Corso di Laurea Triennale in Filosofia
COLONIALISMO E DECOLONIZZAZIONE:
L’OCCUPAZIONE ITALIANA D’ETIOPIA
Relatore: Chiar.mo Prof. Gianfranco MORMINO Elaborato finale di:
MICHELE BOLIS
Matr. n. 13777A
Anno Accademico 2024/2025
Indice
Introduzione p. 1
1. La dimensione ideologica del colonialismo italiano p. 4
1.1 Origini del colonialismo italiano p. 4
1.2 Un imperialismo e un popolo di serie B p. 5
1.3 Da popolo svantaggiato a colonizzatori p. 7
2. Italiani in Etiopia tra crimini e resistenze p. 15
2.1 Il mancato riconoscimento p. 15
2.2 Resistenze etiopiche p. 22
3. Un “contrappunto” con Ennio Flaiano e Maaza Mengiste p. 29
3.1 L’importanza delle “esperienze discordanti” p. 29
3.2 Colonizzatori in Tempo di uccidere di Flaiano p. 32
3.3 Colonizzati ne Il re ombra di Mengiste p. 36
Conclusioni p. 41
Bibliografia p. 43
Sitografia p. 45
I
Introduzione
Il colonialismo italiano, con le sue atrocità e conseguenze a lungo termine sui
territori e sulle masse coinvolte, non è un tema al centro del dibattito pubblico
nemmeno nel paese che le rese realtà. Mentre in molti paesi europei, infatti, si è
argomentato a favore di scuse e riparazioni o si è anche solo parlato di riconoscere
certi eventi come parte della propria storia, nel Bel paese tali temi sembrano ignorati.
A livello culturale, può risultare interessante citare a titolo d’esempio un sondaggio
condotto da SkyTg24 nel 2009: in occasione di alcuni accordi tra Italia e Libia, veniva
chiesto a un campione di cittadini italiani se ritenessero giuste delle scuse ufficiali e
dei risarcimenti per la dominazione coloniale del secolo precedente; il 74% dei
1
partecipanti rispose di no .
La storia coloniale italiana viene dunque spesso considerata come accessoria e
secondaria, soprattutto in relazione a ciò che fecero Spagna e Portogallo in età
moderna, oppure Regno Unito e Francia in età contemporanea. Talvolta viene anche
chiamato in causa il motto “italiani brava gente”, con il quale si cerca di giustificare o
deresponsabilizzare gli italiani che commisero crimini di guerra nelle colonie: viene
detto che, in fondo, essi non sarebbero in grado di commettere azioni violente, essendo
un popolo di bonaccioni. Un’ulteriore attenuante viene ricercata nell’intento delle
conquiste: avendo avuto dei fini nobili di civilizzazione, le colonie di Libia, Eritrea,
Somalia ed Etiopia avrebbero tutto sommato ricevuto un atteggiamento di riguardo nei
loro confronti dall’Italia liberale prima e dal regime fascista poi.
La presente tesi si propone di usare tre direttrici per ricostruire una parte della
storia del colonialismo italiano, concentrandosi sul periodo delle lotte di conquista e
di liberazione d’Etiopia che va dal 1935 al 1941.
1 V. Deplano e A. Pes, Storia del colonialismo italiano. Politica, cultura e memoria dall’età liberale ai
nostri giorni, Carocci, Roma 2024, p. 176. 1
Con la prima prospettiva si guarda all’aspetto ideologico alla base di esso, che
costituirebbe il principio di quei pensieri e atteggiamenti che successivamente resero
possibili scusanti e deviazioni del dibattito. Con questa direttrice ci si prefigge
l’obiettivo di come l’Italia abbia avuto una precisa storia che comprende anche il suo
periodo colonialista: si ravvisa come gli italiani, all’indomani del Risorgimento,
malvisti da altri popoli europei, abbiano cercato di imporsi e di mostrarsi al loro stesso
livello, e come abbiano tentato nel frattempo di sottomettere altre popolazioni, ritenute
ancora più inferiori sempre dagli stessi europei. Gli stessi stereotipi di cui erano vittima
gli italiani furono poi usati per propugnare una visione deumanizzante degli individui
le cui terre erano inserite in un progetto di espansione imperialista.
La seconda direttrice concerne una dimensione pratica, e ha lo scopo di
mostrare come l’Italia non fu diversa dalle principali potenze coloniali per metodi ed
efferatezza: tra i molti crimini, si ricordano la battaglia di Amba Aradam e i massacri
di Addis Abeba e Debrà Libanòs, tutte località situate in Etiopia, così come
l’istituzione di un campo di concentramento destinato principalmente agli etiopici a
Danane, in Somalia; e altresì si pone l’accento sul grande rimosso delle potenze
coloniali ai danni dei popoli soggiogati, ovvero la loro agentività. I conquistati, infatti,
non stanno fermi e non si mostrano docili al passaggio del “civilizzatore”, anzi:
cercano di imporre il proprio diritto all’autodeterminazione all’invasore, per cui è utile
rammentare come gli etiopici organizzarono la propria resistenza all’aggressore
fascista (non solo nella loro patria, ma anche in casa dell’occupante durante la Seconda
guerra mondiale al fianco delle resistenze antifasciste).
La terza e ultima linea di ricerca guarda da un punto di vista culturale le vicende
italiane in Etiopia: ci sono infatti categorie filosofiche usate da autori che si sono
concentrati su particolari colonialismi che possono essere applicate anche al rapporto
tra l’Italia e l’Etiopia, e più in generale le altre sue colonie. I riferimenti sono
soprattutto a Frantz Fanon, che con la sua permanenza in Algeria rifletté
sull’esperienza coloniale francese; ai Subaltern Studies, che con personalità quali
Dipesh Chakrabarty e Gayatri Chakravorty Spivak si sono concentrati sulla
dominazione britannica in India, nonché sulle rappresentazioni del subalterno e della
subalterna; e a Edward Wadie Said, che si concentrò sui modi di intendersi reciproci
tra colono e colonizzato e di come questi influenzarono i prodotti culturali. In generale,
2
tramite le riflessioni di quest’ultimo si vuole restituire l’immagine e la
rappresentazione della stessa cosa (la dominazione italiana dell’Etiopia e le
conseguenti resistenze) con due libri diversi, uno di un autore italiano, Ennio Flaiano,
e l’altro di un’autrice etiope, Maaza Mengiste.
3
Capitolo I
La dimensione ideologica del colonialismo italiano
1.1 Origini del colonialismo italiano
Il punto di partenza del colonialismo italiano risale ufficialmente al 1882, con
l’acquisizione della baia di Assab da parte dello Stato italiano: questo piccolo territorio
sulla costa dell’attuale Eritrea era stato già acquisito dalla società Rubattino nel 1869,
1
grazie al padre lazzarista Giuseppe Sapeto che contrattò per l’acquisto il suddetto
lembo di terra con il sultano locale per conto della società. Sebbene dunque
l’istituzione della macchina coloniale italiana abbia una data d’inizio precisa, non si
può dire che gli italiani non avessero già avuto contatti con le popolazioni africane e
che non avessero mostrato interesse per l’esplorazione del Continente Nero: la neonata
Italia e prima gli stati preunitari avevano già avuto contatti di tipo precoloniale con le
popolazioni africane.
1.1.1 Confronti con altre potenze coloniali europee
2
Il cosiddetto scramble for Africa rispondeva a mire espansionistiche ed
imperialiste per quanto riguarda le grandi potenze europee della fine del XIX secolo:
club del quale avrebbe voluto far parte anche l’Italia, ma che, avendo poca esperienza
1 È curioso notare, avendo presente l’evoluzione successiva dell’espansionismo italiano, come Sapeto
scrivesse: “Non intendo perciò di conquistare l'Abissinia. Oibò! Io bramo soltanto che il nostro
commercio vi abbia la prevalenza”, cfr. G. Sapeto, Assab e i suoi critici, Pellas, Genova 1879, p. 146.
2 La locuzione, che tradotta significa “zuffa per l’Africa”, è stata usata nel 1884 dal quotidiano Times
per descrivere la spartizione dei territori africani da parte delle potenze europee, v. N. Labanca,
Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna 2002, pp. 15-16.
4
in merito ed essendo appena uscita da una lunga liberazione da Stati stranieri culminata
nell’unificazione, non poteva certo confrontarsi con Regno Unito e Francia (nonché
Spagna e Portogallo, se contiamo i loro grandi imperi già decaduti); l’Oltremare
italiano ricorda infatti più quello tedesco che non quello inglese e francese, sia per
l’estensione territoriale che per la durata. Prendendo a titolo d’esempio il 1913, l’anno
precedente all’inizio della Grande Guerra, nonché alla data che convenzionalmente
sancisce la fine della cosiddetta età dell’imperialismo, non c’è confronto tra la vastità
delle terre occupate da Regno Unito e Francia e quelle occupate da Italia e Germania:
come scrive Nicola Labanca, “sul totale generale delle superfici coloniali occupate da
3
europei i possedimenti italiani pesavano per meno del 4%” , mentre “Londra
governava [...] sul 60% delle superfici dei domini coloniali extraeuropei, [...] la Francia
4
sul 18 [...], la Germania sul 5,5 [...]” .
1.2 Un imperialismo e un popolo di serie B
Dall’acquisizione della baia di Assab per tutta la sua storia coloniale, sia sul
fronte politico, organizzativo e statistico, che sul fronte “umano”, cioè dell’effettiva
nomea degli italiani negli altri paesi d’Europa, i pregiudizi e le critiche sull’Italia
dilagarono. A proposito del primo aspetto, è famosa la dichiarazione di Lenin, che nel
1915 scriveva: “L’imperialismo italiano è stato chiamato ‘imperialismo della povera
gente’ in considerazione della povertà dell’Italia e della disperata miseria delle masse
5
degli emigrati italiani” ; tale considerazione a proposito dell’organizzazione italiana
delle sue colonie viene spesso riassunta con l’espressione “imperialismo straccione”.
Nel clima di classificazione delle imprese italiane come imperialiste di serie B, è
inoltre significativo il fatto che l’economista e saggista britannico John Atkinson
3 Ivi, p. 22.
4 Ivi, p. 23.
5 V. Lenin, “Kommunist”, n° 1-2 (1915), in V. Lenin, Opere complete, t. XXI, tr. it. di I. Ambrogio,
Editori Riuniti, Roma 1966, p. 328. 5
Hobson non faccia mai una volta riferimento all’Italia nel suo volume Imperialism del
6
1902, ritenuto uno dei più importanti studi sull’espansione coloniale europea .
1.2.1 Opinioni straniere sugli italiani
Per quanto riguarda le opinioni sul popolo italiano, esso non aveva affatto una
buona reputazione tra gli intellettuali né all’estero né in patria: in realtà i pregiudizi
erano diffusi già durante l’epoca dei Grand Tours, che studiosi e viaggiatori
raccontavano nei loro resoconti elogiando il patrimonio naturale e artistico della
penisola, ma in cui di rado perdevano occasione di descrivere il popolo italiano come
rozzo e incivile. Angelo Del Boca mostra come personaggi del calibro di Charles de
Montesquieu, Johann Wolfgang Goethe e Percy Bysshe Shelley si inseriscono
perfettamente in questa corrente di pensiero: il filosofo e giurista francese racconta di
come il degrado umano sia caratteristica costitutiva delle grandi città come Venezia,
Torino e persino Roma; lo scrittore tedesco, nonostante ritenesse di grande importanza
il suo viaggio in Italia per la sua formazione, vedeva la gente che la abitava come
estremamente arretrata; il poeta inglese, infine, riteneva senza mezzi termini gli italiani
7
una razza stupida .
1.2.2 Gli italiani riflettono su sé stessi
Due autorità assolute della letteratura italiana, ossia Giacomo Leopardi e Ugo
Foscolo, non erano da meno, anzi erano forse più diretti nelle loro critiche contro il
loro stesso popolo: il poeta recanatese recriminava il sottosviluppo culturale, filosofico
e scientifico di un popolo che non sembrava essere capace di veri e propri costumi, la
cui dimensione della vita era fin troppo semplice e appariva inevitabilmente dissimile
8
da quella degli altri paesi europei come Inghilterra, Francia e Germania ; il letterato
nativo di Zante invece, notoriamente passato dall’essere speranzoso delle imprese
6 N. Labanca, Oltremare, cit., p. 24.
7 A. Del Boca, Italiani brava gente? Un mito duro a morire, Neri Pozza, Vicenza 2005, pp. 16-20.
8 Ivi, p. 24. 6
napoleoniche ad esserne estremamente critico, parlava attraverso il suo personaggio
più celebre, Jacopo Ortis, del lassismo italiano, cioè del fatto che sembrava che il suo
popolo facesse più affidamento alle forze straniere che alle proprie per un’eventuale
futura indipendenza, la quale sarebbe stata comunque molto ardua da conseguire per
9
il carattere eccessivamente difforme e plurale delle varie culture italiane .
Infatti, a ben vedere, né all’epoca degli stati preunitari né dopo il 1861 c’era un
popolo italiano, bensì più culture che abitavano la stessa terra. Massimo d’Azeglio, al
quale spesso si attribuisce la frase “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, qualche
anno dopo l’unificazione d’Italia ci rifletté sopra scrivendo:
I più pericolosi nemici d’Italia non sono gli Austriaci, sono gl’Italiani. E perché? Per la
ragione che gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di
prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico il loro retaggio; perché
pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirvi bisogna prima riformare
sé stesso; […] il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati di alti e forti caratteri.
E pur troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non
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si fanno gl’Italiani.
E ancora, come puntualizza Martin Clark, “nel 1871 l’Italia consisteva di un
mosaico di diverse società regionali, con economie e stili di vita lontanissimi, diverse
11
culture, diverse storie e persino diverse pratiche religiose” .
1.3 Da popolo svantaggiato a colonizzatori
Per dare linfa al progetto coloniale italiano serviva allora prima di tutto una
coscienza nazionale, unitaria, un “Noi”; parallelamente, era necessario individuare
nelle popolazioni sottomesse (o che si intendeva sottomettere) un “Altro”. I governi
italiani trovarono un dispositivo atto a praticare questa doppia reificazione dapprima
9 Ivi, p. 25.
10 M. d’Azeglio, I miei ricordi, v. 1, Barbera, Firenze 1867, pp. 6-7.
11 M. Clark, Storia dell’Italia contemporanea, 1871-1999, Bompiani, Milano 1999, p. 50.
7
col discorso coloniale, nella prima fase di Stato liberale dall’unificazione al 1925, e
poi con la vera e propria propaganda fascista del Ventennio.
Sarebbe interessante ipotizzare una sorta di scivolamento degli schemi di Sé e
dell'Altro: da un lato, gli italiani, in generale e nel corso della loro storia coloniale,
avrebbero adottato per sé stessi le medesime opinioni che gli altri popoli europei
colonizzatori avevano già adottato, ritenendosi ad esempio in ambito britannico come
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portatori di un determinato “fardello”, ossia quello dell’uomo bianco , oppure
similmente nel contesto francese come depositari di una determinata cultura che era
necessario esportare altrove con la cosiddetta mission civilisatrice; dall’altro, i giudizi
spesso negativi che gli altri popoli europei si erano formati sugli italiani vennero in
qualche modo traslati agli indigeni delle terre ritenute necessarie per la formazione
dell’Oltremare italiano.
1.3.1 Il discorso coloniale nell’Italia liberale
Il “vecchio” discorso coloniale viene definito da Labanca come “insieme di
atteggiamenti, di comportamenti, di mentalità e di miti ereditati da secoli di dominio
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coloniale” : questo complesso aveva avuto come effetto quello di ipotizzare due
principali gruppi umani, quello del “Noi” e quello degli “Altri”, che poi si traduceva
in una dicotomia bianco/nero, europeo/non europeo, occidentale/orientale. Questo tipo
di discorso fu incanalato negli studi accademici, sia dalle scienze nel tentativo di dare
un fondamento di questa divisione, sia dagli studi letterari: Edward Said, parlando
anche dei cosiddetti studi orientalistici, dà una sua definizione di “orientalismo”:
[...] un modo di mettersi in relazione con l'Oriente basato sul posto speciale che questo
occupa nell'esperienza europea occidentale. [...] l'Oriente ha contribuito, per
contrapposizione, a definire l'immagine, l'idea, la personalità e l'esperienza dell'Europa (o
dell'Occidente). Nulla, si badi, di questo Oriente può dirsi puramente immaginario: esso è
una parte integrante della civiltà e della cultura europee persino in senso "fisico".
L'orientalismo esprime e rappresenta tale parte, culturalmente e talora ideologicamente, sotto
12 L’espressione deriva da The White Man’s Burden, una poesia pubblicata da Rudyard Kipling nel 1899.
13 N. Labanca, Oltremare, cit., p. 221. 8
forma di un lessico e di un discorso sorretti da istituzioni, insegnamenti, immagini, dottrine,
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e in certi casi da burocrazie e politiche coloniali.
La successiva propaganda colonialista prese a piene mani da questo modo di
condurre il discorso, tanto che lo rese assoluto e impedì dunque che venissero proposte
alternative anticoloniali, reprimendo il diritto di espressioni su questa e molti altri temi.
1.3.2 Rapporti degli italiani con l’Altro
A ogni modo, si può notare come le rappresentazioni del “Diverso” fossero già
diffuse in Italia nel corso dell’Ottocento, con le fiabe popolari che avevano come
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personaggi ricorrenti quelli del “turco”, del “moro” e dell’“uomo nero” . D’altra
parte, era una rappresentazione che mescolava insieme e
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