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Università degli studi Roma Tre

Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo

Corso di Laurea triennale in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo

Tesi di laurea in storia del cinema

Declinazioni del disturbo di personalità e la sua rappresentazione nel cinema: dalla sala cinematografica alla cura

Relatrice: Prof.ssa Ivelise Perniola

Candidato: Gabriele Stefani

Anno Accademico 2022/2023

Indice

  • Introduzione 1
  • Capitolo I: Psicopatologia al cinema: Tra realtà e finzione. Tra preconcetti e stereotipi
  • 1.1 Impressioni di realtà 3
  • 1.2 Il cinema crea o alimenta gli stereotipi? 5
  • 1.3 Studio sistematico sulle rappresentazioni mentali all’interno del cinema americano 7
  • 1.4 Sindrome della persona immatura e critica alla visione ingenua 8
  • 1.5 Le varie stereotipizzazioni delle figure psicopatologiche nel cinema 11
  • Capitolo II: Studio e indagine sulle rappresentazioni delle malattie mentali al cinema: Disturbo di personalità e le sue varie declinazioni
  • 2.1 Autore cinematografico e il suo approccio alle malattie mentali 16
  • 2.2 Attore cinematografico e i vari approcci alla recitazione 18
  • 2.3 Medicina narrativa e i vari approcci didattici 22
  • 2.4 Il disturbo di personalità e la sua rappresentazione cinematografica 24
  • 2.5 I vari cluster 27
  • 2.6 Disturbo narcisistico di personalità in Viale del tramonto 30
  • 2.7 Disturbo istrionico della personalità in Che fine ha fatto Baby Jane? 36
  • 2.8 Disturbo ossessivo-compulsivo di personalità in Turista per caso 41
  • Capitolo III: Dalla sala cinematografica alla terapia
  • 3.1 Origini ed efficacia dell’utilizzo del film in ambito terapeutico 47
  • 3.2 I criteri per l’utilizzo della cinematerapia 51
  • 3.3 I benefici della cinematerapia 53
  • 3.4 Uno sguardo su Ragazze interrotte 57
  • Conclusioni 65
  • Bibliografia 67
  • Sitografia 69
  • Filmografia 70
  • Ringraziamenti 71

Introduzione

Se la psichiatria non fosse esistita, i film avrebbero dovuto inventarla. E in un certo senso è quello che hanno fatto [...] sia i film che la psichiatria infatti si sono concentrati principalmente sul pensiero, sulle emozioni, sul comportamento dell’uomo e, soprattutto, sulla motivazione. Inseguendo il loro1 comune soggetto, i film e la psichiatria si sono spesso incrociati.

Questa citazione, che abbiamo deciso di utilizzare come punto di partenza, racchiude in sé gli argomenti che verranno trattati nei prossimi capitoli, i quali ruotano tutti attorno al legame tra cinematografia e psichiatria.

L’obiettivo del nostro discorso, reso possibile grazie alla consultazione di specifici testi – tra questi ricordiamo Balestrieri (2010); Chianura et al. (2009); De Felice e Pascucci (2007); Gabbard e Gabbard (2000); Grossini (1984); Wedding e Niemiec (2014) –, è quello di prendere in analisi gli elementi comuni tra queste due discipline, presentando i corrispettivi preconcetti e stereotipi legati alla rappresentazione delle malattie mentali nel cinema, sino ad arrivare all’utilizzo del film nei contesti di cura.

Nel primo capitolo si parlerà dell’immagine cinematografica e della forza che detiene nel plasmare un’intera società attraverso la sua capacità di riportare su uno schermo, più di qualsiasi altro mezzo di comunicazione, porzioni di realtà. Questa, infatti, porterebbe allo sviluppo di mode e tendenze, ma talvolta a generare – o alimentare – determinate forme di stereotipizzazioni.

Nel nostro caso, gli stereotipi sulle metodologie cliniche, sui malati di mente, sulla figura dello psichiatra uomo e, in particolare, sulla psichiatra donna, sono molteplici e lo scopo di questa prima parte è proprio quello di individuarli o, perlomeno, individuarne una quantità esauriente, così da riuscire a scardinarli, anche attraverso una critica nei confronti della ‘visione ingenua’, tendenza a dare per vero tutto ciò che si osserva in un’immagine.

Glen O. Gabbard, Krin Gabbard, Cinema e psichiatria, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2000, p.11. 1

Il secondo capitolo, invece, inizierà con un’analisi di due figure egualmente rilevanti per la riuscita di un’opera filmica: quella dell’autore e quella dell’attore.

In primis andremo ad argomentare i vari linguaggi che un autore cinematografico può utilizzare per la realizzazione di un film e, soprattutto, per la messa in scena di una determinata malattia, proseguendo il nostro discorso sugli stereotipi ma, stavolta, concentrandoci sulla rappresentazione del paziente psichiatrico, sul sesso e sul suo destino.

Tratteremo anche dell’attore cinematografico e del suo approccio all’interpretazione di un malato di mente, aprendo una piccola parentesi sul cosiddetto Metodo Strasberg, una serie di esercizi attoriali che prevedono performance più mirate e travolgenti. Attraverso l’esempio di Shelley Duvall, quindi, ci occuperemo di capire come tali interpretazioni – quelle del ‘pazzo’ – possono, talvolta, portare l’attore a perdere sé stesso nei meandri del personaggio portato in scena.

Successivamente a questo, andremo più nello specifico del nostro discorso spiegando cos’è il disturbo di personalità, in che modo può essere rappresentato al cinema e con quale frequenza. Verranno spiegati, inoltre, cosa sono i cluster e il motivo della loro importanza non solo in campo clinico, ma anche in quello cinematografico.

Ricollegandoci a tale argomento, di conseguenza, seguiranno tre opere filmiche e le loro rispettive analisi in cui dimostreremo come esse contengano almeno un personaggio affetto dalle declinazioni del disturbo che abbiamo scelto di affrontare.

Nel terzo capitolo, infine, volgeremo il nostro sguardo nei confronti del rapporto tra cinema e riabilitazione psichiatrica, trattando come tema principale l’utilizzo dei film nei contesti di cura. Questo cambio di rotta è voluto ed è mirato a dimostrare come l’universo cinematografico, oltre a creare o diffondere stereotipi e preconcetti, possa anche essere un valido mezzo per l’efficacia di un percorso psicoterapeutico. Parleremo, quindi, della ‘cinematerapia’, delle sue origini e di come viene utilizzata da chi di dovere per generare nel paziente un lavoro introspettivo volto alla cura di quest’ultimo.

Dimostrando ciò, anche attraverso degli esempi, il capitolo si concluderà con l’analisi di un’opera filmica utilizzabile, a questo proposito, in tali contesti. 2

Capitolo I

Psicopatologia al cinema: Tra realtà e finzione. Tra preconcetti e stereotipi

1.1 Impressioni di realtà

Vi è una storia che risulta alquanto bizzarra, specialmente nel nostro secolo, dietro la primissima proiezione de L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (L'Arrivée d'un train en gare de La Ciotat, Auguste e Louis Lumière, 1896) ed è quella che racconta di una fuga repentina degli spettatori dalla sala per timore che la locomotiva ripresa potesse fuoriuscire dallo schermo e investirli.

Questo esempio è decisamente utile per iniziare un’analisi approfondita sul rapporto che si fonda tra immaginazione e realtà effettiva nel cinema, ma anche su tutto ciò che ne è derivato con il tempo, proprio perché i presenti in sala, alla visione di un’immagine in movimento così ben realizzata, hanno avuto l’impressione di star vivendo un evento reale e che, di conseguenza, il treno potesse materializzarsi e divenire un elemento pericoloso.2

Fotogrammi della locomotiva in movimento estratti da L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (1896)

Franco De Felice, Alessandro Pascucci, Cinema e psicopatologia. Aspetti psicologici della rappresentazione e potenzialità applicative in psicologia clinica, Roma, Aracne Editrice S.r.l., 2007, p.35. 2

Ma com'è possibile che un individuo dimentichi improvvisamente chi è e qual è il suo ruolo – in questo caso, quello di spettatore – lasciandosi così tanto trasportare dal filmato che gli scorre dinanzi, a tal punto da credere sia tangibile? A tal punto da arrivare a pensare che un treno ripreso dalla macchina da presa possa effettivamente schiacciarlo?

Ciò avviene poiché lo spettatore, nel momento in cui inizia a fruire di un filmato, entra in una sorta di stato ipnotico, una ‘veglia sognante’ che va ad attribuire ai fotogrammi che scorrono sullo schermo un carattere di realtà, portandolo a identificarsi con la macchina da presa e a sentirsi un voyeur.3

Questa identificazione e questo riconoscimento di un’immagine come realtà proviene direttamente dalla natura stessa dell’immagine, la quale detiene un potere evocativo a cui l’uomo si è da sempre rivolto e la quale è in grado di suscitare e stimolare quest’ultimo durante tutto il corso della sua esistenza, soprattutto nelle fasi di vita iniziali in cui l’individuo avvia la sua plasmazione. Ed è per questo motivo che l’immagine cinematografica assume maggior importanza rispetto ad altre tipologie di comunicazione visiva, in quanto il cinema nasce come mezzo di comunicazione fruibile da chiunque, indipendentemente dal proprio livello di istruzione o dal ceto sociale di appartenenza; è un’immagine che, come è stato già detto, detiene una forza inestimabile e trasforma lo spettatore in una preda da modellare a suo piacimento.

A tal proposito, attraverso l’immagine filmica, è possibile diffondere mode stilistiche, modi di fare, ma anche stereotipi e preconcetti, aspetto su cui andremo a concentrarci maggiormente per individuare nello specifico quelli più comuni rivolti alla figura del ‘pazzo’ e non solo.4 Una diffusione che, inoltre, non si è limitata al cinema, quindi al fittizio, ma è arrivata direttamente nelle menti degli spettatori, andando a forgiare la loro mentalità e portando l’individuo a perdere ulteriormente contatti con ciò che è vero e con ciò che non lo è.

Ivi., pp. 35-36. 3 Giancarlo Grossini, Cinema e follia. Stati di psicopatologia sullo schermo (1948-1982), Bari, Edizioni Dedalo, 1984, pp. 9-13. 4

Occorrerebbe, a questo punto, tenere conto dell’industria cinematografica come di una fabbrica che segue determinati modelli i quali, nonostante tentino di riprodurre la realtà nella sua essenza, necessitano comunque di adattarsi alle preferenze del pubblico e alle varie logiche di mercato. Ne consegue un’idea di realtà, un qualcosa che – almeno nel nostro caso – ci porta a credere che ciò che stiamo visionando sia applicabile alla vita di tutti i giorni, quando non è così.

Il cinema, è vero, si è da sempre interessato alla psicoanalisi e di rappresentazioni filmiche riguardanti psicoterapeuti e pazienti ve ne sono a bizzeffe, ma nella maggior parte dei casi questa professione non viene approfondita, né mostrata in tutte le sue reali sfaccettature. La maggior parte delle volte è messa in campo dal regista più a scopo narrativo, e questo spiegherebbe perfettamente il motivo di tutte le stereotipizzazioni che ne sono derivate, sia per quanto riguarda la figura dello psicoterapeuta, sia per quella del pazzo.5

1.2 Il cinema crea o alimenta gli stereotipi?

Il cinema, in concomitanza alle evoluzioni sociali e alle innovazioni tecnologiche, si è sviluppato ed è arrivato a specializzarsi sempre di più e ad essere sempre più considerabile un mezzo espressivo di notevole rilevanza a livello culturale. Proprio per questo motivo è comprensibile il fatto che anche al suo interno si sia iniziato a parlare di malattia mentale e di tutto ciò che ne deriva, è un modo per restituire al pubblico una fetta di realtà, e la rappresentazione della realtà, si sa, è il punto saldo del cinema stesso. È esattamente così che il cinema è riuscito a farsi strada e ad arrivare a chiunque, proprio per la sua immediatezza e la sua riconoscibilità.6

L’autore stesso di un’opera cinematografica utilizza l’espediente della psicopatologia poiché è perfettamente consapevole della straordinaria potenza che il cinema ha nei confronti della mente umana, ovvero quella di suscitare emozioni e pensieri nello spettatore. Il suo obiettivo è quello di realizzare un’opera che conduca il suo eventuale pubblico a delle riflessioni, nonostante questo debba essere in grado di selezionare gli elementi veritieri all'interno dell’opera in questione e differenziarli da quelli che, invece, risultano essere delle vere e proprie stigmatizzazioni.7

Franco De Felice, Alessandro Pascucci, Cinema e psicopatologia. Aspetti psicologici della rappresentazione e potenzialità applicative in psicologia clinica, op. cit., p. 22. 5 Giancarlo Grossini, Cinema e follia. Stati di psicopatologia sullo schermo (1948-1982), op. cit., pp. 18-19. 6 Matteo Balestrieri, Vero come la finzione. La psicopatologia al cinema Vol.1, Milano, Springer Verlag, 2010, p. 4. 7

La magica ambiguità dell'immagine cinematografica – come diceva Riccardo Dalle Luche – non nasce tanto dal situarsi tra realtà e fantasia/sogno, tra reale e irreale, tra realtà e delirio, né tra vero e falso, quanto nella capacità di far apparire, di rivelare la verità dalla finzione: perché un film abbia veramente un senso e non sia spettacolo di intrattenimento deve avere una ricaduta sul reale, deve divenire uno strumento per conoscere il reale.8

Ma non sempre queste osservazioni riflettono ciò che l’autore voleva trasmettere al proprio pubblico. Difatti, secondo quello che stiamo dimostrando, è più probabile che la rappresentazione di un malato di mente venga presa per reale e si arrivi a credere che chiunque abbia le medesime caratteristiche di quest’ultimo sia considerabile come tale. Così nascono gli stereotipi, stereotipi che – preme dirlo – non provengono direttamente dal prodotto cinematografico, ma anche dal mondo esterno.

Il film-maker non ha colpe se non quella di aver, a sua volta, utilizzato nella propria opera cinematografica una particolare e nota teoria psichiatrica già stereotipata di suo. Una tra queste è sicuramente l’idea che un paziente possa raggiungere la guarigione esclusivamente dal riemergere di un trauma, ma non è l’unica.9 Possiamo notare, infatti, come nel 1963 due studiosi della patologia del comportamento, Cameron e Margaret, effettuarono degli studi e arrivarono a delle conclusioni, ovvero che i disturbi schizofrenici portassero a una discriminazione nei processi di socializzazione dell’individuo.

Ibidem. 8 Ivi., p. 12. 9

Il cinema, quindi, più che creare degli stereotipi, attraverso la sua insistenza nella rappresentazione di determinate manifestazioni di squilibrio mentale, li rafforza e li fa arrivare direttamente nella mente dello spettatore, il quale inizia a utilizzare queste informazioni ricevute nella realtà vera e propria.10 Tale discorso ci porta a comprendere ancor meglio come il cinema si muove e interagisce prevalentemente con i preconcetti degli spettatori che, come è stato anche dimostrato, tendono a basare le loro conoscenze riguardanti un individuo affetto da un disturbo mentale esclusivamente osservando quello che viene rappresentato a livello cinematografico e mediatico, piuttosto che da un reale approccio diretto con il malato stesso.11

1.3 Studio sistematico sulle rappresentazioni mentali all’interno del cinema americano

Esiste uno studio sistematico condotto sulla rappresentazione del paziente psichiatrico all’interno del panorama cinematografico americano, studio specificatamente mirato a dimostrare quali sono le caratteristiche più utilizzate nel raccontare una malattia mentale attraverso il suo livello di gravità e veridicità.

Ribadendo come un’immagine filmica possa plasmare i pensieri e le idee di uno spettatore attraverso il suo carattere estremamente imponente, è opportuno specificare come questi pensieri, molto spesso, specialmente nei confronti delle malattie mentali, non si tramutano solamente in stereotipi, ma anche in veri e propri atteggiamenti discriminatori con possibili ripercussioni negative soprattutto nel mondo reale. Queste stigmatizzazioni portano lo spettatore più assiduo a provare intolleranza e ripudio nei confronti di individui con problemi psichiatrici poiché il cinema stesso, attraverso le sue rappresentazioni, tende a storpiare e ad alterare ciò che sta raccontando.12

Giancarlo Grossini, Cinema e follia. Stati di psicopatologia sullo schermo (1948-1982), op. cit., pp. 18-19. 10 Matteo Balestrieri, Vero come la finzione. La psicopatologia al cinema Vol.1, op. cit., p. 11. 11 E. Tarolla, L. Tarsitani, R. Brugnoli, P. Pancheri, La rappresentazione della malattia mentale nel cinema. Uno studio sistematico, «Journal of Psychopathology», n. 2, 2006, reperibile sul sito https://old.jpsychopathol.it/article/la-rappresentazione-della-malattia-mentale-nel-cinema-uno-studio-sistematico/ 12

La cinematografia statunitense, in particolar modo, aiuta a diffondere questi stereotipi e lo fa attraverso una categorizzazione stigmatizzata delle malattie mentali all’interno di generi codificati, come l’horror e il drammatico. Difatti, lo studio di cui stiamo discutendo in questo specifico paragrafo si è concentrato proprio sul visionare 134 film americani che hanno successivamente portato alla suddivisione dei pazienti coinvolti nelle opere analizzate in nove gruppi, tenendo anche in considerazione la decade specifica in cui sono stati prodotti. Tra questi emergono gli individui affet

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gabrielestefani di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e teorie del cinema e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Perniola Ivelise.
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