Capitolo primo. L'incesto nella storia. Dalla Mesopotamia al crimen indicibile dell'antica Roma
1. L'incesto: uno dei fenomeni più antichi. Un breve excursus storico
Il mondo e la sua storia sono contornati di innumerevoli tabù che, con il passare del tempo, sono scomparsi o si sono sempre più radicati tra le reti sociali. In etnologia e nella storia delle religioni, il tabù rappresenta un divieto considerato sacro che può interfacciarsi sulle relazioni umane, su determinati luoghi o anche su alcuni cibi: nella Roma antica, per avanzare un esempio, persisteva il divieto di adoperare oggetti di ferro durante alcuni riti 1. Uno dei più antichi e grandi tabù culturali è l'incesto che rientra negli studi della psicoanalisi come un atto proibito e un pensiero non ammissibile alla coscienza.
Le relazioni incestuose, difatti, pur essendo un fenomeno da sempre presente in ogni cultura, rimane un tema molto delicato che ha suscitato e tuttora continua a suscitare reazioni contrastanti. A differenza di altri tabù, quello dell'incesto tocca uno degli emblemi di ogni tempo: la famiglia. Essa rappresenta, infatti, la struttura cardine di ogni società, la base su cui un popolo poggia le radici e legato a ciò si trovano le forti ripercussioni causate dalle relazioni incestuose.
Doveroso specificare, però, che l'incesto non suscita sempre ovunque automatiche reazioni di repulsione o disgusto: la reazione sociale, infatti, va dalla semplice presa in giro alla pena di morte. Non in tutte le società si trovano norme a riguardo o divieti: in determinate società, come succedeva nell'antico Egitto, le unioni incestuose venivano praticate regolarmente all'interno della classe regnante. Tuttavia, l'esperienza etnologica mostra che esiste un'universale tendenza a regolamentare in qualche modo i rapporti sessuali tra persone di uno stesso nucleo familiare o, comunque, parenti prossimi.
Ma nonostante nella maggior parte delle civiltà questo sia un tema scomodo e, in molti casi, anche riprovevole, sono numerose le relazioni amorose incestuose raccontate nei miti o riprodotte attraverso opere d'arte e letterarie: l'esempio più eclatante è sicuramente quello della creazione biblica in cui tutto si è basato sulle unioni tra fratelli o tra genitori e figli. Nonostante il divieto espresso dalla stessa Bibbia nei confronti dell'incesto, molti sono gli episodi endogamici descritti al suo interno.
Altre simili realtà si riscontrano nell'epoca classica con gli Dèi dell'Olimpo: tra queste figure tale pratica non era considerata affatto un tabù, anzi essa faceva parte dell'ordinario collettivo tale da essere utilizzata come esempio socialmente importante per poter giustificare determinati atti. Ben si sa, infatti, che le relazioni incestuose siano un motivo mitico e letterario diffuso sin dagli antichi tempi, presentandosi con caratteristiche specifiche a seconda delle culture e delle epoche in cui si è sviluppato.
Tali caratteristiche, però, sono accompagnate da costanti, convergenze, che è possibile riconoscere nonostante i tempi e i luoghi diversi. Queste somiglianze possono essere racchiuse nel mito, utilizzato come strumento per offrire legittimità a casi di incesto nel mondo reale, attraverso l'attenzione alle conseguenze sociali dovute ai cosiddetti 'amori illeciti': solitamente, nei miti, la relazione incestuosa veniva inserita e descritta in luoghi isolati, rappresentando la separazione tra i protagonisti e l'intera società, quasi paragonandolo ad una malattia da cui bisognasse stare lontani.
Elemento significativo è la categorizzazione sociale dell'incesto nel periodo medievale: si parla, infatti, di dicotomia dell'incesto tra le élites culturali e le classi sociali più basse che, a differenza, delle prime che lo accettavano, condannavano ampiamente il rapporto incestuoso.
Ad ogni modo la storia ci insegna che l'evoluzione e il progresso hanno portato al superamento di molti tabù, una volta considerati, per molti motivi, inviolabili. Medesimo ragionamento potrebbe essere fatto per l'incesto. Invece, nella maggior parte delle realtà civilizzate esso viene considerato un vero e proprio reato da punire attraverso l'utilizzo di leggi in materia. Nella storia, intere dinastie hanno praticato con costanza l'incesto sia per la mancanza di norme sociali e religiose, sia per mantenere inalterata la purezza della loro stirpe, previa l'estinzione della stessa.
Partendo dal significato del termine «incesto», questo primo capitolo si focalizzerà sullo sviluppo e la trattazione dell'incesto nel mondo antico, in particolare in quello mesopotamico e classico: in queste epoche l'endogamia veniva svolta principalmente in ambiti domestici e privati, isolati, inclusi sempre nello spazio del 'diverso'. Non solo, in queste civiltà l'incesto veniva utilizzato anche a scopo di ribellione e contrasto alle autorità o ad un ordine prestabilito.
Altre civiltà che verranno prese in considerazione saranno quelle greche e romane dove, a differenza di quelle precedenti, l'atto sessuale endogamico è visto esclusivamente nella sua accezione negativa in ambito etico-sociale. Specificatamente alla civiltà romana, l'atto incestuoso contrastava enormemente la sfera religiosa del mos maiorum, trasformando l'atto come nefas, cioè crimine indicibile.
1 Vocabolario online Treccani, voce Tabù, accessibile all'indirizzo: https://www.treccani.it/vocabolario/tabu/.
2. Incestus, incestum, nefas
Nella lingua latina la trasgressione sessuale che noi oggi chiamiamo «incesto» viene indicata con i termini incestus o incestum: nel primo caso si tratta di una composizione tra la preposizione in-, con valore di negazione, e il sostantivo castus; nel secondo caso, invece, si ha un composto fra in-, sempre con accezione negativa, e l'aggettivo sostantivo castum.
Considerando il termine castus, esso è un sostantivo arcaico utilizzato in ambito specificamente religioso: come recita Varrone in un suo frammento 2, infatti, «et religiones et castus id possunt, ut ex periculo eripiant nos», ovvero «le norme religiose e i castus hanno questo potere, ci sottraggono ai pericoli».
Da queste parole si estrapola la forte rilevanza divina dei castus, delle norme religiose prescritte da un qualche personaggio divino o mitico. Sottraendo dai 'pericoli', essi designano determinate astensioni di carattere religioso o interdizioni rivolte a figure sacre come quella del flamen dialis il quale è obbligato a non aver contatti con capre, carne cruda, edera e fave, non nominando i loro nomi, pena la contaminazione. Con il termine castum si indica pressoché il medesimo significato.
Etimologicamente parlando, pertanto, è esplicita la connessione tra i due termini con l'aggettivo castus, «puro», «assente da contaminazione», di cui formano il corrispettivo sostantivo. Seguire il castus o il castum, dunque, significava osservare e mantenere una condizione 'purezza rituale' astenendosi da determinati comportamenti o contatti.
Oltremodo, questi due termini indicano indirettamente e attraverso una semplice negazione un atto considerato empio e aberrante. Questa accezione negativa si nota anche in un altro termine che molto spesso accompagna i primi due, nefas. Ma che cosa significa? Essa indica una colpa molto grave e inammissibile e dal punto di vista etimologico la parola è un'unione tra il proverbio negativo ne- e il sostantivo fas, dunque, qualcosa che va contro il fas.
Differentemente dai castus o castum, il fas non è considerato come legge divina ma piuttosto come una forza indipendente che, a prescindere dalla situazione, da comprendere immediatamente se un qualcosa si può fare o meno, cosa è logico, cosa è razionale, e così via. Una legge naturale, riconosciuta da tutti ed immutabile nel tempo, prevaricando in questo modo il mos, il costume, che invece può variare in base alla cultura di appartenenza.
Più nello specifico, il termine fas significa «parlare», «dire», perciò, quando si utilizza l'espressione nefas si intende qualcosa che «non è parola», qualcosa di indicibile, che non si può neppure nominare, andando contro quella 'parola', legge non scritta, che si è trasmessa di generazione in generazione tra gli uomini.
Per questo motivo, nella letteratura antica, atti di incesto venivano spesso accompagnati da aggettivi quali nefandus o nefarius, in quanto, effettivamente, l'incesto è qualcosa di 'indicibile'. Soprattutto nella cultura romana, quindi, l'incesto era considerato un reato talmente grave da non dover esser nominato in maniera diretta, negandogli persino il percorso verso le labbra.
2 Varrone in Non.197. 16 Lindsay.
3. Le relazioni incestuose in Mesopotamia. Una questione di alleanze e ricchezze
A prescindere dalla sua incidenza reale, l'incesto è un tema sociale e narrativo ben conosciuto nell'antichità classica e, per tal motivo, confrontabile con l'antico mondo orientale con cui, le civiltà classiche, entrarono in contatto e le cui gesta e memorie vennero riportate in migliaia di documenti a grafia cuneiforme. Questa documentazione racchiude un arco temporale di circa tremila anni, dalla fine del IV millennio al I secolo d.C, implicando aree del Vicino Oriente Antico, dell'Elam, attuale Iran, e del Mediterraneo.
La moralità aveva un'interpretazione diversa da quella conosciuta oggigiorno: dai testi rituali, infatti, appare evidente come nelle società babilonesi non venisse effettuata una vera e propria distinzione tra l'azione moralmente giusta, ad esempio, dal corretto svolgimento di un rito, e viceversa, un atto ingiusto e vile nei confronti dei componenti più deboli della società veniva paragonato al mancato adempimento di un dovere religioso.
Nonostante la forte attenzione alla sfera morale, però, sono esigue le fonti mesopotamiche incentrate sulla regolamentazione della condotta sessuale, ed ancor meno, quelle riguardanti l'incesto. Anzi, sembrerebbe che l'incesto sia divenuto un vero problema sociale a seguito dell'insediamento amorreo nelle terre di Babilonia alla fine del II millennio a.C, periodo in cui la struttura familiare subì numerosi cambiamenti: la struttura familiare, infatti, passò da un modello di «famiglia allargata» ad un modello di «famiglia nucleare».
L'intrattenere un rapporto endogamico avrebbe portato a degli squilibri interni alla famiglia modificando, pertanto, la trasmissione del patrimonio. Un rapporto incestuoso tra madre e figlio, infatti, avrebbe potuto causare uno stravolgimento degli equilibri sociali in quanto il figlio-amante sarebbe risultato favoreggiato su altri eventuali fratelli assumendo, di conseguenza, il ruolo di capo-famiglia.
Come detto, dunque, le fonti documentarie disponibili sono molte e di vario genere ma poche rappresentano l'argomento dell'incesto. Questo tipo di documentazione è maggiormente rappresentata a partire dal II millennio e, solo dal I millennio, si ha un notevole incremento di documenti e testi riguardanti fenomeni scientifici ed esterni tra cui la medicina, l'astronomia, i presagi, gli esorcismi e anche l'incesto.
3.1 Dal Bronzo Antico al Bronzo Medio
Partendo dalla Mesopotamia del Bronzo Antico, ca. 3300-2000 a.C, non si ritrovano tracce certe di casi di incesto, nemmeno nell'unico Codice di leggi noto del periodo, il Codice di Ur-Namma che, però, non è pervenuto nella sua interezza.
Diversi studi, tuttavia, hanno fatto trasparire alcune notevoli considerazioni che fanno presupporre come, in tale periodo storico, in realtà, i matrimoni tra consanguinei era consentito se considerato come 'matrimonio sacro': questa pratica consisteva nel matrimonio tra il sovrano, rappresentante terreno della divinità Dumuzi, e una sacerdotessa, rappresentante della dea Inanna.
Nel caso ben noto della città di Uruk, per esempio, il rito potrebbe aver incluso un caso di incesto in quanto la sacerdotessa preposta poteva essere la figlia del sovrano in carica. Ovviamente, si tratta di un'ipotesi redatta da studiosi che, non avendo a disposizione documentazioni chiare a riguardo dell'accaduto, hanno considerato anche il caso del mancato coinvolgimento della figlia stessa all'interno del rito. Ad ogni modo, è stato più volte ribadito come, anche se fosse stata coinvolta la figlia naturale del sovrano, questo sarebbe stato solo un rito, dunque, un rapporto simbolico 3.
Ciononostante, le prime attestazioni inequivocabili a riguardo risalgono all'inizio del II millennio, nel periodo del Bronzo Medio, epoca denominata 'paleobabilonese'. Partendo dal presupposto che la società babilonese è stata una realtà fortemente patriarcale in cui il marito era padrone e signore della moglie a cui rimaneva un ruolo secondario e di poca importanza 4, si iniziano ad intravedere i primi possibili casi di incesto all'interno del famoso Codice di Hammurabi.
Illustrazione 1: Codice di Hammurabi, esposto al Museo del Louvre. Fonte: https://www.danielemancini-archeologia.it/il-codice-di-hammurabi/
Al suo interno, i paragrafi che contemplano casi in incesto sono cinque in cui il punto centrale non è sul matrimonio, bensì sul rapporto sessuale tra parenti naturali e acquisiti, di primo grado e di diretta discendenza 5.
Il primo tra questi paragrafi recita dell'unione tra un padre ed una figlia:
§154
«Se un uomo conosce carnalmente sua figlia, dovranno bandire quell'uomo dalla città».
In questo caso inusuale rispetto agli altri paragrafi del Codice, non vengono riconosciute sanzioni per la figlia, a differenza dell'uomo che invece risulta in dovere di risarcimento pecuniario o di pena di morte a seconda del suo status o ruolo. Al contrario, l'impunità della figlia è motivata dal fatto che, in questo caso, egli fosse stata considerata pura vittima del violatore.
In questo passaggio si nota il forte interesse verso la sfera economica: le conseguenze del rapporto incestuoso si protraggono anche sulla protezione dei beni e sulla loro dovuta trasmissione ad altri individui. In questo caso, pertanto, il reato d'incesto, allo stesso modo dell'adulterio, viene considerato come un'azione economicamente lesiva.
A questo seguono due paragrafi di cui la variante sostanziale riguarda il rapporto che intercorre tra figlio e nuora e, dunque, se il figlio conoscesse già carnalmente la sua sposa:
§155
«Se un uomo sceglie una sposa per suo figlio e suo figlio già la conosce carnalmente, dopo di che egli stesso giace con lei ed è colto sul fatto, dovranno legare quest'uomo e gettarlo in acqua».
Tale dicitura è posta su di una stele ritrovata a Susa. Diversamente da quanto riportato, un'altra fonte del Codice prevedeva che entrambi gli individui fossero gettati in acqua 6. Pertanto, come nel caso precedente, la donna rimase impunita e prescindere dal suo consenso.
§156
«Se un uomo sceglie una sposa per suo figlio e suo figlio ancora non la conosce carnalmente ed egli stesso giace con lei, egli dovrà pesare e consegnarle 30 sicli di argento; inoltre, dovrà restituirle ciò che ella aveva portato dalla casa di suo padre, ossia in dote, e potrà sposare un marito di sua scelta».
In questo specifico caso, all'uomo era attribuita una pena pecuniaria probabilmente in favore del padre di lei, mentre alla donna veniva data la possibilità di poter rientrare nella casata paterna.
Nei casi di rapporti tra madre e figlio, invece, le pene previste erano più severe:
§157
«Se un uomo, dopo la morte di suo padre, giace con sua madre, dovranno bruciarli entrambi».
E ancora:
§158
«Se un uomo, dopo la morte di suo padre, è scoperto tra i fianchi della moglie principale del padre, che gli ha dato figli, quell'uomo dovrà essere diseredato e cacciato dalla casa paterna.»
In questi due casi la discriminante è rappresentata dalla presenza o meno di eventuali figli che avrebbero adempiuto alla successione del padre. È da specificare in ogni caso, come entrambi paragrafi si basino sull'assenza del padre causata dalla sua morte. In caso questi atti vengano svolti quando egli fosse ancora vivo, la tematica rientra tra le prerogative del pater familias e quindi dell'adulterio, regolamentato nel seguente paragrafo:
§129
«Se la donna di un uomo è colta in flagrante mentre giace con un altro uomo, dovranno legarli e gettarli in acqua; se il padrone della donna permette a sua moglie di vivere, allora il re permetterà al suo servo di vivere.»
Messi alla disamina alcuni paragrafi più riguardanti casi di incesto, si nota come non vi è traccia nel Codice di unioni tra fratelli naturali o acquisiti. Nonostante ciò, sono conosciuti casi nel II millennio di matrimonio tra membri naturali o adottivi di
3 Sul tema del matrimonio sacro, si veda E. Cancik-Kirschbaum, Hierogamie-Eine Skizze zum Sanchstand in der Altorientalistik, in Gelebte Religion. Untersuchungen zur sozialen Gestaltungskraft relioser Vorstellungen und Praktiken in Geschichte und Gegenwart, a cura di H. Piegler, I. Prohl e S. Rademacher, Wurzburg, Konigshausen & Neumann, 2004, pp.65-72.
4 J. Bottéro, Mésopotamie. L'écriture, la raison et les dieux, Paris, Edizioni Gallimard, 1987, trad. it. La Mesopotamia. La scrittura, la mentalità e gli dèi, Torino, Einaudi, 1991, p.201.
5 M. Roth, Law Collections from Mesopotamia and Asia Minor, Atalanta, Scholars Press, 1995.
6 M. Roth, op.cit., p.141.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Diritto penale - delitto tentato
-
Diritto penale - il delitto tentato
-
Diritto penale - il delitto di violenza sessuale
-
Delitto tentato - Appunti