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Indice

Primo capitolo

  • La devianza minorile tra disagio sociale ed emarginazione
    • 1.1 La criminalità minorile
    • 1.2 Fattori sociali e culturali
    • 1.3 Fattori di prevenzione
    • 1.4 Il ruolo della scuola
      • 1.4.1 Effetto Pigmalione

Secondo capitolo

  • Le comunità residenziali per minori
    • 2.1 Breve excursus storico sui sistemi residenziali per minori
      • 2.1.1 La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino
    • 2.2 Le comunità per minori

Terzo capitolo

  • Il processo penale minorile e strategie per l’inclusione del minore in condizione di disagio
    • 3.1 La sospensione del processo e la messa alla prova
      • 3.1.1 La diversion
      • 3.1.2 La probation
    • 3.3 La Giustizia Riparativa

Introduzione

Ho deciso di argomentare sulla devianza minorile perché è da sempre per me un argomento interessante. Mi sono spesso chiesta perché si possa arrivare a certe condotte, cosa spinga una persona a fare certe scelte, perché alcuni scelgano di delinquere ed altri invece no, in che modo il contesto in cui vive un ragazzo possa influenzare o meno il suo sviluppo e il suo successivo comportamento. La devianza e la criminalità minorile sono temi attuali in quanto sempre più spesso in televisione e sui quotidiani, si sente parlare di aggressività, bullismo, devianza e mancanza di valori delle nuove generazioni, dando un quadro dei ragazzi di oggi come sbandati e senza valori. Il concetto di disagio è l’aspetto che meglio esprime le problematiche legate alla condizione giovanile. Il periodo adolescenziale è il più concreto poiché l’adolescente sviluppando una sua nuova identità, decide chi vuole diventare e con quali caratteristiche, scegliendo a chi vuole assomigliare, con una propria morale.

L’obiettivo del mio elaborato è analizzare i fattori di rischio, i fattori preventivi ed i programmi di intervento e prevenzione. Inoltre, ho preso in esame anche ciò che riguarda i programmi di rieducazione all’interno degli Istituti per Minori.

Primo capitolo

La devianza minorile tra disagio sociale ed emarginazione

La devianza può essere definita come un processo dinamico in cui il comportamento di una persona o di un gruppo viola le norme sociali. Potremmo affermare che tutti gli individui hanno occasionalmente un impulso deviante ma solitamente non lo attuano, poiché accettano le norme sociali in quanto le trasgressioni portano a delle reazioni da parte della società con delle sanzioni negative verso chi le compie, generando così una sensazione di rifiuto. Però è da considerare il fatto che un individuo se esposto continuamente a situazioni devianti, potrebbe interiorizzare il comportamento deviante, considerandolo normale. Questo processo è noto in sociologia come "devianza secondaria", pertanto, la persona dirige le sue azioni basandosi sulle conseguenze del suo comportamento.

È da specificare che se un delinquente è anche un deviante, non è detto che un deviante sia necessariamente un delinquente. E questo è vero indipendentemente dalla definizione, dalla classificazione o dall'interpretazione attribuita alla devianza. Alcuni la considerano come un atteggiamento che si discosta dallo standard dei comportamenti tenuti dalla media della popolazione giovanile (in queste situazioni si parla di devianza come anormalità statistica; ad esempio, il fumare spinelli); altri la correlano a comportamenti non corrispondenti alle aspettative sociali particolarmente rilevanti in quel contesto (per esempio, l'abbandono degli studi e il vagabondaggio).

Durante il periodo adolescenziale, sono evidenti i comportamenti rischiosi, dovuti alla costante ricerca di stimoli gratificanti e di novità. La devianza, quindi, è definita dalla società, da determinati codici, dalla reazione sociale e dalla considerazione negativa ad essa, che può essere formale (istituzionale) o informale (personale o di gruppo ma non derivante da regole scritte). Quando parliamo di criminalità minorile, si deve tenere conto del substrato culturale e delle cause sociali che lo hanno fatto scaturire.

Per illustrare la devianza minorile si può fare riferimento a tre teorie:

  • Teorie sociologiche
  • Teorie psicologiche
  • Teorie psicosociali

In primis è da considerare che una nozione base di queste teorie è quella della sottocultura opposta al sistema sociale e normativo di una società. Questa sottocultura infatti viola e rifiuta quei modelli comportamentali e quei valori approvati dalla società e c’è il rischio che possa essere condivisa e trasmessa al gruppo di appartenenza. La teoria delle sottoculture, sviluppata da Miller e Cohen, esponenti della scuola di Chicago, è illustrata attraverso un'analisi dei contrasti culturali e delle dispute presenti all'interno dei vari gruppi sociali. In particolare, secondo Cohen, le sottoculture tendono a emergere principalmente all'interno delle bande giovanili che hanno la capacità di compiere atti illegali.

Gottfredson e Hirschi hanno sviluppato la teoria dell'autocontrollo, enfatizzando l'importanza della famiglia per lo sviluppo di questa capacità che è una caratteristica individuale, acquisita nei primi dieci anni di vita. Affinché un minore acquisisca l’autocontrollo è fondamentale che i genitori amino i figli e vigilino su di loro; esercitino un controllo concreto sui comportamenti dei figli; siano in grado di accorgersi immediatamente delle (presumibili) infrazioni dei figli; siano in grado di punizioni, affinché venga compreso che davanti alla violazione di una norma c’è una reazione negativa. Questa nuova prospettiva coinvolge l'ambiente sociale circostante, ma principalmente la capacità effettiva del giovane di conformarsi e autoregolarsi alle norme sociali.

Il gruppo rappresenta una fase indispensabile per lo sviluppo della personalità della persona, e se la famiglia non riesce ad assumere il ruolo di guida per il minore, nel gruppo possono venire assimilati alcuni comportamenti devianti.

Le teorie psicologiche possono essere suddivise in tre grandi approcci. Secondo la prospettiva psicoanalitica, la devianza è considerata come risultato di un'evoluzione inadeguata nelle fasi dello sviluppo psicosessuale: in questa prospettiva, comportamenti devianti possono essere interpretati come il risultato di poca socializzazione del giovane individuo, che non riesce a stabilire relazioni positive con gli altri o a gestire i propri impulsi aggressivi.

Il secondo gruppo di teorie identifica la qualità delle relazioni familiari, come un elemento cruciale per comprendere la genesi dei comportamenti devianti nei minori. Il comportamento deviante lo si potrebbe considerare una modalità di risposta al ruolo che l'individuo ha assunto all'interno della sua famiglia, al fine di mantenere l'equilibrio e la stabilità familiare. L'attenzione non si limita solo alle relazioni primarie, ma comprende anche le dinamiche all'interno di famiglie allargate (come conviventi, matrigne e patrigni, ecc.).

Il terzo filone analizza le condotte devianti come un qualcosa derivante da disturbi psichiatrici adolescenziali. Se pensiamo all’antropologia criminale nello specifico del famoso Lombroso, i minori erano definiti individui “naturalmente” antisociali, che necessitavano di disciplina, correzione, ed educazione.

Le teorie psicosociali sono le teorie che ad oggi, sembrerebbero interpretare meglio il fenomeno della devianza minorile, poiché si preoccupano di esaminarla in correlazione all’effetto suscitato dall’intervento istituzionale sui giovani devianti.

1.1 La criminalità minorile

La delinquenza nel periodo giovanile rappresenta un problema sociale in costante crescita. Secondo le statistiche dei servizi minorili italiani, i ragazzi dai 14 ai 18 anni detenuti nei istituti penali per minori sono finiti all'incarcerazione per vari tipi di reati. Tra questi, omicidi, risse, percosse, violenze sessuali, rapine, furti, vandalismo e casi contro lo Stato, e l'ordine pubblico. Ma quali sono le motivazioni che spingono un giovane ad infrangere le regole o a commettere reati? Un ruolo significativo è svolto da due condizioni particolari: il disagio e l'emarginazione sociale.

Il concetto di disagio è centrale per comprendere le sfide legate alla fase giovanile. L'adolescenza è un periodo critico in cui i giovani devono definire la propria identità e decidere chi vogliono “essere” o “diventare”, quali caratteristiche vogliono sviluppare e soprattutto a chi vogliono assomigliare e quali esempio vogliono seguire. Questo processo implica la creazione di una propria morale e di un sistema di valori autonomo. Il disagio adolescenziale si manifesta attraverso comportamenti conflittuali e di ribellione, che derivano dalla ricerca dei propri limiti personali e da una tendenza marcata alla trasgressione.

Spesso quando un adolescente manifesta comportamenti devianti, rappresentano un segnale di richiesta di aiuto che gli adulti, responsabili della sua formazione, devono cogliere. Diventa compito dell'educatore guidare il giovane verso comportamenti socialmente accettabili prima che diventino una caratteristica persistente della sua personalità.

Il secondo concetto riguarda la marginalità sociale, che, secondo Durkheim, implica che la normalità è determinata dalla presenza di criteri normativi che derivano dalla necessità di integrazione sociale. In questo contesto, la comunità ridefinisce costantemente i confini tra comportamenti normali e patologici, tra conformità e devianza. Di conseguenza, i soggetti si trovano esclusi dalla partecipazione e dalle decisioni che influenzano il sistema sociale e sono privati dell'accesso alle risorse, alle garanzie e ai benefici riservati alla maggioranza dei membri privilegiati della società.

Esistono a tal proposito forme più di criminalità come il vandalismo, il danneggiamento o il fenomeno dei Writers, che sono spesso segni di protesta, contro la società che li ha emarginati e trascurati. È stato anche studiato che i bambini emarginati hanno maggiori probabilità di abbandonare la scuola, coinvolgersi in attività criminali, sviluppare problemi legati all'abuso di sostanze, depressione e ansia rispetto ai loro coetanei accettati socialmente.

Inoltre, la marginalizzazione può portare i giovani a manifestare comportamenti disadattivi e aggressivi, a formulare pregiudizi nell'interpretazione delle informazioni sociali, a non riuscire a valutare adeguatamente le reazioni dei loro coetanei ai propri comportamenti, a proporre obiettivi inappropriati nelle interazioni tra pari e a incontrare difficoltà nel gestire le proprie emozioni.

Quindi, condizioni come la mancanza di fiducia in sé stessi, l'essere apatici e l'assenza di strategie personali possono danneggiare lo sviluppo e la stabilità psico-emotiva dei ragazzi, che potrebbero essere attratti da comportamenti rischiosi, spinti dal desiderio di sperimentare sensazioni nuove. Durante la pubertà, il cervello degli adolescenti subisce una massiccia riorganizzazione dal punto di vista fisiologico. Due regioni cruciali della corteccia prefrontale, la corteccia orbito frontale e quella dorsolaterale, sono coinvolte nel processare informazioni e stimoli sociali, nonché nel prendere decisioni e nel controllo del comportamento. La prima, associata al circuito socio-emotivo, si sviluppa prima della seconda, che è coinvolta nel circuito di controllo, e viene attivata attraverso il rinforzo positivo della ricompensa. Il circuito socio-emotivo è legato alla ricompensa, ed è condizionato dalla dopamina che regolarizza la condotta dell’individuo in vista di possibili rinforzi futuri. Questo meccanismo spinge la persona a compiere azioni che portino a una ricompensa e alle conseguenti sensazioni di piacere, anche se qualche volta in risposta a scelte non appropriate o non conformi alle norme sociali, come il consumo di alcol, droghe o altre sostanze.

Potremmo affermare che nel periodo adolescenziale c’è un'innata propensione alla trasgressione e affinché non si trasformi in comportamenti devianti o antisociali, è fondamentale che l'ambiente di riferimento agisca in modo positivo. Questo ambiente dovrebbe aiutare l'adolescente ad imparare le norme sociali del gruppo di appartenenza e a imparare a gestire le emozioni e le azioni in modo sempre più efficace ed autonomo.

1.2 Fattori sociali e culturali

I comportamenti devianti derivano da una combinazione di fattori contestuali ed individuali dall’assenza di valori morali, dall'educazione e dall'ambiente familiare. Spesso, tali comportamenti hanno radici nel contesto familiare, dove un modello negativo può alimentare propensioni criminali e amplificare l'influenza dannosa delle figure adulte di riferimento. È ragionevole supporre che i comportamenti devianti appresi in famiglia per imitazione possano essere poi replicati nell'ambiente esterno.

Pertanto, tra i fattori che aumentano il rischio di sviluppare una personalità deviante, la famiglia svolge un ruolo importante come intermediaria tra l'individuo e la società. Secondo le ricerche condotte da Bandura e Walters nel 1959, i genitori dei ragazzi che si impegnano in comportamenti violenti tendono a mostrare un'ostilità latente nei confronti dei loro figli, creando così un ambiente emotivo di crescita poco soddisfacente. In particolare, il rapporto padre-figlio, anche se meno significativo nei primi anni di vita, diventa decisivo durante la preadolescenza. La mancanza di una figura paterna valida può avere conseguenze significative, soprattutto nei figli maschi, in termini di autostima, adattamento personale e difficoltà nei rapporti interpersonali. Questa mancanza può generare ansia, dovuta all’assenza di modelli coerenti e strutturati con cui confrontarsi.

In base a questa prospettiva, Miller nel 1958 suggerì che i giovani con un padre assente tendono a manifestare comportamenti devianti come una forma di affermazione della propria mascolinità. Ulteriormente, F.I. Nye sempre nel 1958 evidenziò una correlazione tra un rapporto di rifiuto reciproco o unilaterale tra padre e figlio e il successivo coinvolgimento del figlio in attività delinquenziali. Quando la famiglia non comprende o accetta adeguatamente il bambino, e si...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher laurap.b. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Universita telematica "Pegaso" di Napoli o del prof Borrelli Lucrezio.
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