traduzione visiva nella cinematografia noir attraverso l’uso sistematico
dell’illuminazione low-key e del chiaroscuro di derivazione espressionista. Il corpo della femme
fatale cessa di essere uno spazio di pura trasparenza visiva per farsi territorio ambiguo,
1 Praz M., La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Rizzoli, 2008, pag.49 4
frammentato e minaccioso. L'obiettivo fotografico, proiettando ombre geometriche sul volto e
sul corpo della donna, ne suggerisce visivamente la duplicità morale e l’inafferrabilità
ontologica. Questa rappresentazione estetica richiama la definizione che Baudelaire dava al
“suo” Bello, citata da Praz, come qualcosa di inscindibilmente legato al dolore e alla
melanconia: « È qualcosa di ardente e di triste... Una testa seducente e bella, una testa di donna,
intendo dire, è una testa che fa sognare al contempo, — ma in modo confuso, — di voluttà e di
tristezza; che porta con sé un'idea di malinconia, di stanchezza, perfino di sazietà, — oppure
un'idea contraria, cioè un ardore, un desiderio di vivere, associati a un'amarezza che rifluisce,
2
come se provenisse da privazione e disperazione» . La parabola della femme fatale, quindi, si
articola attraverso una profonda inversione dei ruoli psicologici e di genere analizzata nella
letteratura dell’Ottocento. Nella prima metà del secolo, la sensibilità romantica è dominata
dall’uomo fatale – l'eroe byroniano e persecutore sadico di impronta miltoniana che consuma
e distrugge figure femminili angeliche e passive. A partire dalla metà del secolo, si compie una
radicale torsione psico-erotica: l’aggressività e il sadismo si trasferiscono progressivamente dal
maschio alla femmina. L'uomo abdica alla propria sovranità per scivolare in una passività
androgina e masochista, compiacendosi del proprio supplizio erotico, mentre la donna si
afferma come dominatrice spietata e idolo algido. Questo ribaltamento poggia su una
genealogia mitopoietica ancestrale che affonda le radici nella figura di Lilith, la prima moglie
ribelle di Abramo che rifiutò la sottomissione al patriarca, e si propaga attraverso le creature
demoniache e vampiresche del folklore classico e celtico.
Nel passaggio dalla pagina scritta alla pellicola cinematografica, questa evoluzione
letteraria subisce una formidabile traduzione visiva. Nel film noir, lo svelamento visivo della
donna non serve a rivelare la verità interiore, ma ad accentuare il mistero e l’oscurità
circostante. Questa dinamica formale si traduce in quello che Laura Mulvey definisce come la
frammentazione del corpo femminile operata dallo sguardo cinematografico classico. Lo
spettacolo cinematografico si organizza attorno a una rigida dicotomia sessuale, in cui l’uomo
è il soggetto attivo della visione e la donna è posta come oggetto passivo, definita dalla
condizione to-be-looked-at-ness. Nel film noir questa frammentazione subisce una torsione
specifica: la macchina da presa seziona l’anatomia della donna, indugiando su dettagli feticisti
con uno sguardo dal carattere clinico e diagnostico. Questo tentativo di decodificazione rivela
2 Praz M., op. cit., pag. 51, Testo originale: «C'est quelque chose d'ardent et de triste... Une tête séduisante et
belle, une tête de femme, veux-je dire, c'est une tête qui fait rêver à la fois, — mais d'une manière confuse, — de
volupté et de tristesse; qui comporte une idée de mélancolie, de lassitude, même de satiété, — soit une idée
contraire, c'est-à-dire une ardeur, un désir de vivre, associés avec une amertume refluant, comme venant de
privation et de désespérance». 5
come la femme fatale agisca in realtà come un trauma epistemologico, diventando
3
un’«applicazione mostruosa» delle categorie tradizionali. Sotto questo aspetto, la donna cessa
di essere un personaggio coerente e si trasforma in un enigma, una sfinge che sfida il logos
maschile. Gautier descrive questa attrazione fatale come una forza cosmica a cui è impossibile
resistere: «La perfezione spinta a tal punto è sempre inquietante, e le donne così simili a dee
non possono che essere fatali ai deboli mortali; sono create per gli adulteri celesti, e gli uomini,
4
anche i più coraggiosi, si avventurano solo tremando in simili amori» . L'uomo tenta
disperatamente di analizzare il corpo della donna per trovarvi i sintomi visivi della sua
colpevolezza e delle sue intenzioni nascoste, ma questo accanimento diagnostico si scontra con
l’opacità impenetrabile di una bellezza che, come la Medusa letteraria, pietrifica e disloca la
pretesa di verità che sostiene lo sguardo maschile. Quando il noir hollywoodiano costruisce la
propria dark lady, eredita inconsapevolmente molti dei tratti della Belle Dame sans merci
romantica l’inaccessibilità, la fascinazione mortifera e la subordinazione dell’uomo a un
desiderio che conduce alla rovina.
Questo accade in Double Indemnity (1944) di Billy Wilder, dove la prima apparizione
di Phyllis Dietrichson non si limita a introdurre un personaggio, ma costruisce immediatamente
un dispositivo visivo fondato sul desiderio e sull’ambiguità. La macchina da presa insiste su
un dettaglio apparentemente marginale, la cavigliera che adorna la gamba della donna,
trasformandolo in un autentico oggetto di fascinazione feticista. Lo sguardo di Walter Neff si
configura come uno sguardo desiderante che tenta di appropriarsi dell’immagine femminile
mediante l’osservazione e l’interpretazione. La frammentazione del corpo femminile operata
dall’inquadratura non produce una maggiore intelligibilità del personaggio, ma ne rafforza
l’opacità. Qui si realizza quel legame tra piacere e supplizio che Praz rintraccia in tutta la
letteratura decadente, dove l’uomo aspira ad essere la vittima di un idolo crudele. Phyllis, la
manipolatrice, appare fin dall’inizio come una figura eccedente rispetto alle categorie razionali
attraverso cui il protagonista cerca di comprenderla, la sua seduzione risiede precisamente in
questa eccedenza di significato, nella distanza incolmabile tra ciò che mostra e ciò che lascia
intuire. È la dinamica della Belle Dame sans merci, che tiene l’amante in suo potere: «Io vidi
3 Praz M., op. cit., pag. 14
4 Praz M., op. cit., pag. 186. Testo originale: « La perfection portée à ce point est toujours inquiétante, et les
femmes si semblables aux déesses ne peuvent qu’être fatales aux faibles mortels; elles sont créées pour les
adultères célestes, et les hommes, même les plus courageux, ne se hasardent qu'en tremblant dans de pareilles
amours» 6
pallidi re e principi, pallidi guerrieri; tutti eran pallidi come la morte, e gridavano: “La belle
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Dame sans merci ti viene in suo potere!”» .
Se in Double Indemnity l’enigma della femme fatale mette in crisi la possibilità di una
conoscenza trasparente del reale, con Vertigo (1958), Alfred Hitchcock radicalizza
ulteriormente questa dinamica. La figura femminile non si presenta più come un mistero da
decifrare, ma come il prodotto di una costruzione immaginaria elaborata dal soggetto maschile.
L’indagine di Scottie Ferguson su Madeleine Elster si rivela infatti progressivamente
inseparabile dalla propria ossessione necrofila, fino a mostrare come ciò che egli ricerca non
sia una verità nascosta, bensì la conferma di un’immagine idealizzata. Tale dinamica emerge
con particolare evidenza nella seconda parte del film, quando Scottie sottopone Judy Barton a
un progressivo processo di trasformazione affinché possa coincidere con l’immagine
idealizzata di Madeleine. L'insistenza sul colore dei capelli, sugli abiti e persino
sull’acconciatura rivela come il desiderio non sia rivolto a una persona reale, ma a un’immagine
costruita e continuamente reiterata. In questa prospettiva, Madeleine può essere accostata alla
figura descritta da Walter Pater nel passo dedicato alla Gioconda: «È una bellezza che procede
dall’interno e s’imprime sulla carne - il deposito, cellula per cellula, di strani pensieri, di
fantastiche divagazioni e di passioni squisite. [...] Tutti i pensieri e tutta l’esperienza del mondo
han lasciato là il loro segno e la loro impronta [...] come il vampiro, fu più volte morta ed ha
6
appreso i segreti della tomba» . Non a caso, tale rappresentazione converge con un motivo
centrale dell’immaginario decadente, quello del vampirismo erotico. In La Morte amoureuse
di Gautier, Clarimonde incarna una femminilità che sfugge alle categorie ra
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