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Università degli Studi di Cagliari

Facoltà di Studi Umanistici

Corso di Laurea in LINGUE E COMUNICAZIONE - Classe L-20

Il dibattito su relativismo culturale e diritti umani alla luce di un caso

di sportswashing: FIFA World Cup Qatar 2022

Tesi di Laurea di Relatore

ELIO RASSU Prof. FRANCESCO BACHIS

A.A. 2021/2022

Abstract

Durante lo sviluppo di questa tesi si introdurranno due concetti, spesso in opposizione, che hanno

generato un ampio dibattito durante gli ultimi due secoli: il relativismo culturale e l’universalismo.

Il relativismo riguarda l’idea per cui si dovrebbe cercare di comprendere una cultura tramite i valori

e costumi di quella stessa cultura e non attraverso idee e strutture esterne. Al contrario, la corrente

universalista si riferisce all’esistenza di tratti comuni che uniscono tutti gli esseri umani e donano

loro pari dignità.

Le due correnti per cui, da una parte, dovremmo accettare (o almeno provare) i valori provenienti da

contesti diversi dal nostro e, dall’altra, dovremmo concentrarci sul concordare attorno a valori

universali che siano validi in tutto il mondo, crea un ampio dibattito, molto più articolato di come

possa sembrare.

Nel primo capitolo si proverà ad introdurre i due concetti principali della tesi, consapevoli

dell’impossibilità di riportare totalmente un dibatto che si sviluppa in più secoli. Si inizierà con il

concetto di relativismo per poi spostarsi su quello di universalismo e diritti umani. Inoltre, dal

momento che i due termini formano un continuum di significato che comprende posizioni

intermedie e sfumate, si cercherà di riportare alcune teorie che riflettono sull’unione della

valorizzazione culturale (tipica del relativismo) e la ricerca di un’unità sottostante (tipica

dell’universalismo. Inoltre, il capitolo uno citerà alcune delle maggiori critiche rivolte alle due

teorie e cercherà di intercettare i punti che generano maggiore biasimo.

D’altra parte, il secondo capitolo si riferirà a un report commissionato dall’Ong Human Rights

Watch sulle violazioni dei diritti umani avvenute nel periodo di organizzazione della Coppa del

Mondo Fifa in Qatar. In questa sede si proverà a spiegare a quali dei punti di vista, citati nel primo

capitolo sono, il report si ispira e da quali si allontana; se assume una posizione maggiormente

relativista o universalista.

Infine, si forniranno delle conclusioni riguardo allo sviluppo della tesi e a cosa è stato analizzato.

This thesis aims to introduce two key concepts that have sparked a significant debate in the 20th

and 21st centuries: cultural relativism and universalism.

The first concept pertains to the idea that every culture should be studied by comprehending its

values and customs, rather than using our "ethnocentric" tools of understanding. The second

concept refers to the existence of commonalities among humans that unify all people and grant

them dignity. Accepting values from different contexts and focusing on universal values valid

worldwide shape a complex and far-reaching debate.

Chapter one will provide an overview of the two key concepts and their theoretical foundations,

starting with cultural relativism and then moving on to universalism and human rights. Although the

research cannot cover all aspects of the debate due to its length, this thesis will aim to highlight

various interpretations of these two concepts and how they form a spectrum where everyone can

find their own point of view. For example, many scholars have been exploring the meeting point

between cultural relativism's emphasis on enhancing cultures and universalism's pursuit of

underlying unity.

Chapter one will also highlight the major criticisms of these concepts and focus on the weaker

aspects of these theories.

Chapter two will examine a Human Rights Watch report on human rights violations leading up to

the 2022 FIFA World Cup, both in the workplace and in social life. The thesis will examine the

report's perspective and determine which concept it considers more important, universalism or

relativism.

Finally, the thesis will provide conclusions about the overall research and what was found.

Il dibattito su relativismo culturale e diritti umani alla luce di un caso

di sportswashing: FIFA World Cup Qatar 2022

Indice

Introduzione pag. 5

Capitolo 1: Relativismo culturale e universalismo: due approcci

contrapposti?

1.1 Relativismo culturale

Definizione

1.1.1 pag. 6

1.1.2 Evoluzione del termine pag. 9

1.1.2.1 Il relativismo di fronte alla globalizzazione

1.1.3 Critiche pag. 11

1.2 Relativismo culturale e universalismi

1.2.1 Definizioni pag. 13

1.2.2 Evoluzione del concetto di diritti umani pag. 17

1.2.2.1 Diritti Umani e Asian Values

Capitolo 2: Oltre l’etica: un caso di sportswashing? pag. 21

2.1 FIFA World Cup Qatar 2022 pag. 26

2.2 Ong e diritti umani: Human Rights Reporters’ Guide pag. 27

2.2.1 Diritti umani nel lavoro pag. 28

2.2.2 Diritti delle donne pag. 30

Conclusioni pag. 32

Riferimenti bibliografici pag. 34

Introduzione

Questa tesi parte da un dibattito attorno a due concetti che, almeno da duecento anni sono oggetto di

continue e infiammate discussioni: relativismo e universalismo.

Essendo questo un tema vastissimo, si concentrerà l'attenzione su un dibattito molto recente attorno

al cosidetto sportswashing dei Mondiali di Calcio FIFA 2022.

La tesi è suddivisa in due capitoli. Nel primo capitolo si proverà a riportare alcuni tentativi, forniti

da antropologi e studiosi, di definire i due termini, concentrandosi in un primo momento sulla

concezione di relativismo e le sue sfumature e, in seguito, su quella di universalismo; in entrambi i

casi ci si riferirà anche alle più importanti critiche che son state espresse cercando di evidenziare

quali punti delle teorie rappresentano motivo di maggiore biasimo.

Nonostante il dibattito possa sembrare frutto di una semplice opposizione di pensiero, in realtà,

genera una vasta quantità di opinioni e punti di vista che sì possono essere discordanti ma, talvolta,

lasciano spazio a teorie che, d’altra parte, cercano di trovare punti di incontro fra relativismo e

universalismo; in estrema sintesi, fra la valorizzazione della dimensione locale e l’esaltazione di

quella globale.

Nel capitolo uno, infatti, si citeranno anche quelle teorie che hanno voluto produrre sincretismi fra

relativismo e universalismo e, d’altra parte, le teorie che si posizionano agli estremi dell’universo di

significato che questi due termini portano con sé. Essendo consapevoli dell’impossibilità di

riportare in questo lavoro un dibattito che si sviluppa durante secoli, ci si concentrerà sugli aspetti

più importanti e riassuntivi, soprattutto per quanto riguarda le nozioni trattate nel primo capitolo.

La trattazione di tali aspetti si sviluppa a partire dalla consultazione di manuali antropologici

pubblicati da Marvin Harris (1990), Barbara Miller (2019), Mondher Kilani (1994), Emily Schultz

con Robert Lavenda (1999) e Ugo Fabietti (2004), il quale ha pubblicato un manuale anche con

Roberto Malighetti (2002). Ne consegue che la ricerca sul, come detto, ampio dibattito è stata

filtrata tramite visioni di natura antropologica.

Inoltre, nella stessa sede, si cercherà di capire come alcuni eventi della storia contemporanea hanno

modificato la sensibilità dell’opinione pubblica attorno ai due termini chiave della tesi. A titolo

d’esempio, si vedrà come la globalizzazione, l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione, la

Seconda Guerra Mondiale e la nascita di movimenti come quello femminista e dei diritti umani

hanno contribuito ad aumentare la consapevolezza su nozioni come universalismo e dialogo

interculturale, data l’estrema interconnessione che hanno causato.

Allo stesso modo, ci si concentrerà sul modo in cui l’attacco alle Torri gemelle del 11 settembre

2001 ha influenzato il pensiero pubblico italiano e statunitense, indirizzandolo talvolta verso una

critica al relativismo e al post-modernismo, ossia quelle posizioni filosofiche che non affermano

l’esistenza di verità universali.

Infine, il primo capitolo si concluderà con una breve introduzione alla teoria dei diritti umani, che

scaturisce dalla concezione dell’universalismo. In estrema sintesi, i diritti umani riguardano la

necessità di concordare globalmente su alcuni diritti che mirano a difendere le libertà dell’individuo

e, in questa sede, si proverà a riportare alcune delle maggiori critiche che son state rivolte a questa

teoria.

In particolar modo ci si riferirà alle accuse secondo cui i diritti umani rappresentano una forma di

colonialismo morale occidentale e agli Asian Values, ossia quei valori che sono considerati tipici del

contesto sud-est asiatico e quindi all’idea che il diritto si possa declinare localmente.

Se il focus del primo capitolo sta nel fornire delle basi teoriche e nell’introdurre i due concetti

principali della tesi, il secondo capitolo prenderà spunto da queste basi per analizzare un report,

commissionato da parte dell’ONG Human Rights Watch, riguardo alla recente organizzazione della

Coppa del Mondo in Qatar. Il report è diviso in due capitoli e si riferisce, nel primo, alla violazione

5

dei diritti dei lavoratori migranti durante gli anni precedenti l’inizio del torneo; nel secondo critica

le limitazioni imposte alle libertà delle donne e alle persone appartenenti alla comunità di LGBT.

L’obiettivo dell’analisi è quello di capire a quali punti di vista, di quelli descritti nel primo capitolo,

il report si riferisce e da quali, invece si allontana; in sunto, se il lavoro di HRW occupa una

posizione relativista e quindi sostiene l’accettazione delle differenze culturali, o una maggiormente

universalista, riferendosi al fatto che ci sono standard universali che devono essere rispettati e non

possono essere culturalmente negoziati.

Capitolo 1

Relativismo culturale e universalismo: due approcci contrapposti?

1.1 Relativismo culturale

1.1.1 Definizione

Nonostante, a uno sguardo superficiale, possa sembrare avere un significato poco sfumato e

piuttosto univoco, la concezione di relativismo culturale presenta un ampio spettro di interpretazioni

e, talvolta, critiche a seconda del periodo e del contesto in cui viene trattata.

Molti antropologi e antropologhe si sono domandati “che cos’è il relativismo?”, generando una

discussione che comprende svariate direzioni spesso discordanti e distanti fra loro.

Per partire da qualche esempio, secondo Thomas Eriksen (2004, p.13), il relativismo è un “metodo

più che un punto di vista”, utilizzato per cercare di comprendere una cultura attraverso i valori

provenienti dalla cultura stessa e non tramite idee e strutture esterne.

È ciò che hanno tentato di fare antropologi come Franz Boas e Bronisław Malinowski tramite le

loro ricerche sul campo. Boas ha per primo elaborato il concetto di relativismo dando dignità a

culture che erano fortemente criticate per mezzo di teorie evoluzionistiche.

A fine 800, infatti, queste teorie ipotizzavano una serie di stadi evolutivi attraverso i quali una

società doveva passare prima di potersi dire sviluppata e sostenevano che la società occidentale

rappresentava un paradigma di modernità mentre le altre si collocavano, lungo questa linea di

sviluppo immaginaria, in stadi precedenti e quindi venivano considerate “arretrate” o “primitive”.

Ecco che, ai tempi d’oggi, questo filone può apparire ormai dato per acquisito. In realtà, mostra

quanto moderna fosse la posizione occupata da Boas che, oltre ad aver spiegato come alcuni

costumi che ci possono sembrare ripugnanti o estranei hanno pari dignità rispetto a quelli che

notiamo quotidianamente all’interno della nostra società, fu molto critico verso i pregiudizi razzisti,

da lui confutati in quanto considerava la cultura come unica variabile fra i gruppi umani, e non la

“razza” o l’etnia.

Oltre ad essere un metodo che aspira a valorizzare la diversità culturale, il relativismo culturale

comprende anche l’idea secondo la quale è necessario astenersi dai giudizi morali immediati verso

culture differenti dalla nostra, insomma, evitare l’etnocentrismo. Potrebbe essere utile introdurre

brevemente questo concetto poiché, assieme all’universalismo, è spesso contrapposto a quello di

relativismo.

L’etnocentrismo è, appunto, quell’atteggiamento per cui tendiamo a giudicare un’altra cultura a

partire dalle idee e i valori appartenenti alla nostra. Questo solitamente porta a una considerazione

6

negativa delle altre società dal momento in cui, spesso, consideriamo i nostri costumi come migliori

poiché vi siamo abituati e ci sono stati trasmessi come qualcosa di importante, da mantenere e

talvolta per merito di persone che riteniamo fondamentali, tramite l’educazione e i mezzi di

comunicazione.

Come affermano Ugo Fabietti e Roberto Malighetti (2002, p. 36), all’interno della cultura gli

individui affrontano un processo di “culturalizzazione” e un altro di “umanizzazione”. Il primo,

permette la trasmissione di valori e norme morali, il secondo si riferisce all’idea di base che ogni

società ha riguardo a cosa significa essere umano; così facendo, prende forma quello che viene

considerato non umano e quindi viene categorizzato come “altro”, “diverso” e a seconda delle

interpretazioni “dis-umano”. È così che, tramite l’unione di questi due processi, le società e le

persone possono sviluppare un’impronta etnocentrica: assumendo consapevolezza su ciò che la

propria società considera “tradizionale” e ciò che invece considera distante.

In questo modo, l’etnocentrismo favorisce lo sviluppo e la manifestazione di giudizi morali che,

secondo i sostenitori del relativismo (dato che alcuni aspetti della persona vengono culturalmente

formati già dall’infanzia) non sono ovviamente assenti all’interno della mente umana ma non

devono condizionare lo studio delle culture e dovrebbero essere messi in secondo piano.

Infatti, le categorie culturali che acquisiamo tramite il processo di culturalizzazione sono

“categorie-pelle” e non “categorie- maglietta” (Bruni, De Monte, Magaudda, Ligi, Piotti, 2021, p.

55).

È inevitabile, perciò, avere un punto di vista che ci accompagna nell’esperienza del mondo e non è

qualcosa che possiamo semplicemente “sfilarci”, in particolare mentre si studiano soggetti

appartenenti ad altri contesti. Come afferma Lila Abu-Lughod (2007, citato in Bruni, De Monte,

Magaudda, Ligi, Piotti, 2021, p. 54), però, durante il processo di studio è possibile avere dei

“riposizionamenti”, il nostro punto di vista può mutare a seconda degli stimoli a cui siamo

sottoposti ma sarebbe errato affermare che l’osservazione di gruppi sociali non venga accompagnata

dalla nostra idea di cosa sia una cultura, idea che, secondo una visione relativistica, deve evitare di

condizionare la ricerca.

Secondo l’etnologo Ernesto De Martino (1982 citato in Bruni, De Monte, Magaudda, Ligi e Piotti,

2021, p. 58), invece, l’approccio a nuovi, talvolta distanti, gruppi sociali rappresenta un «oltraggio

delle memorie culturali più care» che dovrebbe trasformarsi in «esame di coscienza».

Il contatto con altre culture dovrebbe suscitare nell’antropologo una riflessione critica verso i propri

valori per cercare di raggiungere una miglior forma di civiltà; De Martino accompagna questa

riflessione con una critica al relativismo, come finora descritto, e lo etichetta come “inconcludente”:

il posizionamento di tutte le culture sullo stesso piano, infatti, priverebbe gli studiosi di chiavi

interpretative e porterebbe a un’effimera neutralità. Questa forma di etnocentrismo viene chiamata

“etnocentrismo critico” e, come visto, non esclude tendenze evoluzionistiche ma allo stesso tempo

condivide l’idea che diverse culture possano dialogare e accogliere aspetti importanti l’una

dell’altra.

Inoltre, dimostra come le definizioni dei concetti di relativismo, etnocentrismo e, come vedremo in

seguito universalismo, possono essere labili e varie a seconda dello studioso in questione; in questo

senso, molti hanno cercato di trovare un equilibro e punti di incontro fra questi concetti per

elaborare delle teorie più efficaci e meno contraddittorie; ne approfondiremo alcune.

Un aiuto per chiudere la parentesi sull’etnocentrismo e per dirigersi da una visione, appunto,

prettamente etnocentrica a una relativista è stato fornito da Malinowski.

A fine 800, infatti, gli scritti antropologici venivano elaborati a partire da fonti come diari di

mercanti o missionari che non erano certo esenti da commenti e giudizi personali; erano talvolta

commissionati da istituzioni colonialiste che volevano conoscere i soggetti con cui si

interfacciavano, senza cercare di comprenderli in maniera relativistica.

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All’inizio del 900 Bronislaw Malinowski sposò la causa del relativismo culturale e ribaltò questo

metodo di scrittura e osservazione delle culture. Le sue ricerche sul campo (e soprattutto quella

sulle Isole Trobriand dal 1914 del 1918) erano caratterizzate da un’“osservazione partecipante” e

dall’utilizzo di un linguaggio descrittivo, neutro e non condizionato da opinioni personali. Termini

come “barbarie” o “civiltà”, appartenenti ad alcuni primordiali scritti antropologici, dovevano

essere ora evitati poiché evocativi di un giudizio, per altro negativo, che non si allineava con la

ricerca antropologica di un’obiettività scientifica.

L’antropologo è quindi tenuto a immergersi nella società di cui è interessato, cercare di parlarne

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elio.rassu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Bachis Francesco.
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