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Il Decadentismo

Il Decadentismo è stato ed è oggetto di ampio dibattito da parte della critica, sia per l’esame etimologico del termine sia per l’aspetto assunto nel ‘900. Tra i critici più insigni emerge la posizione assunta da Walter Binni il quale afferma che è più giusto e utile parlare della poetica che della poesia e ribadisce che oltre l’analisi estetica, peraltro fondamentale per l’esame stilistico, formale, strutturale della poesia, vanno esaminati la mentalità ed il clima dell’epoca ed infine che “Decadentismo” è studio storico così come lo è “Romanticismo” e non può essere inteso, né come decadenza dell’età romantica, né tanto meno confuso col termine “decadenza”. Piuttosto, il Decadentismo va individuato nei suoi caratteri speciali quali: approfondimento dell’Io, conoscenza del mondo, scoperta di un mondo metempirico e metaspirituale dal quale le cose e le personalità si sviluppano con un’anima nuova e senso nuovo. Da questa rivelazione nasce una poetica fondata sulla musicalità. Il critico, dice il Binni, deve attribuire al Decadentismo significati di “misticismo, rivelazione, evocazione, suggestione”.

La nuova mentalità del decadentismo

La nuova mentalità del decadente si è formata a partire dal preromanticismo e con il contributo di Novalis, Keats, Poe, fino a giungere alla metà dell’Ottocento con quelli che sono definiti i padri del Decadentismo quali: Wagner, Schopenhauer, Nietzsche, Baudelaire e essere definito infine dai poeti Rimbaud, Verlaine, Mallarmé. Dalla Francia si espande in Inghilterra e in Italia, in quell’Italia fortemente legata alla tradizione e comunque desiderosa di innovazioni. C’è dunque, da una parte volontà di novità, dall’altra insofferenza della tradizione; ma più che altro queste sono “velleità” più che superamenti veri e propri. In questo filone potrebbero essere inseriti gli Scapigliati che tuttavia assumono atteggiamenti “goffi” per mancanza di maturità. Essi si limitano a volere il nuovo, a ribellarsi alla tradizione ma equivocano sulla libertà moderna e sul decoro classico.

Il Decadentismo italiano comincia con Gabriele D’Annunzio e Giovanni Pascoli anche se è ancora limitato e stretto in un’atmosfera provinciale che si spezzerà definitivamente nel pieno Novecento. Fermo restando la breve introduzione sui caratteri essenziali, la trattazione specifica relativa al Decadentismo, riguarderà la cultura tra le due guerre e affronterà gli aspetti letterari, storici, culturali.

Il sorgere del Decadentismo

Il sorgere del Decadentismo è da mettere in relazione con il deteriorarsi del Positivismo, con il dato reale delle suggestioni musicali, con la revisione del Marxismo e con l’affermarsi del Superomismo. Il Positivismo era un movimento che sul piano creativo portava al naturalismo, alla rappresentazione di precise realtà sociali nella quale trovassero posto intenzioni di polemica e denunce. Pur avendo riscosso molto successo in Francia e un po’ meno in Italia (tranne che con il Verga), intorno al 1870 la scuola positivista venne meno per vari motivi: primo perché nella narrativa le premesse scientifiche portavano ad una concezione che diventa quasi fatalismo e senso di sfiducia nell’opera dell’uomo; secondo perché la poetica positivista dava l’idea di depauperare l’artista della sua libertà di scelta chinandolo e limitandolo al dato reale; terzo perché la crisi del positivismo era d’altra parte collegata ad un processo involutivo della classe borghese dominante la quale dopo la Comune di Parigi e di fronte ai problemi post unitari italiani, si arroccava su posizioni difensive e abbandonava progressivamente la mentalità e gli atteggiamenti positivisti.

In riferimento al dato reale delle suggestioni musicali va rilevato che porta ad un orientamento verso l’arte astratta sottratta al condizionamento della realtà e in opposizione alle caratteristiche descrittive, oggettive, didascaliche, dell’arte precedente. Tale fenomeno si verifica prima nella pittura e nella poesia e poi nella narrativa. Si deve creare un’arte che non sia solo conoscenza della realtà ma dell’anima della realtà.

La poesia diventa non uno ma lo strumento della conoscenza. Si crea, dunque, un canone fondamentale del Decadentismo: l’equivalenza Arte=Conoscenza. Questa attribuzione di nuovi fini alla poesia porta alla sperimentazione di nuovi mezzi e di nuove tecniche espressive. Crollano la rima, l’eloquenza, il parnassiano impegno del basso rilievo e la poesia accoglie suggestioni dalle altre arti, soprattutto dalla musica: non si può dimenticare il contributo determinato dalla musica di Wagner.

Il Marxismo, a sua volta, segna il distacco dell’artista dalla società in cui vive; un distacco consapevole perché è rifiuto delle sue norme e dei valori di quella società industriale arrivata a forme più o meno avanzate della prima rivoluzione industriale. Gli aspetti antiumani, la logica del profitto, l’alienazione di tale società erano già stati messi in luce sul piano filosofico-politico da Marx e Engels per arrivare a formulare la necessità e le tecniche di una lotta per il ribaltamento e l’edificazione di una società. Lo stesso atteggiamento di rifiuto della società capitalistico-borghese, anima i decadenti ma cambia la motivazione: Marx ed Engels rifiutano la società borghese per motivi politici e sociali; i decadenti la rifiutano per motivazioni estetiche. I primi attaccano lo sfruttamento e la riduzione dell’uomo a un oggetto; gli artisti, invece, attaccano il cattivo gusto borghese. Si ha così un estetismo che si configura nella fuga dalla realtà e che si realizza nei modi più vari.

Il superomismo e il Decadentismo europeo

Ma un’altra "pedina" importante della scacchiera del Decadentismo è la concezione del superomismo creato da Nietzsche che crea un tipo umano che reagisce alla mediocrità della società borghese scegliendo una via diversa da quella dei decadenti. Il superuomo è colui che abbandona, rifiuta e si libera di tutti i condizionamenti che gli vengono dalla storia, dalle tradizioni e dall’educazione. Nietzsche dice che bisogna difendere i forti dai deboli.

Se queste sono le linee generali su cui si articola il primo Decadentismo europeo, non possono non essere considerate, nel nostro caso, le linee di fondo e le varie posizioni che il Decadentismo assume in Italia e che ritroviamo:

  • Nell’opera di Pascoli perché si lega ai motivi più veri del decadentismo: il mistero del cosmo, il dolore dell’uomo deluso nelle speranze laiche (socialismo e progresso scientifico) inizialmente coltivate. Di fronte a tale quadro il Pascoli cerca di cogliere dalle cose di ogni giorno il senso del riposo, la loro componente del mistero. Scruta e si scruta e rinnova il linguaggio e le strutture poetiche secondo i moduli decadenti.
  • Nella posizione di D’Annunzio che in un primo momento sviluppa i canoni dell’estetismo e in seguito del superomismo attraverso l’idoleggiamento dell’attivismo. Questo lo fa non solo nella produzione artistica ma anche nella vita pratica e politica.
  • Nella posizione di Gozzano e dei Crepuscolari in antitesi con l’attivismo dannunziano e vicine all’intimismo pascoliano. Il poeta crepuscolare consapevole della sua solitudine e della sua condizione di sradicato, è incapace di accogliere e accettare i miti dannunziani, perciò si rifugia in un mondo provinciale, quello delle piccole e umili cose. Si tratta però di un’evasione ambigua perché il poeta crepuscolare sa che gli manca il candore della poesia pascoliana necessario per aderire a quel mondo.
  • Nella posizione di Pirandello e Svevo, che è quella che più si richiama al decadentismo e che più si inserisce nella letteratura europea.
  • Nella posizione dei movimenti delle avanguardie che attraverso le diversità poetiche mirano a sperimentare nuove tecniche espressive muovendo da premesse irrazionali e rompendo con il passato, testimoniano la crisi. Un esempio in Italia è il Futurismo.
  • Nella posizione dell’ermetismo, perché riprende i canoni delle poetiche decadenti, il senso della solitudine e dell’angoscia esistenziale.
  • Nella posizione delle neoavanguardie che meritano un discorso a parte.

Il periodo tra le due guerre

Dopo una trattazione sintetica dei caratteri peculiari del Decadentismo, in questa sede, affronterò le problematiche culturali e storiche del periodo compreso fra gli anni 1920-1940. Il dibattito letterario del primo dopoguerra è caratterizzato inizialmente da un richiamo all’ordine e alla tradizione, da un ritorno ai classici e alla prosa d’arte. Si tratta di una visione che non si preoccupa molto dei complessi problemi derivanti dal rapporto tra “letteratura e vita nazionale” (La Ronda). Diversa è la posizione di Gramsci su “L’Ordine nuovo” e di Gobetti su “La Rivoluzione liberale”. Essi vedono l’attività letteraria strettamente legata alle questioni più vive della società italiana. Gobetti anzi, sull’ultima delle sue riviste, si batte per una sprovincializzazione della nostra letteratura, per una apertura verso una dimensione europea.

In Europa gli anni venti e trenta sono ricchi di fermenti. Guerra e post guerra hanno evidenziato la crisi del mondo liberal borghese in cui i valori sono privi di credibilità; le avanguardie storiche: espressionismo, dadaismo, surrealismo chiariscono pienamente il rifiuto di quel mondo, il disagio di vivere in quel mondo, l’aperta frattura fra individuo e collettività. In Italia è “Solaria” la rivista che porta avanti il discorso europeo e sono Pirandello e Svevo che danno alla letteratura italiana una dimensione europea.

Intanto il Fascismo pesa sulla cultura italiana e di questo ne sono consapevoli coloro che gravitano attorno a “Solaria” i quali scelgono un’arte che non si comprometta con il regime ma lo ignori. Da ciò nascono:

  • Il vagheggiamento memoriale.
  • La trasfigurazione del dato reale di una dimensione arcana e simbolica.
  • Il rifugio nel proprio io.
  • La solitudine esistenziale.
  • La ricerca della parola essenziale.

Al di là del vagheggiamento memoriale, tutti gli altri punti confluiscono nell’Ermetismo ma, tornando alla rivista, va rilevato che entro la linea di “Solaria” si spiega tutta la letteratura di opposizione: o l’artista si rifugia nell’evocazione memoriale o si spinge fino alla dolorosa descrizione della realtà di un clima arcano. Nei canoni solariani agiscono Montale ed Ungaretti. Fuori dai canoni solariani agisce Alberto Moravia che con “Gli Indifferenti” oppone alle mitologie ufficiali la descrizione della decomposizione borghese. Non va dimenticato che negli anni trenta si sviluppa un interesse per la narrativa americana con Elio Vittorini e Cesare Pavese. Nel 1919 Gramsci fonda “L’Ordine Nuovo” una rivista su cui si affrontano problemi politici e sociali ma anche letterari e culturali.

All’intellettuale progressista si assegna un compito nuovo: egli esce dalla chiusa torre d’avorio e dai miti di carta, è sostanzialmente servitore del regime e “diventa interprete dell’esigenza delle masse popolari” (Asor Rosa). Gobetti sulle sue riviste “Il Baretti” e “La Rivoluzione Liberale”, svolge un’opera di chiarimento culturale e di ordinamento politico che fa gravitare attorno a lui “l’élite” antifascista: Einaudi, Salvemini, Don Luigi Sturzo. Gobetti è un liberale ma non conservatore né reazionario. Alcuni lo definirono “un Comunista camuffato” proprio perché traendo spunto dai contatti con Salvemini e Gramsci e dall’esperienza torinese dei consigli di fabbrica auspica la necessità di ricavare un rinnovamento attraverso una mediazione tra mondo borghese e mondo operaio. In realtà non era e non sarebbe diventato un comunista ma aveva capito la posizione reale e storica del proletariato la cui presenza non poteva essere trascurata.

Dopo la guerra agli italiani si presentano notevoli problemi tra i quali: la mancata accettazione delle richieste al tavolo della pace che creò il mito della “Vittoria Mutilata” di cui si fece carico D’Annunzio quando dette vita all’avventura, più letteraria che politica, della spedizione su Fiume, l’esigenza delle masse popolari e proletarie di ottenere quanto loro promesso prima della guerra (terre e riforme sociali); la richiesta degli ex ufficiali, che con la guerra hanno trovato compenso alle loro frustrazioni di classe, ma ora non si rassegnano alla routine quotidiana e per di più, il loro ritorno alla vita civile crea ulteriori problemi di carattere economico e sociale. Non va sottaciuto che nel 1919 la crisi economica e l’inflazione portano allo scoppio di moti popolari contro il carovita. Il quadro politico cambia e le elezioni del 1919 vedono emergere il P.S.I. e il Partito Popolare Cattolico.

Il partito Fascista a queste elezioni non acquista alcun seggio; il suo programma è ancora un miscuglio di idee di matrice socialista e repubblicana e di idee nazionaliste. Ma è già in attuazione il passaggio dal vago sinistrismo iniziale ad un rifiuto della democrazia e del socialismo; emerge anche l’esaltazione della violenza che si attua con attentati alle tipografie socialiste e alle camere del lavoro. Il P.S.I, con il suo linguaggio “baricadero” aumenta la paura del “pericolo rosso” favorendo la propaganda fascista che si acquista le simpatie di “agrari e industriali”. Nel 1919 i socialisti sono divisi in due correnti: i riformisti che vogliono tornare alle vecchie tecniche del cabotaggio governativo, e i massimalisti che aspettano la rivoluzione, e ne parlano ma non la preparano esasperando la borghesia.

Gli anni tra le due guerre

In questo stato di cose, i socialisti non fanno alcuna proposta per contrapporsi e superare il vecchio stato liberale. Nel 1920 intanto Giolitti che si era messo in disparte, vedendo la piega degli eventi torna al governo e, di fronte al “pericolo rosso”, assume un atteggiamento quanto meno di tolleranza. L’anno successivo, l’ala comunista con a capo A. Gramsci si stacca dal P.S.I. e fonda il P.C.I.. Nello stesso anno, il 1921, con l’appoggio dei ceti medi, insoddisfatti del post guerra, degli agrari, degli industriali, il fascismo trionfa ottenendo 30 seggi. Nel 1922 a Giolitti succede Facta ma in effetti è Vittorio Emanuele III che, quando non blocca la marcia su Roma, consegna il potere a Mussolini. Il vero colpo di stato non lo fa Mussolini ma il re, il quale ripete il comportamento assunto nel 1915 con il patto di Londra. Nel 1925, Mussolini superata la crisi causata dal delitto Matteotti, instaura una vera e propria dittatura. Sopprime ogni manifestazione di vita democratica; abolisce la libertà di sciopero e la lotta di classe; istituisce il tribunale speciale; impone lo scioglimento di partiti e sindacati. Inoltre, Mussolini, con l’istituzione dell’Accademia d’Italia e con la fondazione dell’Istituto di cultura fascista cerca di legare la cultura al regime e anche se non si crea una coraggiosa opposizione ottiene adesioni conformistiche. Nonostante la dittatura fascista, la migliore produzione letteraria di quegli anni ignorò la mitologia del regime. Nel 1929 la “Conciliazione tra Stato e Chiesa” apporta un altro punto in favore del consolidamento del regime. La Chiesa in cambio di privilegi e vantaggi appoggia il regime.

Di fronte alla situazione italiana nel periodo fra le due guerre, si sviluppano nell’ambito della cultura (italiana) due posizioni: la posizione della “Ronda”, che concepisce l’attività letteraria al di sopra delle parti come evasione e rifiuto di ogni compromesso e la posizione di Gobetti e Gramsci, che insiste con varia intensità sul rapporto tra letteratura e realtà nazionale e concepisce la realtà nazionale e l’attività letteraria in una dimensione d’impegno civile.

Le riviste

La Ronda” nasce a Roma nel 1919, i rappresentanti sono Baldini, Cardarelli, Cecchi, Bacchelli e giunge fino al 1922. Oppone vivacemente le proprie ragioni contro quelle dei Futuristi e le loro agitate e velleitarie polemiche, contro il rivoluzionarismo anarcoide di “Lacerba”, contro le mitologie Dannunziane. Gli interessi degli scrittori della Ronda sono esclusivamente letterari. Per loro “buona lettura” vuol dire: pulizia formale, scrupolo artigianale, lezione dei classici (lezione dei classici era un fatto europeo). Nota è la loro contrapposizione all’irrazionalismo degli ultimi decenni. Essi restringendo l’interesse alla letteratura rifiutano ogni azione di copertura alla contemporanea restaurazione politica, ma nello stesso tempo offrono ai letterati del tempo una via di scampo. Utilizzano una prosa raffinata calligrafica che fu detta “prosa d’arte” e la poetica del frammento, elaborata dal De Robertis, rappresentante della rivista “La Voce”.

Il Baretti viene pubblicato nel 1924 da Gobetti, che inizia un discorso più specificatamente culturale ma sempre innestato su rapporto cultura — società. Questa è la rivista più importante di Gobetti, il quale constata che con il Fascismo è impossibile il discorso politico, perciò intraprende un discorso letterario. Le caratteristiche del “Baretti” sono:

  • Esigenze di rinnovamento morale e civile della nazione e questo compito è affidato alla cultura vista in prospettiva civile.
  • Polemica contro le chiusure e angustie tipiche di un provinciale nazionalismo e quindi una lotta europea.

Nascono anche altre riviste che conducono la loro battaglia in un modo più largamente politico-culturale e sono: “L’Ordine Nuovo” di Gramsci.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

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