UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO
Facoltà di Studi Umanistici
Corso di Laurea Triennale in Scienze dei Beni Culturali
D’ANNUNZIO E L’ANTICA TRADIZIONE
MUSICALE ITALIANA
Relatore:
Prof. Davide DAOLMI Elaborato Finale di:
Marta PEREGO
Matr. n. 835315
Anno Accademico 2018-2019
2
INDICE
Introduzione 5
Capitolo primo – La contemplazione 7
1.1 Un verismo senza verità storica 7
1.2 I primi indizi giovanili 10
1.2.1 Landino: i primi orientamenti 10
1.2.2 Palestrina: l’iniziazione 11
1.2.3. Vernon Lee: l’origine delle prime conoscenze 13
1.2.4. I romanzi giovanili 14
1.3 Il Fuoco 15
1.3.1 Il Gianicolo e la Camerata de’ Bardi 16
1.3.2 Il divino Claudio Monteverde 18
1.3.3 Palestrina vs Wagner 19
1.3.4 Romain Rolland 20
1.4 Forse che sì forse che no 21
1.5 Le faville del maglio 25
1.6 Fonti di conoscenza 27
1.6.1 Arnold Dolmetsch 27
1.6.1 La biblioteca dannunziana 32
Capitolo secondo – L’azione 34
2.1 La Generazione dell’Ottanta 35
2.2 La Raccolta Nazionale delle Musiche Italiane e I Classici della Musica Italiana 37
2.2.1 Il Preludio 39
2.2.2 Le musiche antiche 41
2.2.3 Meriti e limiti 44
Conclusione 48
Riferimenti bibliografici 50
Risorse digitali 54
3
Ringraziamenti
Ci tengo a ringraziare le persone che hanno contribuito a far sì che queste pagine, per me
assai preziose, venissero alla luce.
Ad Alessandro Tonacci della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani va il mio più vivo
ringraziamento per l’estrema gentilezza, disponibilità e professionalità nell’avermi dato accesso a
numerosissime fonti senza le quali non riesco a immaginare come questa tesi avrebbe preso forma.
Per l’analoga e cortese disponibilità, oltre che per il tempo e l’attenzione dedicatomi e per il
suggerimento di un campo assai interessante da esplorare, ringrazio il Prof. Davide Daolmi.
Rivolgo poi dei profondi ringraziamenti a quelle persone che mi hanno accompagnata
lungo questo tortuoso cammino di studi e porterò dentro di me in questo momento significativo
della mia vita.
A Luca ed Enrico, preziosissime e forti presenze all’interno del mio percorso musicale, per
avermi aperto lo sguardo a un’arte così pura e sincera da essere ora per me fonte di vita
indispensabile.
All’Ensemble Vocale Mousiké, al Coro Giovanile Italiano e al Coro Città di Desio, realtà
incredibili ed estremamente stimolanti, per essere o essere stati l’esperienza musicale e umana più
ricca che potessi desiderare.
A Sara, Roberto, Davide, Siria, Debora, Erika, Desirée, Genial, Francesca, Mattia, per i
profondi scambi umani, per avermi sempre tenuto la mano senza mollare mai la presa.
A Sara in particolare per la condivisione e comprensione reciproca e per essere stata una
delle poche ma preziose presenze nel mio studio quotidiano.
A Thomas e a Emma, per avermi insegnato più di quanto io possa aver insegnato loro.
Ad Andrea, per essere spuntato in un periodo così delicato della mia vita in cui stavo per
mollare, per avermi esortato ad andare avanti e per aver sempre continuato a farlo, con disciplina e
soprattutto amore. Grazie inoltre per aver sempre rispettato e compreso le mie necessità, a costo di
sacrifici di cui conosciamo bene il peso.
E infine grazie di cuore a voi, cari mamma e papà, per aver vissuto intensamente tutto
questo insieme a me e per averlo reso possibile. 4
INTRODUZIONE
I rapporti di Gabriele D’Annunzio con la musica sono probabilmente stati
più fitti, articolati e consapevoli di qualsiasi altro letterato italiano del Novecento.
Non c’è studioso dello scrittore pescarese che abbia potuto parlare di lui
ignorando o trascurando i suoi numerosi e vistosi interessi musicali. Come poeta,
D’Annunzio ebbe ovviamente un rapporto privilegiato con le arti, ma la musica
occupò saldamente la sua fantasia fin dall’infanzia, rendendolo con gli anni un
musicofilo acutamente sensibile, esigente e raffinato. È noto quanto sia centrale nei
suoi scritti la musicalità, arma di punta nella rivoluzione in chiave decadente del
linguaggio poetico italiano.
Di questa passione, durata tutta la vita, molto si sa, e molto è stato scritto,
già dalla sua epoca. Del resto non potevano restare inosservati l’intensissima attività
e gli interventi innumerevoli del grande scrittore nel mondo musicale. Malgrado ciò,
in tale mondo D’Annunzio percorse sentieri nascosti lungo i quali disseminò frutti
estremamente preziosi tuttora spesso sconosciuti anche agli esperti del settore, causa
purtroppo la scarsità numerica e l’incompletezza della relativa bibliografia.
Pochi sanno che Gabriele D’Annunzio riesumò, attraverso i suoi romanzi e
non solo, l’antica tradizione musicale italiana, occupando un posto di rilievo a
cavallo tra Ottocento e Novecento per la riscoperta di tale patrimonio. All’antico
attribuì valore di blasone: nel poeta, e nella cultura che da lui prese le mosse, la
musica nazionale del passato è garanzia di nobiltà e suprema dignità all’interno del
quadro europeo. Nei suoi innumerevoli scritti il richiamo all’eccellenza assoluta dei
classici italiani è difatti ben presente, insieme a un più generale gusto per l’antichità,
esplicitata quale componente del moderno. Sembrerà un uomo alieno dalla propria
epoca, nutrito di nostalgia per un tempo lontano sempre rievocato, sempre alla
ricerca, su quelle basi, di un linguaggio originale. Piuttosto i suoi legami con il
5
passato si confondono alla luce di un sostanziale eclettismo. Si delinea così un
D’Annunzio saldamente collocato da un lato nella sua contemporaneità, e dall’altro
nell’ambito di una cerchia accomunata dal culto del passato. È una personalità
pertanto impegnata su due fronti: il recupero dell’antico e l’aggiornamento del
presente.
Nell’ottica di un Novecento critico militante in direzione progressiva, lo
scrittore intrattiene dunque un rapporto personale ed esclusivo con la tradizione
musicale italiana, che risulta a volte un’esperienza visionaria, un sogno alla ricerca
del tempo perduto, una contemplazione di un’antica rinascenza corrotta, guastata
dall’evoluzione del linguaggio musicale. Si avvicina così alla cultura europea della
Décadence e in modo particolare alla visione della storia come declino irreversibile.
Ciò che intendo pertanto restituire grazie a queste pagine è l’immagine
spesso assai trascurata di un D’Annunzio quale precoce pioniere di un movimento
di riesumazione di antichi preziosi tesori musicali italiani, che proprio in
quell’epoca primonovecentesca stava conoscendo i primissimi albori.
6
CAPITOLO PRIMO
La contemplazione
1.1 Un verismo senza verità storica
La musica antica è una presenza che emerge con forza da un capo all’altro
dell’intero viaggio, letterario e non, del Vate, nonostante nei suoi anni fosse ancora in
buona parte sopita. Il panorama musicale dell’epoca, in Italia così come in Francia e
in Germania, era d’altronde dominato dal trionfo del melodramma. Ma la vera
differenza tra suddette nazioni risiede nel fatto che nelle ultime due il melodramma
non prevaricava in maniera dispotica; non adombrava le proprie antiche tradizioni,
che anzi continuamente vi erano magnificate. Basti pensare alla convivenza tedesca di
Wagner, Brahms e Bruckner, o a quella francese di Massenet, Fauré e Debussy: una
compresenza di opera e tradizione cameristica e sinfonica.
In Italia questa sana integrazione non esisteva. L’Italia aveva interrotto da
tempo la produzione di quella musica colta che nel passato fu il suo orgoglio, se si
eccettua l’attività di certi sporadici Oratori e salotti.
Per tentare di ricostruire l’identità estetica dannunziana, oltre che per
conferire coerenza al suo pensiero musicale che sarà oggetto di tesi, mi permetto di
affermare quanto segue, tenendo però presente il fatto che si tratta di concetti
storiografici condivisi dal poeta. Il XVIII secolo, con la morte di Corelli, Vivaldi,
Domenico Scarlatti e Locatelli, vide, a detta di una ristretta élite del tempo alla quale
D’Annunzio prese orgogliosamente parte, il tramonto musicale italiano e l’alba del
primato tedesco; un primato fecondato proprio dalla tradizione italiana, come
dimostra l’influenza frescobaldiana e corelliana. La nostra nazione ormai poteva solo
dare, ma non ricevere. La sua tradizione aulica passò lo scettro al melodramma, che
7
ne estirpò le radici storiche ed estetiche e dal quale essa venne sedotta. La produzione
operistica venne quindi accusata, da quella ristretta ideologia aristocratica che non
coincideva affatto con i gusti imperanti al tempo, di aver provocato un declino di
1
linguaggio e di gusto.
D’Annunzio, in una lettera del 1913 indirizzata a Guy Tosi, testimonia che
anche la Francia disprezzava il melodramma verista dell’epoca:
Pierre Lalo, in uno scritto recente, cercava di individuare le ragioni della rottura totale e
atroce fra la musica italiana di un tempo e quella odierna, fra la sublime nudità di Monteverdi
2
e “ce grossier étalage d’emotion populacière” che voi conoscete bene.
Grandi nomi come quello di Giulio Ricordi, e altri editori a seguirlo,
contribuirono ad alimentare e finanziare l’ondata verista, ricevendone tutti gli
interessi.
Questo clima è ben esemplificato dalla maniera in cui i contemporanei
accolsero le rare esecuzioni di musica antica. Una di queste fu quella dell’Orfeo
monteverdiano del 1909 presso il Conservatorio di Milano, verso la quale la critica
reagì con disappunto, non vedendovi rispecchiati i propri canoni legati al
sentimentalismo. Non ne fu compreso né rispettato il valore storico. Il passato venne
ideologizzato, malinteso e riadattato alle esigenze dell’epoca. Monteverdi, come altri
antichi, non era ancora mai stato letto adeguatamente sugli originali, tant’è che
3
furono corretti presunti errori di stampa, generando grossi equivoci.
Anche la storia del melodramma d’inizio Novecento rispecchia la stessa scarsa
consapevolezza storica ed estetica. D’altronde non esisteva ancora nessuna cattedra
universitaria italiana di musica e nessun conservatorio che impartisse nozioni di
4
musicologia. Ciò spiega come i fautori della rinascita della musica nazionale del
1 Cfr. Buscaroli 1982: 9-37.
2 Cit. in Cresti 2003, vedi risorse digitali. D’Annunzio si riferisce probabilmente all’articolo
Monteverdi’s “L’incoronazione di Poppea”, pubblicato su «Le Temps» (Parigi) l’11 febbraio 1912.
3 Cfr. Ivi.
4 Situazione che contribuì a migliorare Gaetano Cesari nei primi anni del Novecento,
professore al Conservatorio e poi all’Università di Milano. I suoi studi incentrati sulla musica antica
8
passato non furono musicologi, ma «i compositori militanti, che si fecero editori,
revisori, diffusori e storici, trascinando nella loro orbita la parte più viva e sensibile
5
della musicologia contemporanea», come fa notare Degrada. Tra questi, in prima
linea si schierarono i compositori della Generazione dell’Ottanta: Ildebrando Pizzetti
riesumò il canto gregoriano e il sistema medioevale, Gian Francesco Malipiero realizzò
l’opera omnia di Monteverdi, Alfredo Casella organizzò la settimana vivaldiana a
Siena e Ottorino Respighi trascrisse brani di Tartini, Vitali e Bach, anche se in
maniera ancora libera e composita.
Anche Verdi scriveva a Von Bulow nel 1892: «Noi pure figli di Palestrina
avevamo un giorno una scuola grande e nostra! Ora si è fatta bastarda e minaccia
6
rovina. Occorre tornare da capo!» . E vent’anni prima aveva suggerito a Florimo, con
parole forse fin troppo celebrate: «Studiate Palestrina, e pochi suoi coetanei; saltate
dopo a Marcello, e fermate la vostra attenzione specialmente sui recitativi… Torniamo
7
all’antico e sarà un progresso».
Quel “ritorno all’antico” funse da filo conduttore per una delle più grandi
iniziative promosse dalla Generazione dell’Ottanta, la Raccolta Nazionale delle Musiche
Italiane, in cui, come si vedrà, il Vate giocò un ruolo fondamentale.
Questo è il terreno su cui posare la formazione e lo sviluppo dell’educazione
musicale di D’Annunzio. Mentre la musica italiana nell’Ottocento seguiva destini
suoi, lui aveva lo sguardo fisso altrove. Egli fu in anticipo con i suoi tempi
nell’accorgersi dell’angheria perpetrata su una tradizione autentica, che nella sua
opera non dovrà più servire nessun’altra evoluta cultura, poiché ha già in sé illustri
radici. Sono radici sepolte sotto la coltre dei secoli, ma ciò non ne nega l’esistenza. La
missione del poeta è dunque quella di riportarle alla luce per mostrarne la dignità e
l’assoluto valore. D’Annunzio subisce il fascino degli antichi italiani, indicando qui
con il termine “antichi” i musicisti medievali, rinascimentali e della prima modernità,
simbolo di una virtù atta a consolidare una nazione all’epoca culturalmente arretrata e
erano del tutto eccezionali per l’ambito accademico, nel quale erano invece impostati in modo
superficiale, avulsi da ogni rapporto storico.
5 Degrada 1980: 89.
6 Citato in Ferrari 2015: 32.
7 Ibid. 9
divisa. Ben presto, infatti, tale incarico diventò alibi per l’incoraggiamento di un
nazionalismo dilagante in tutto il Paese che, a lungo termine, sarebbe degenerato in
modo preoccupante. Vanno così a sfumarsi i confini tra i propositi positivi e la
mitomania.
Ad ogni modo, chi vuole narrare il recupero del Rinascimento e del Barocco
musicale italiano non può non menzionare Gabriele D’Annunzio, che da semplice
ascoltatore «riusciva a rappresentar superbamente l’antico spirito del nostro
8
Rinascimento al di qua della compiuta epopea ottocentesca» .
1.2 I primi indizi giovanili
1.2.1 Landino: i primi orientamenti
I primi indizi dei singolari gusti musicali di D’Annunzio risalgono già alla
giovinezza.
In una lettera indirizzata a Georges Hérelle il 14 novembre 1892, rivela che da
ventenne ebbe «per maestro di musica un religioso cultore della semplicità antica» che
gli instillò una «predilezione […] per tutta quanta la musica da cembalo e la musica
sacra del Seicento e del Settecento». Infatti aggiunge che i suoi ricordi adolescenziali
9
«sono legati a un Andantino dell’Abate Michelangelo Rossi», presunto allievo del
Frescobaldi. L’insegnante che lo informa su questo compositore, negli anni trascorsi
al Cicognini di Prato, è Attilio Ciardi, raffinato nell’istruire gli allievi con il Rossi.
D’Annunzio tuttavia non si arresta ai confini del Seicento. Abbatte i muri
della storia e si protende, sorprendentemente per la sua epoca e per la sua giovane età,
fin verso il Medioevo di Francesco Landino. Nelle Faville del maglio, tra le pagine de Il
secondo amante di Lucrezia Buti, il suo romanzo più autobiografico scritto nel 1907 ma
pubblicato per la prima volta nel 1924, rievoca l’emozione di una scoperta. Narra
8 Casella 1931 [2001]: 40.
9 La lettera fu resa nota, tradotta in francese, grazie a Tosi 1946: 126. Il testo italiano della
lettera si trova conservato, invece, in microfilm negli archivi del Vittoriale.
10
come negli anni trascorsi al liceo Cicognini di Prato (1876-80) scoprì un bassorilievo
trecentesco raffigurante il compositore dietro la sua lapide a San Domenico di Prato:
Sapevo come Francesco de’ Landini […] dovesse o prima o poi entrare nella mia musica e sinfoniar
meco. Lo sapevo da quando mi misi a piangere di gloria perché mi fu detto che nel capitolo di San
Domenico, volendo rinnovare l’impiantito, il fabbriciere avea scalzato il marmo mortuario di
Bernardo Torni medico e nel rivoltarlo aveva scoperto il grande bassorilievo trecentesco con
l’effigie di Francesco musico […]. Com’era bello che mi fossi messo a piangere d’improvviso e che,
anche allora, passando con la compagnia lungo le tombe del fianco, fossi fuggito per entrar nel
chiostro e nel capitolo a venerare quel divinissimo cieco che “compose per l’industria della mente
10
sua instrumenti musici da lui mai non veduti”!
D’Annunzio nella stessa pagina scrive estasiato di aver rintracciato, spinto
dall’interesse, una cronaca di Filippo Villani narrante le vicende di Landino:
Ero andato a ricercare il non virgiliano latino di Filippo Villani De origine civitatis Florentiae et
eiusdem famosis civibus per inebriarmi dell’ebbrezza di Francesco cieco. […] E non so perché tanto
11
m’inebriasse il prodigio di quegli strumenti non mai veduti e pur veduti.
Prosegue immaginando una musica antica mai sentita, nata dalle dita di
Landino all’organo. Il giovane Gabriele s’immedesima in lui, in un musico del
Trecento. Dimostra così un orientamento musicale fin da subito estremamente
particolare e originale, molto probabilmente conseguenza, tra le altre cose, anche
dell’influenza paterna propensa verso la cultura più raffinata.
1.2.2 Palestrina: l’iniziazione
Un impatto ancora più forte, tanto da “iniziarlo” alla musica, come si evince
dalle sue stesse parole, subisce dal mottetto Peccantem me quotidie di Palestrina.
L’episodio appare più volte lungo il percorso letterario dannunziano. Viene
inizialmente evocato ne Il Fuoco, come si vedrà, ma verrà più approfonditamente
10 D’Annunzio 1924 [20
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.